UN PEZZO DI LANA TRA DUE MONDI
- 29 lug
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Aggiornamento: 5 ago
Un berretto di lana morbido, con la calotta piatta e il bordo arrotolato che si stringe con le mani, misura dopo misura, ogni volta che lo si indossa. È il pakhol. Nasce tra le valli di Chitral e del Nuristan, in quella fascia di montagne dove Pakistan e Afghanistan si guardano da vicino e dove l'inverno, per mesi, detta ancora il ritmo della vita quotidiana. Da quelle vallate è sceso verso Peshawar, Kabul, Jalalabad, seguendo le antiche vie di passaggio dell'Hindu Kush. È diventato il copricapo più riconoscibile dei Pashtun, ma appartiene anche ai Tagiki, ai Nuristani e ad altri popoli delle montagne. Qui i confini disegnati sulle mappe hanno spesso contato meno dei sentieri percorsi per secoli da uomini, animali e merci.

A guardarlo da vicino sembra un oggetto quasi elementare. Un pezzo di lana lavorata, senza cuciture elaborate, senza decorazioni appariscenti. Eppure dietro quella semplicità c'è una lunga tradizione artigianale. Il pakhol viene realizzato con lana di pecora, talvolta con lana di cammello, lavorata fino a ottenere una consistenza compatta ma morbida. La sua forma non è completamente definita quando esce dalle mani dell'artigiano: prende carattere sulla testa di chi lo porta. Il bordo si arrotola verso l'alto, più o meno stretto, creando una piega personale che diventa quasi una firma.

Per chi vive nelle regioni montuose tra Afghanistan e Pakistan, il pakhol è stato prima di tutto un oggetto pratico. Protegge dal vento gelido dei passi, ripara le orecchie durante gli spostamenti e mantiene il calore nelle giornate trascorse all'aperto. Per generazioni ha accompagnato pastori, commercianti, contadini e viaggiatori lungo strade dove un buon indumento poteva fare la differenza. La sua importanza non nasceva da un simbolo, ma dalla necessità.

La fama internazionale arriva molto più tardi, negli anni Ottanta, quando l'Afghanistan diventa il teatro della guerra contro l'occupazione sovietica. Le fotografie dei mujaheddin fanno il giro del mondo e quel berretto di lana entra nell'immaginario occidentale. Tra tutti, è Ahmad Shah Massoud, il comandante conosciuto come il "Leone del Panjshir", a renderlo immediatamente riconoscibile. Massoud lo portava spesso inclinato su un lato, con una naturalezza che contribuì a trasformare un semplice copricapo di montagna in un'immagine di resistenza.

Da allora il pakhol è rimasto legato, soprattutto fuori dall'Asia centrale, alle fotografie di guerra. È diventato il cappello dei combattenti afghani, un dettaglio visivo associato ai reportage degli anni Ottanta e Novanta. Ma questa rappresentazione racconta soltanto una parte della sua storia. Prima di essere un simbolo politico, il pakhol era — e continua a essere — un cappello quotidiano. Un oggetto che si trova nei mercati, nelle botteghe, sulle teste degli anziani seduti davanti alle case e degli uomini che attraversano ogni giorno le strade delle città e dei villaggi.
Nei bazar di Chitral, Peshawar o Kabul non viene venduto come un pezzo di memoria della guerra. I commercianti lo prendono dagli scaffali, lo piegano, ne mostrano la morbidezza e la qualità della lana. Il cliente lo prova, arrotola il bordo, guarda allo specchio la forma che assume. Come accade per molti oggetti tradizionali, il suo valore non sta nel rappresentare qualcosa: sta nel continuare a essere utilizzato.

Anche il modo di portarlo cambia da luogo a luogo. Alcuni lo tengono basso e aderente, altri costruiscono un bordo più alto e voluminoso. C'è chi lo indossa inclinato e chi lo porta perfettamente diritto. Presso i Kalash, la versione festiva è spesso arricchita con una piuma di pavone. Sono dettagli piccoli, ma nelle culture di montagna anche il modo di vestire può raccontare una provenienza, un'abitudine, una storia familiare. Il pakhol ha attraversato il Novecento senza diventare un semplice elemento folkloristico. Oggi può convivere con telefoni cellulari, giacche moderne e motociclette che percorrono strade impensabili fino a pochi decenni fa.
La sua diffusione racconta anche una geografia diversa da quella delle frontiere politiche. La Linea Durand, tracciata dagli inglesi nel 1893, separò Afghanistan e India britannica dividendo comunità che per secoli avevano condiviso commerci, lingue e percorsi. Il pakhol, invece, ha continuato a passare da una parte all'altra. Si trova in Pakistan come in Afghanistan, sulle teste dei Pashtun come su quelle di altri popoli dell'area, senza chiedere il permesso alle mappe.

Forse è proprio questo il motivo per cui un piccolo berretto di lana è diventato un oggetto così carico di significati. Racconta il clima delle montagne, la vita quotidiana di chi le abita, le guerre che hanno attraversato questa regione e i confini che spesso non sono riusciti a cancellare legami molto più antichi. Un pezzo di lana, in apparenza. Ma basta seguirne il viaggio per scoprire che dentro ci sono vallate, imperi, migrazioni e storie di uomini. Più geografia politica di quanta ne possa contenere un atlante.



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