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MURI SENZA VELI

  • 4 ago
  • Tempo di lettura: 3 min

C'è un momento, per chi arriva in Bhutan la prima volta, in cui l'occhio si blocca davanti a una facciata di casa e il cervello impiega qualche secondo in più del solito per elaborare quello che sta vedendo. Cervi stilizzati, motivi floreali, la ruota del dharma, finestre di legno intagliato dipinte con una cura da miniatura persiana. E poi, tra la porta e le finestre, due falli grandi come un adulto, ciascuno con un nastro blu annodato alla base, due occhi disegnati, un ghigno vagamente inquietante e, giusto per non lasciare nulla all'immaginazione, un piccolo spruzzo dipinto in cima. Il proprietario, per quel che ho potuto osservare, non sembrava minimamente sfiorato dal pensiero che qualcuno potesse trovarlo strano. In Occidente ci sarebbe voluta una commissione, un esposto, forse un servizio del telegiornale e l'immancabile intervista al vicino indignato. In Bhutan è semplicemente lunedì.





La spiegazione ufficiale, quella che ogni guida locale racconta con un misto di orgoglio e divertimento, risale al Lama Drukpa Kunley, personaggio storico del Quattrocento passato alla leggenda come il "Divine Madman", il pazzo divino. Monaco itinerante, poeta, seduttore instancabile e maestro della scuola Drukpa Kagyu, Drukpa Kunley predicava un buddhismo poco compatibile con l'understatement: usava lo scandalo, il sesso e la trasgressione come strumenti didattici per scardinare l'ipocrisia religiosa del suo tempo. Nella tradizione popolare gli si attribuisce il potere di aver sconfitto demoni e spiriti maligni colpendoli con il proprio membro, che i racconti agiografici descrivono con un entusiasmo iconografico che i secoli successivi non hanno affatto smorzato.


Da qui l'uso, ancora oggi diffusissimo soprattutto nelle valli centrali e occidentali del paese, di dipingere falli sulle pareti esterne delle abitazioni, spesso accompagnati da nastri colorati o da una spada, per allontanare la negatività, il malocchio, i pettegolezzi malevoli e in generale quella categoria molto bhutanese di sfortuna che va sotto il nome di "mi tshang", le chiacchiere della gente. Non è insomma un vezzo decorativo né tantomeno una boutade, ma un dispositivo apotropaico a tutti gli effetti, cugino stretto dei ferri di cavallo appesi sopra le porte in Europa o delle corna rosse napoletane, solo con diversi centimetri di eloquenza in più.





Il tempio di Chimi Lhakhang, vicino a Punakha, è il santuario dedicato proprio a Drukpa Kunley e meta di pellegrinaggio per le coppie che faticano ad avere figli: le donne vengono benedette con una statuetta di legno a forma di fallo, tramandata di generazione in generazione, in un rituale che i monaci amministrano con la serietà professionale di chi lo fa da secoli e trova bizzarro solo lo stupore dei turisti. Attorno al tempio, e un po' in tutto il paese, prospera un artigianato dedicato: falli di legno intagliato, portachiavi, magneti da frigorifero, persino i celebri campanelli eolici che pendono dal soffitto delle boutique per turisti.


Quello che colpisce, più della simbologia in sé, è la totale assenza di imbarazzo con cui i bhutanesi convivono con questa iconografia. Nessuno arrossisce, nessuno abbassa la voce, nessuno si produce in quella risatina complice con cui in Italia si accompagnerebbe l'argomento. Il fallo dipinto sul muro sta lì con la stessa dignità grafica di un mandala o di un drago, categorizzato senza sforzo nella casella "elementi tradizionali di buon auspicio" e non in quella, molto più affollata da noi, "cose di cui vergognarsi un po'". È un paese che ha scelto di misurare il proprio sviluppo con la Felicità Interna Lorda invece che con il Pil, e forse anche questo fa parte del pacchetto: prendersi meno sul serio, temere meno il giudizio altrui, e considerare la fertilità e la protezione dal male qualcosa da esporre e non da nascondere in un cassetto.





Poi, certo, negli ultimi anni qualcosa si muove: nelle aree più turistiche di Thimphu e Paro qualche fallo è stato discretamente ridimensionato o rimosso durante ristrutturazioni, complice anche una sensibilità crescente verso gli sguardi esterni. Ma basta allontanarsi di qualche chilometro dai centri principali, addentrarsi nelle valli dove il turismo passa più distratto, per ritrovare le facciate come le ha lasciate la tradizione: colorate, oscene secondo i nostri parametri, benedette secondo i loro.



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