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AGDAM, LA CITTÀ CHE NON DOVEVO VEDERE

  • 15 ago
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 15 ago

Stavo discutendo con la mia guida l'itinerario del prossimo viaggio in Armenia — pieno, come al solito, di richieste piuttosto improbabili — quando lui, avendo ormai inquadrato con chi aveva a che fare, decise di sorpassarmi a destra: "Perché non facciamo un salto anche nel Nagorno-Karabakh?".


Un salto. Come se si trattasse di un paesino qualunque fuori percorso, e non di un territorio che dal 1988 al 1994 aveva vissuto una guerra con l'Azerbaijan costata trentamila morti e oltre un milione di sfollati, e che da allora sopravviveva come repubblica autoproclamata — riconosciuta da nessuno, nemmeno dall'Armenia che pure la sosteneva — su un cessate il fuoco mai trasformato in pace vera. Un dettaglio che avrei scoperto in seguito: il 2014, l'anno del mio viaggio, fu quello in cui, secondo i dati poi raccolti dagli osservatori internazionali, le violazioni della linea del fronte fecero il numero più alto di morti — oltre sessanta soldati e alcuni civili — dai tempi del cessate il fuoco del '94. Il conflitto, insomma, non era affatto "congelato" come si tende a descrivere questo genere di situazioni: covava, e proprio in quei mesi covava un po' più del solito.



Avvicinandoci ad Agdam si vedono i primi segni del conflitto, un rifugio interrato
Avvicinandoci ad Agdam si vedono i primi segni del conflitto, un rifugio interrato


C'è anche un altro dettaglio che vale la pena di premettere, perché aiuta a capire cosa mi sarei trovato davanti ad Agdam: il caso di questa città era una specie di nervo scoperto per gli Armeni. Un popolo che nella narrazione internazionale — non senza ragioni storiche, visto il genocidio subito nel 1915 per mano dei Giovani Turchi — interpretava sempre la parte della vittima, si è trovato qui, per una volta, dall'altra parte della barricata: quella di chi la devastazione l'ha inflitta, non subita.


"Mah, non credo ci sia molto da vedere, direi di no" fu la mia risposta, frettolosa e — come avrei poi scoperto — sbagliata. Il tarlo però mi era già entrato in testa. Iniziai a cercare informazioni su cosa ci fosse da vedere in quel non-paese, e la mia prima impressione sembrava confermata: un territorio uscito da poco da una guerra di cui a nessuno sembrava importare granché, e che soprattutto non sembrava del tutto conclusa.



Quel che restava di Agdam nel 2014
Quel che restava di Agdam nel 2014


Poi, durante le mie ricerche prima di ogni viaggio, mi imbattei nel racconto di un blogger anglosassone che era riuscito a visitare Agdam, città ufficialmente interdetta agli stranieri. Descriveva la caccia a un tassista disposto a portarcelo — tutti rifiutavano categoricamente, "non è sicuro" — finché non ne trovò uno, forse più disperato degli altri, che accettò a due condizioni: che lui si sedesse davanti, non dietro come fa normalmente un cliente, e che si vestisse in modo da sembrare un Armeno qualunque, non un turista. Seguiva il racconto del suo girovagare per strade deserte, dei militari di guardia che sembravano ignorarlo, del tassista che lo aspettava nervoso, e di un'adrenalina che, seppure a distanza, mi contagiò semplicemente leggendola: per un attimo mi parve di essere finito dentro un romanzo di spionaggio di Le Carré ambientato durante la Guerra Fredda. Il tarlo, a quel punto, era diventato un'ossessione.


Quando ne riparlai con la guida, ero pronto al classico "mi dispiace, è ufficialmente vietato agli stranieri". E invece mi sorpassò a destra un'altra volta: "Ho fatto il militare presso lo Stato Maggiore, conosco personalmente tutti i generali. Ci sono già stato qualche volta, ti ci porto senza problemi". La parziale disillusione — l'impresa non era poi così impossibile come mi ero figurato — era comunque attutita dalla certezza di poter vivere un'avventura fuori dall'ordinario.



Rovine
Rovine


Partimmo di mattina: io, la guida al volante, e un compagno di viaggio decisamente improbabile, trovato qualche mese prima sulla sezione "Travel Buddies" del forum della Lonely Planet — era l'epoca in cui cercavo su internet altri viaggiatori, il web aveva ancora un senso e la gente non stava solo sui social come oggi — un colonnello israeliano in pensione, settantaduenne. Doveva unirsi anche una ragazza di Singapore, poi ci ripensò. I viaggi, a volte mettono insieme i personaggi più diversi.


A poche centinaia di metri da Agdam la guida ci diede le istruzioni: "Parcheggerò in un punto preciso. I cecchini appostati sull'unico edificio di tre piani rimasto in piedi ci avranno già visti da un pezzo e parcheggerò in un posto in cui mi vedano scendere così sapranno che sono io a portare qualcuno a visitare il posto. Non preoccupatevi, non fatevi vedere quando fotografate e soprattutto non guardate mai nella loro direzione". Non ho mai seguito le istruzioni di una guida turistica con altrettanta disciplina.



I preziosi ferri ancora recuperabili (si intravede l'auto di qualcuno che ne va in cerca)
I preziosi ferri ancora recuperabili (si intravede l'auto di qualcuno che ne va in cerca)


Girammo per strade disseminate di macerie e di metallo — quest'ultimo il vero motivo per cui qualche abitante dei dintorni si aggirava ancora da quelle parti: lo raccoglieva e lo rivendeva a peso, unica economia rimasta a una città che ne aveva avuta una vera. Poi ci dirigemmo verso la moschea, il solo edificio superstite e simbolo — conteso — del passato musulmano, quindi azero, della città. All'interno, l'abbandono era evidente: nessun arredo, mura rovinate coperte di scritte (con le per me incomprensibili lettere dell'alfabeto armeno) e sterco sul pavimento, segno che più volte era stata usata come stalla di fortuna. Gli Azeri la sventolavano come prova del disprezzo armeno verso un loro luogo sacro; gli Armeni ribattevano che il solo fatto che la moschea fosse ancora in piedi, e non rasa al suolo come il resto della città, dimostrava un rispetto che — a parti invertite — non sarebbe stato garantito. Due narrazioni opposte sullo stesso edificio scrostato: la sintesi perfetta di come funzionano questi conflitti.


Salimmo al piano superiore. Dopo qualche scatto, la guida ci propose di raggiungere la cima di uno dei minareti, così avremmo potuto vedere la città dall'alto. Buona idea, pensai, incamminandomi verso la stretta rampa interna alla torre. Ma fui fermato dalla guida: "Meglio che vada avanti io. Il passaggio è angusto e in cima non c'è spazio per girarsi, quindi il primo che arriva è anche il primo che si affaccia. E visto che i cecchini mi conoscono, meglio che la prima faccia che vedano sia la mia". Non sono mai stato così accondiscendente nel lasciare che qualcuno mi passasse davanti in una fila.



L'interno della moschea
L'interno della moschea


Ridiscesi, accanto alla sommità in latta di un minareto caduta a terra, la guida ci spiegò che praticamente ogni giorno partivano colpi dai diversi fronti — più che altro per ricordare alla parte opposta di restare vigile — e che ogni tanto, soprattutto di notte, gli Azeri tentavano qualche sortita più ravvicinata dalla loro postazione, a pochi chilometri di distanza. Un dettaglio che alla luce dei numeri di quello stesso 2014 — l'anno più sanguinoso sulla linea del fronte dalla fine della guerra — perde il tono di aneddoto colorito e prende quello della cronaca.


Oggi il Nagorno-Karabakh non esiste più nemmeno sulla carta: nel settembre 2023 un'offensiva lampo dell'Azerbaigian ha chiuso in pochi giorni una partita rimasta aperta per tre decenni, e la popolazione armena è fuggita quasi per intero verso l'Armenia. Agdam è tornata azera, e con essa la sua moschea e i suoi cumuli di macerie. Di quella versione della città — sospesa tra ciò che era stata, con i cecchini armeni sul tetto e un colonnello israeliano in pensione come compagno di visita, e ciò che era diventata dopo la guerra — ormai restano solo i miei ricordi e le fotografie che sono riuscito a fare, stando ben attento a non voltarmi mai verso il palazzo di tre piani.

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