LE CATTEDRALI VIAGGIANTI DEL PAKISTAN
Aggiornamento: 1 giorno fa
Alla stazione dei bus di Peshawar ci sono tornato tre volte, ormai, e ogni volta il primo impatto è lo stesso: un piazzale enorme, polveroso, pieno di camion e bus fermi uno accanto all'altro, lamiere che sfavillano sotto il sole come se qualcuno avesse rovesciato una scatola di gioielli su un tavolo. E il silenzio, appena entri, è la cosa che mi spiazza. Perché in mezzo a tutto quel colore ti aspetteresti anche il rumore che quel colore promette, e invece niente: il tintinnio caratteristico di catenelle e campanelli sotto i paraurti non lo senti ancora, perché i mezzi sono fermi, parcheggiati, in attesa che qualche autista trovi abbastanza clienti da giustificare la partenza verso la periferia o i villaggi vicini. Il tintinnio arriva solo dopo, quando il bus si muove e ogni sua parte comincia a vibrare all'unisono, come un'orchestra improvvisata di percussioni metalliche che accompagna ogni buca della strada.

La Truck Art pakistana - o per meglio dire "phool patti" e "chamak patti" per usare i termini locali, che indicano rispettivamente la decorazione floreale dipinta e quella fatta con strisce di materiale riflettente - non è un vezzo estetico recente. Affonda le radici in una tradizione che risale almeno al periodo coloniale britannico, quando i primi camion arrivarono nel subcontinente e i loro proprietari, spesso appartenenti a comunità di artigiani con una lunga storia nella decorazione di carri e imbarcazioni, iniziarono a trattarli come tele viaggianti. Con la Partition del 1947 e la nascita del Pakistan, molti di questi artigiani si trasferirono nelle nuove città, portando con loro tecniche e stili che nel giro di pochi decenni sono diventati un vero e proprio linguaggio visivo, con varianti regionali riconoscibili: lo stile di Peshawar, dominato dal legno intagliato e da colori più tenui, è diverso da quello sgargiante e metallico di Karachi, diverso ancora da quello di Rawalpindi.

Sul tetto di uno di questi bus ci sono salito anch'io, non per necessità, solo per vedere l'effetto che fa. Il bus era fermo, in attesa di clienti, e io mi sono arrampicato lassù semplicemente per curiosità, per provare la sensazione che provano i Pakistani quando i posti a sedere sono esauriti e il tetto diventa l'unica alternativa rimasta. Da lassù, rivelandosi ancora più fitta, quasi ossessiva, con motivi che si ripetevano lungo tutto il perimetro come un fregio continuo. Per fortuna nessuno mi ha chiesto di pagare il biglietto per la vista panoramica, anche se onestamente l'avrei anche fatto.

Un paio di giri veri, con il bus in movimento, li ho fatti in due occasioni diverse, e non potevano essere più diverse tra loro. La prima volta, quando visitai il paese in solitaria, sono salito su un bus che sapevo avrebbe fatto delle fermate prima di prendere la direzione della campagna circostante, seduto in mezzo a passeggeri locali diretti verso i villaggi della periferia, e sono sceso prima che il bus uscisse davvero dalla città: bastava quel breve tratto, tra sguardi curiosi e qualche sorriso scambiato senza bisogno di parole comuni, per respirare l'atmosfera vera di quel mezzo. La seconda volta, invece, assieme al mio gruppo, abbiamo pagato una corsa cittadina tutta per noi: stessa lamiera scintillante, stesso tintinnio, ma mancava quell'ingrediente invisibile che solo la presenza di veri passeggeri locali, diretti verso casa propria e non verso una tappa del giro turistico, riesce a dare.

Ho visitato anche alcune delle officine dove questi mezzi vengono, più che riparati, reinventati, e anche lì sono tornato più volte, perché ogni volta scopro qualcosa di nuovo. Si tratta di spazi enormi, piazzali che devono per forza di cose essere vasti per accogliere contemporaneamente svariate decine di questi giganti ingombranti, e tutt'intorno, ai lati del piazzale, una fila di piccoli laboratori che di notte, da quel che si intuisce, diventano spesso anche abitazioni per chi ci lavora. Il risultato è una specie di città in miniatura specializzata in un solo settore produttivo, con la divisione del lavoro rigorosa quanto quella di una catena di montaggio, solo molto più rumorosa e molto più colorata.

C'è chi si occupa esclusivamente della lavorazione del metallo, martellando lamiere fino a farle diventare cornici o pannelli decorativi; c'è chi invece cuce, in un angolo diverso dello stesso piazzale, la stoffa sgargiante che finirà a rivestire gli interni delle cabine, tra frange, nappe e cuscini improbabili; c'è chi si dedica solo al legno intagliato per le cornici sopra il parabrezza, chi solo alla chamak patti, chi solo alla verniciatura. Ognuno con la propria postazione, il proprio angolo di regno, e passandoci in mezzo si ha la sensazione di attraversare i reparti di una grande fabbrica che però ha completamente ignorato ogni logica di catena di montaggio in stile occidentale, sostituendola con qualcosa di più simile a una corporazione medievale, con tanto di apprendisti che guardano lavorare i maestri con un'attenzione che a scuola, forse, si sognano.

La parte meccanica, la manutenzione vera e propria del motore e del telaio, occupa in realtà una porzione relativamente piccola di questo universo. Il grosso del lavoro, quello a cui i proprietari dei camion tengono davvero, è la decorazione. Un camion nuovo, appena acquistato, viene praticamente smontato nell'aspetto: si aggiungono cornici di legno intarsiato sopra la cabina, spesso a forma di corona o di ventaglio, si applicano lamiere sbalzate a mano con motivi floreali o geometrici, si dipingono pannelli interi con scene che vanno dai paesaggi di montagna alle rappresentazioni di aerei e navi, fino a ritratti di attori di Bollywood o di leader politici, il tutto intervallato da versetti coranici, poesie d'amore popolari, frasi sagge o ironiche sulla vita del camionista, sulla nostalgia di casa, talvolta persino frecciatine ai passeggeri o agli altri automobilisti. Ho visto scritte che, tradotte, suonavano più o meno come "guardami ma non toccarmi", il tipo di frase che in Italia ti aspetteresti su una maglietta da discoteca anni Novanta e che invece qui campeggia fiera sul retro di un camion da tredici tonnellate.

E poi c'è la chamak patti, quella pellicola riflettente ritagliata a mano in forme elaborate e applicata a strati, che di notte, sotto i fari degli altri veicoli, trasforma il camion in un'esplosione di luce e colore quasi accecante. Gli artigiani la tagliano a mano libera, senza schemi prestabiliti, con una precisione sorprendente considerando gli strumenti rudimentali con cui lavorano: forbici, lamette, un po' di pazienza e moltissima esperienza accumulata negli anni. Guardarli lavorare dà quasi le vertigini, lo stesso genere di vertigine che si prova a vedere qualcuno arrotolare una sigaretta perfetta senza guardare le mani.

Il soprannome con cui questi veicoli sono conosciuti anche fuori dal Pakistan, "jingle trucks", pare sia stato coniato dai soldati americani di stanza in Afghanistan, che li vedevano attraversare il confine carichi di merci e non riuscivano a togliersi dalla testa quel suono metallico e ipnotico delle catenelle. Un aneddoto che, vero o meno, mi piace immaginare: soldati induriti dalla guerra, sconfitti non da un nemico ma da un jingle involontario, un tormentone ante litteram partorito da un paraurti pakistano.

C'è qualcosa di paradossale, se ci si pensa, nel fatto che i mezzi più umili del trasporto pakistano, quelli destinati al lavoro più duro e meno glamour - trasporto merci, tratte polverose, carichi pesanti su strade dissestate - siano proprio quelli trasformati in autentiche opere d'arte itineranti, mentre i bus di lusso per i lunghi tragitti restano spesso anonimi, funzionali, quasi dimessi in confronto. Ma forse il paradosso è solo apparente: per un camionista che passa settimane lontano da casa, il proprio mezzo diventa casa a sua volta, e decorarlo con motivi floreali, versetti sacri, ritratti e paesaggi immaginari è un modo per portarsi dietro un pezzo di identità, di bellezza, di orgoglio, in mezzo a un lavoro fatto perlopiù di fatica e solitudine.

Negli ultimi anni questa tradizione ha iniziato a guadagnare attenzione internazionale, con mostre dedicate alla Truck Art in gallerie e musei da Londra a New York, e con alcuni artigiani pakistani invitati a esporre le proprie opere fuori dal contesto originario dei camion, su tele più convenzionali. Resta da vedere se questo interesse crescente aiuterà a preservare un mestiere che, come spesso accade, rischia di essere insidiato dalla standardizzazione industriale e dai costi crescenti dei materiali. Ma ogni volta che sono tornato in quella stazione, e ogni volta che ho rimesso piede in quella piccola città del metallo e della stoffa, la sensazione era la stessa: quella di trovarsi di fronte a qualcosa di ancora pienamente vivo, radicato in un rapporto tra uomo e mezzo di trasporto che va ben oltre la semplice funzionalità. Un pezzo di mondo antico che, a suo modo, resiste all'appiattimento della globalizzazione.



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