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LE MERCEDES CHE NON MUOIONO MAI

8 set
Tempo di lettura: 4 min

Le Mercedes mauritane non muoiono mai. Si limitano a cambiare pelle, proprietario, funzione, e quasi sempre anche continente di provenienza dei pezzi di ricambio che le tengono in piedi. Altro che elettrico e rottamazione incentivata: qui vige una specie di metempsicosi meccanica, un'anima di lamiera e gasolio che trasmigra di corpo in corpo, di padrone in padrone, rifiutandosi ostinatamente di raggiungere il nirvana dello sfasciacarrozze.





Le vedi arrivare da lontano, nel pulviscolo della pista che costeggia l'Atlantico verso Nouadhibou, e per un attimo, prima che il polverone si depositi, ti sembra di vedere ancora la sagoma imponente e un po' altezzosa di una berlina tedesca degli anni Ottanta. Poi si avvicina e capisci che quella sagoma è tutto quello che resta dell'originale. Il resto è un accumulo di soluzioni, alcune geniali, altre disperate, che si sono sedimentate negli anni come gli strati di una duna.





I fari, quando ancora ci sono, spesso non sono più quelli con cui la macchina è nata in una fabbrica di Stoccarda. Al loro posto, incastonate alla meno peggio nell'alloggio originario, campeggiano delle luci a LED da quattro soldi, di quelle che si comprano al mercato in pacchi da dieci, tenute ferme con del fil di ferro attorcigliato più volte, a voler compensare con la quantità di giri quello che manca in solidità. Un trapianto d'organo fatto con gli attrezzi da giardinaggio, verrebbe da dire. Ma funzionano. Non benissimo, non sempre, ma funzionano, e in Mauritania questo basta e avanza.





Gli specchietti retrovisori sono un'altra storia a sé. Quando sopravvivono, sono spesso crepati, sbrecciati, tenuti su da uno strato di nastro adesivo nero che, a forza di sole e sabbia, ha assunto un colore meno deciso. Più spesso, semplicemente, non ci sono più: l'autista ha imparato a farne a meno, si affida all'orecchio, al clacson, a un sesto senso che si affina chilometro dopo chilometro su strade dove il concetto di corsia è più una suggestione che una regola o su piste dove semplicemente puoi andare dove ti pare. Guidare senza specchietti in mezzo al traffico di Nouakchott è un po' come suonare il jazz: si va a orecchio, si improvvisa, e se sbagli c'è subito qualcuno pronto a fartelo notare.





I parabrezza sono ragnatele di crepe che si irradiano da un punto d'impatto ormai dimenticato, magari una pietra sollevata da un camion, magari qualcosa di più serio di cui nessuno parla volentieri. Eppure il vetro tiene, tiene sempre, come se le crepe stesse fossero diventate parte della struttura, una specie di armatura naturale, o forse - restando in tema di reincarnazioni - una nuova identità che il vetro si è scelto da sé, decidendo di trasformarsi da lastra trasparente a opera d'arte astratta.





Le Mercedes che fungono da taxi collettivi, i famosi "sept places" - quasi sempre una 190 o una 200 diesel, i modelli a scatola squadrata che in Europa nessuno rimpiange e che qui vengono trattati con una cura quasi religiosa - viaggiano stipate di sette, otto, a volte nove passeggeri, più bagagli sul tetto, capre comprese, per attraversare l'Adrar o il Tagant su percorsi che per chiamarli "piste" a volte ci vuole un bel senso dell'umorismo. Il volante, in queste macchine, è un oggetto che ha smesso da tempo di somigliare a un volante. È liscio, consumato, lucido di un colore che non è più nero ma un marrone indefinito, frutto di decenni di mani sudate, di tè alla menta versato distrattamente, di sabbia che si è infilata ovunque. L'autista lo tiene con una leggerezza che a un europeo sembrerebbe incoscienza, e invece è solo abitudine, quella confidenza un po' irriverente che si ha con un vecchio compagno di viaggio di cui si conoscono ormai tutti i difetti.





La carrozzeria, quando la vernice originale è ancora visibile - ma sono casi sempre più rari - si intuisce a stento sotto strati di polvere, ruggine, ammaccature che raccontano incidenti mai denunciati, urti contro cammelli distratti, sportellate prese e date in qualche parcheggio di Nouakchott. E viene da pensare a quale potrebbe essere la carriera tipo di una di queste Mercedes, se solo potesse raccontarla lei stessa, tra un colpo di tosse del motore e l'altro. Nasce in Germania, magari come taxi a Francoforte o come auto aziendale di qualche funzionario europeo, e macina compita chilometri autostradali con la disciplina teutonica di cui è intrisa. Poi, superata una certa età - che per una Mercedes europea coincide più o meno con la pensione anticipata - viene imbarcata su una nave verso l'Africa occidentale, e lì comincia la sua seconda vita, la più dura: taxi condiviso tra Nouakchott e Atar, sette anime a bordo più il conducente, il motore che tira come un mulo bendato. Quando anche quella vita volge al termine, ecco la terza reincarnazione, magari come auto privata di un commerciante di un villaggio dell'Adrar, o come mezzo di fortuna che trasporta di tutto, dalle taniche d'acqua ai sacchi di miglio. E chissà quante altre vite, forse più di quelle dei gatti, l'aspettano ancora, prima che qualche pezzo davvero irrecuperabile la costringa al pensionamento definitivo, sempre che in Mauritania un simile concetto abbia davvero un senso compiuto.





C'è qualcosa di commovente, in questa ostinazione a non arrendersi. E c'è, bisogna ammetterlo, anche qualcosa di comico, se si guarda la faccenda da fuori, da turisti abituati a cambiare l'auto ogni cinque anni per un modello leggermente più aggiornato. Qui il concetto stesso di obsolescenza sembra non essere mai arrivato. Le Mercedes mauritane non hanno un ciclo di vita, hanno un intero samsara di rinascite, ognuna un po' più malandata della precedente, ma che continua imperterrita a percorrere piste che manderebbero in pezzi qualunque suv europeo di ultima generazione dotato di tutti i comfort possibili. Probabilmente è proprio la semplicità meccanica di quei vecchi motori diesel, nati in un'epoca in cui l'elettronica non aveva ancora invaso ogni angolo del cofano, il vero segreto di questa longevità. Niente centraline da sostituire, niente sensori capricciosi, solo ferro, gasolio e la pazienza infinita di chi, in un paese dove un'auto nuova resta un miraggio per la stragrande maggioranza della popolazione, ha imparato a far durare quello che ha.





E allora la vedi ripartire, la vecchia Mercedes, con il suo carico di passeggeri e capre e bagagli, i fari a LED tenuti su dal fil di ferro che tremano a ogni buca, il motore che tossisce un paio di volte prima di trovare il ritmo giusto, e in qualche modo, contro ogni logica europea, contro ogni previsione di un ingegnere tedesco che l'ha progettata quarant'anni fa per tutt'altro destino, andare avanti. Ancora una volta.

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