LA CHIESA NATA DALLE MACERIE
- 16 lug
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Ci sono chiese di pietra, chiese di legno, chiese che sventrano il cielo con guglie dorate. A Spitak, nel nord dell'Armenia, c'è una chiesa di lamiera. Non è un vezzo architettonico, non è minimalismo scandinavo applicato al culto ortodosso: è la conseguenza diretta di un terremoto che il 7 dicembre 1988, alle 11.41 del mattino, ha impiegato meno di un minuto per rendere la pietra il materiale più pericoloso del pianeta.

Le stime sui morti oscillano fra i 25mila e i 50mila, a seconda di chi le racconta - un margine di errore che dice già molto su come sia andata a finire la contabilità di quella giornata. Spitak, l'epicentro, sparì quasi per intero. E quando, quaranta giorni dopo, qualcuno decise che i sopravvissuti avevano bisogno di un posto dove pregare per i morti, a nessuno venne in mente di proporre di rimettere in piedi qualcosa fatto di mattoni.

Così nacque la chiesa di metallo del cimitero di Spitak: lamiera piegata a imitare la sagoma di una chiesa armena tradizionale, cupola compresa, con feritoie al posto delle finestre, come se anche la luce dovesse entrare con cautela. Il risultato è un edificio che sembra un rifugio antiaereo travestito da luogo di culto, o forse il contrario: un luogo di culto che ha imparato, a proprie spese, a comportarsi come un rifugio.

Oggi è quasi sempre chiusa a chiave, e visitarla dall'esterno richiede una salita fino in cima alla collina del cimitero, tra le tombe. Il camposanto attorno racconta la stessa storia con un linguaggio più esplicito: lapidi con l'orologio scolpito, le lancette ferme sulle 11.41, fiori dallo stelo spezzato sulle tombe dei più giovani, fotografie di famiglie intere sepolte nello stesso giorno, tre generazioni con un'unica data di morte. Poco distante, sulla collina di fronte, il monumento ufficiale eretto in memoria delle vittime si sta sgretolando - pietra su pietra, con un'ironia che nessuno sembra aver programmato. La lamiera, nel frattempo, tiene ancora botta.



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