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L'ARTE DI PERDERSI

  • 17 lug
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 5 ago

Ci sono luoghi che sembrano quasi voler essere trovati per caso. Non perché siano nascosti davvero, ma perché richiedono tempo, ostinazione e una certa disponibilità a sbagliare strada. I meandri del fiume Uvac, nel sud-ovest della Serbia, appartengono a questa categoria: un paesaggio che non si concede subito, che mette alla prova la pazienza prima di rivelare la propria bellezza.





La strada per arrivarci attraversa una Serbia rurale e poco frequentata, fatta di colline, boschi e piccoli villaggi dove le indicazioni sono rare e le mappe spesso sembrano avere più fiducia nella tecnologia che nella realtà. Dopo ore trascorse a seguire percorsi incerti, tra deviazioni non segnalate e strade secondarie che sembravano portare ovunque tranne che alla destinazione, il rischio era quello di arrendersi. Poi è arrivato un incontro inatteso.


Un contadino del posto, incontrato lungo la strada, ha capito il problema senza bisogno di molte parole. Non parlava italiano né inglese, e la comunicazione sembrava destinata a fermarsi ai gesti. Ma in certi luoghi la lingua diventa un dettaglio secondario. Ha cercato un pezzo di cartone, forse recuperato da qualche imballaggio abbandonato, ha preso una vecchia biro e ha iniziato a disegnare.





Quello che ne è uscito sembrava una mappa improvvisata: poche linee, alcuni segni, nessuna indicazione scritta comprensibile. Eppure aveva una precisione sorprendente. Il punto fondamentale era uno solo: al settimo bivio, girare a sinistra.

Abbiamo seguito quel piccolo pezzo di cartone come fosse una carta geografica preziosa. Abbiamo contato i bivi uno per uno, controllando ogni incrocio, con quella sensazione sospesa di chi non sa se sta seguendo una soluzione o andando incontro a un altro errore. In un viaggio dominato da navigatori satellitari e indicazioni automatiche, quella volta la direzione era affidata alla memoria di un uomo che conosceva quelle colline da tutta la vita.


Poi, all'improvviso, il paesaggio si è aperto.


Davanti agli occhi sono comparsi i meandri dell'Uvac: un fiume che disegna curve spettacolari tra canyon calcarei e pareti ricoperte di vegetazione. Dall'alto, il corso d'acqua sembra quasi un nastro che si avvolge su se stesso, creando una delle immagini naturali più sorprendenti dei Balcani. Non è soltanto un panorama da osservare, ma un luogo che dà immediatamente la sensazione di essere arrivati in un punto rimasto lontano dal rumore del mondo.





Forse è stata la fatica del percorso, forse il tempo trascorso a cercarlo senza sapere se lo avremmo trovato, ma quel momento ha avuto un'intensità particolare. Ci sono paesaggi che colpiscono per la loro imponenza e altri che arrivano più in profondità perché sono legati alla storia del modo in cui li abbiamo raggiunti. L'Uvac appartiene alla seconda categoria.



È stata una delle poche volte in cui ho avuto quella sensazione che viene spesso associata alla sindrome di Stendhal: non davanti a un'opera d'arte custodita in un museo, ma davanti a un'opera della natura. Una reazione quasi fisica alla bellezza improvvisa di qualcosa che fino a pochi minuti prima sembrava irraggiungibile.

Il canyon dell'Uvac è conosciuto per le sue forme spettacolari e per essere uno degli ultimi rifugi del grifone, il grande avvoltoio europeo tornato a popolare queste montagne grazie a programmi di conservazione. Ma forse il ricordo più forte resta legato al modo in cui quel luogo si è lasciato trovare. Non attraverso una segnaletica perfetta, non grazie a un percorso turistico organizzato, ma grazie a un incontro casuale lungo una strada secondaria.





Viviamo in un'epoca in cui quasi ogni angolo del pianeta sembra già mappato, fotografato e raggiungibile con pochi clic. Eppure esistono ancora momenti in cui la scoperta passa attraverso l'incertezza, attraverso una persona incontrata per caso, attraverso un gesto semplice come disegnare una strada su un pezzo di cartone.

A volte per arrivare nel posto giusto bisogna prima perdersi. E quando la tecnologia smette di funzionare, la bussola più affidabile rimane ancora quella fatta di persone, fiducia e un po' di fortuna lungo il cammino.


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