IN CERCA DEL DIVINO, UN SASSO ALLA VOLTA
- 12 lug
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Sui gradini di pietra dell'Amber Fort, alle porte di Jaipur, un uomo avanza a corpo disteso. Con la mano destra appoggia un sassolino nel punto esatto raggiunto dalle dita: è da lì che ripartirà con la prossima prostrazione.
Non è una preghiera qualunque. Si chiama dandavat pranam — "prostrarsi come un bastone", dal sanscrito danda, bastone, e pranam, atto di reverenza — ed è la forma più totale di sottomissione fisica prevista nell'induismo: fronte, petto, palmi, ginocchia e piedi tutti a contatto con il suolo insieme, il corpo rigido e allungato come per l'appunto un bastone gettato a terra. Molto più di un inchino, molto più anche del semplice namaste a mani giunte che si scambia per saluto: qui il corpo intero diventa offerta, e la postura stessa richiama l'idea dell'ego che si annulla davanti al divino, azzerato fino all'altezza della polvere calpestata da tutti.

Quello del sassolino non è un gesto casuale, ma il sistema di misurazione di questo pellegrinaggio: il devoto si stende, allunga il braccio, posa il sasso dove arrivano le dita. Si rialza, cammina fino al sasso, si prostra di nuovo da lì. Un corpo, un sasso, un paio di metri guadagnati. Poi si ricomincia, decine, centinaia, a volte migliaia di volte, in un movimento che dall'esterno sembra quasi meccanico ma che chi lo pratica descrive come tutt'altro: ogni prostrazione è un atto a sé, non la ripetizione automatica della precedente.
Nella forma più rigorosa — quella di sadhu e asceti in voto — si arriva a usare 108 sassolini, numero sacro nell'induismo quanto nel buddhismo (lo stesso che conta i grani di un mala, il rosario usato per la meditazione), spostati uno alla volta da un contenitore all'altro: un modo per contare esattamente le prostrazioni compiute prima di avanzare di un tratto, senza dover tenere il conto a mente mentre il corpo è già impegnato nello sforzo.

Questa forma itinerante si chiama dandavat parikrama — parikrama è di per sé il termine che indica il cammino circolare attorno a un luogo sacro, praticato normalmente in piedi attorno a templi o montagne — e nasce quasi sempre da un voto: si intraprende per chiedere una grazia — un matrimonio, un figlio, una guarigione — o per ringraziarla, una volta ottenuta.
Il luogo più noto in India per questa pratica è la collina sacra di Govardhan, in Uttar Pradesh, legata nella tradizione vaishnava al giovane Krishna che, secondo il racconto, la sollevò con un dito per proteggere i pastori di Vrindavan da un diluvio scatenato da Indra: 21 chilometri percorsi interamente così, in giorni o in mesi, con il corpo che si consuma sull'asfalto o sulla terra battuta mentre la fede lo tiene in piedi fra una prostrazione e l'altra. Ma non è confinata lì: di recente un gruppo di giovani ha raggiunto in questo modo il santuario di Amarnath, in Kashmir, a oltre 3800 metri di quota fra i ghiacciai dell'Himalaya, impiegando più di nove mesi di cammino — un'impresa che ha meno a che fare con la resistenza fisica, per quanto notevole, e più con una forma di disciplina interiore che in India ha un nome preciso, tapasya, l'ascesi che purifica attraverso la fatica volontariamente accettata.

Nella fotografia scattata all'Amber Fort il voto era probabilmente più personale, rivolto a un tempio interno alla fortezza. La struttura custodisce infatti al suo interno il tempio di Shila Devi, dedicato a una forma della dea Kali, dove ancora oggi si praticano sacrifici rituali simbolici e dove i pellegrini locali si mescolano ai turisti con le macchine fotografiche senza che i due mondi sembrino davvero incontrarsi.
Solo un uomo, una parete color ocra scaldata dal sole del mattino, e un sasso che segna dove ricominciare: un gesto minuscolo, quasi impercettibile a chi passa distratto, che racchiude però l'intera architettura di un pellegrinaggio — la pazienza, la misura, la ripetizione come forma più alta della preghiera.


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