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IL SANTUARIO CHE NON MI ASPETTAVO

  • 20 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

La strada tra Fort Portal e il parco nazionale di Murchison Falls attraversa una delle zone più verdi dell'Uganda occidentale. Chilometri di colline, piantagioni di tè e piccoli villaggi scorrono fuori dal finestrino mentre l'auto procede verso nord. Era un trasferimento come tanti, una lunga giornata di viaggio affidata alle mani di un driver locale, quando qualcosa ha iniziato a cambiare lungo la strada. Prima qualche persona isolata, poi piccoli gruppi, infine una presenza sempre più numerosa ai margini della carreggiata. Uomini, donne, anziani e giovani camminavano tutti nella stessa direzione. Con il passare dei chilometri il numero dei pellegrini aumentava, fino a diventare una processione continua lungo la strada.


La curiosità ha preso il sopravvento. Ho chiesto al driver cosa stesse succedendo e la risposta ha aperto una parentesi inattesa nel viaggio: erano i giorni del pellegrinaggio verso un vicino santuario, una ricorrenza che ogni anno richiamava migliaia di fedeli da diverse parti dell'Africa orientale. Senza pensarci troppo, ho chiesto di deviare dal percorso e di accompagnarmi fino a quel luogo.





La deviazione ha portato a Katoosa, nel distretto di Kyenjojo, dove la fede cattolica incontra un paesaggio fatto di pietra e vegetazione. Qui, tra enormi monoliti di granito che emergono dal terreno come sculture naturali, sorge uno dei santuari più singolari dell'Uganda occidentale. Non un edificio monumentale, ma un luogo aperto, costruito intorno alle rocce e alla memoria dei ventidue martiri ugandesi uccisi nel 1886 durante il regno di Mwanga II.


Tra questi c'è Sant'Adolfo Tibeyalirwa Ludigo, nato proprio in questa regione. Il santuario di Katoosa non è dedicato soltanto alla sua figura, ma all'intero gruppo dei martiri cattolici ugandesi, giovani uomini che nella tradizione della Chiesa furono uccisi per non aver rinunciato alla propria fede. La loro storia, iniziata alla fine del XIX secolo nel regno di Buganda, è diventata uno dei capitoli centrali della memoria religiosa del Paese.

Il cuore del sito è costituito da oltre venti grandi formazioni rocciose di granito. Ogni monolite porta il nome di uno dei martiri e l'età che aveva al momento della morte. Le iscrizioni sulla pietra trasformano il paesaggio in un archivio a cielo aperto: nomi e numeri incisi su superfici che per migliaia di anni sono rimaste immobili prima di diventare luogo di preghiera.





Camminare tra questi massi significa attraversare uno spazio in cui natura e memoria si sovrappongono. Non ci sono grandi basiliche, statue imponenti o architetture costruite per dominare il paesaggio. Sono le rocce stesse a definire il luogo, creando passaggi, angoli di raccoglimento e punti di osservazione. La pietra, elemento antico e apparentemente immutabile, diventa il supporto su cui una comunità ha scelto di conservare la propria storia.


Il 27 gennaio è il giorno della celebrazione principale, ma il pellegrinaggio comincia già nei giorni precedenti. I fedeli arrivano a piedi da diverse zone dell'Uganda e dai Paesi vicini, seguendo strade secondarie e arterie principali fino a raggiungere Katoosa. Per molti è un viaggio di fede, ma anche un momento di incontro e appartenenza, un appuntamento che riunisce generazioni diverse.





L'immagine più sorprendente è forse quella dei giovani che si arrampicano sulle enormi rocce con una naturalezza quasi sorprendente. Quelle stesse pietre che rappresentano il centro spirituale del santuario diventano anche uno spazio vissuto, attraversato, esplorato. I bambini giocano, i ragazzi si fermano a osservare, i pellegrini pregano ai piedi dei monoliti. La sacralità non è separata dalla vita quotidiana: convive con essa.

La storia dei martiri ugandesi nasce in un periodo di grandi trasformazioni. Alla fine dell'Ottocento il regno di Buganda era al centro della competizione tra potenze europee, missionari cristiani e autorità locali. L'arrivo delle nuove religioni modificò equilibri consolidati e generò tensioni profonde con il potere del re Mwanga II. Tra il 1885 e il 1887 diversi cristiani, cattolici e anglicani, furono perseguitati e uccisi.


La canonizzazione dei ventidue martiri cattolici nel 1964 da parte di papa Paolo VI ha rafforzato il loro ruolo nella memoria religiosa dell'Uganda. Oggi la loro celebrazione richiama ogni anno migliaia di persone, soprattutto nel grande santuario nazionale di Namugongo, vicino a Kampala. Katoosa rappresenta però una dimensione diversa: più raccolta, legata alla terra d'origine di uno dei martiri e immersa in un ambiente naturale che rende il pellegrinaggio ancora più particolare. Quando la folla raggiunge il santuario, il silenzio delle rocce viene interrotto dai canti e dalle preghiere. Il paesaggio cambia volto: quello che da lontano sembrava soltanto un gruppo di grandi massi diventa un luogo pieno di persone, voci e movimento. La fede si manifesta non soltanto nei gesti rituali, ma anche nella fatica del cammino compiuto per arrivare fin lì.





In un Paese dove la religione continua ad avere un ruolo importante nella vita sociale, questi pellegrinaggi sono anche momenti in cui una comunità racconta se stessa. Il viaggio verso Katoosa non è soltanto il ricordo di una persecuzione del passato, ma una pratica collettiva che continua nel presente.


A volte i luoghi più significativi non sono quelli segnati sulle mappe del viaggio. Sono quelli che compaiono lungo la strada.



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