IL RISO DEL MATTINO
- 1 ago
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Aggiornamento: 5 ago
Sono le cinque e un quarto, forse le cinque e venti, a Mandalay il tempo non ha mai questa precisione qui, e io sono già in piedi davanti al Mahagandayon, il monastero più grande — o forse è solo il più fotografato, il che a volte è un'altra cosa. Il cielo non è ancora cielo, è quella cosa grigio-lavanda che precede l'alba nel sud-est asiatico, e nell'aria c'è già l'odore del riso che bolle in pentoloni enormi, misto a quello un po' acre della legna bruciata.

I monaci escono in fila. Centinaia, mi dicono, forse ottocento, forse mille — a Mahagandayon nessuno sembra avere il numero preciso, o forse ce l'ha e non gli interessa dirmelo. Camminano scalzi, la ciotola nera stretta fra le mani, gli occhi bassi. Non è una processione per turisti, anche se ormai un po' lo è diventata: due file di obiettivi puntati, gente che scatta come se fosse allo zoo. Mi ha dato fastidio, lo ammetto, e mi sono sentito complice pur restando in disparte.
L'elemosina alimentare, il pindapata — termine pali che i monaci usano ma che i mandalayani chiamano più semplicemente soon, l'offerta del cibo — non è un evento organizzato per chi viaggia con la macchina fotografica al collo. È una pratica che affonda nelle regole del Vinaya, il codice monastico buddhista, che vieta ai monaci di coltivare, cucinare, persino di conservare cibo per il giorno dopo. Devono ricevere quello che i laici scelgono di dare. Ogni giorno. Da capo.

Tramite una guida, ho chiesto a un monaco giovane, forse vent'anni, se gli pesasse questa dipendenza totale dagli altri. Mi ha risposto che no, che è proprio questo il punto: non possedere, non accumulare, ricevere quello che arriva. Poi ha sorriso e ha aggiunto qualcosa che lei ha tradotto più o meno così — che un monaco senza ciotola è come un pescatore senza rete. Non so se sia un proverbio vero o se se lo sia inventato lì per lì, in Birmania non si sa mai.
Le donne che offrono il riso sono soprattutto anziane, alcune con il thanaka spalmato sulle guance — quella pasta chiara ricavata dalla corteccia che qui usano come protezione solare e come trucco insieme. Versano una manciata di riso in ogni ciotola, senza fretta, senza parlare, gli occhi bassi anche loro. È un gesto meccanico e insieme sacro, se una cosa del genere può esistere.

Qui bisognerebbe fermarsi un attimo e capire perché lo fanno. Nel buddhismo Theravada, che è la forma dominante in Birmania — a differenza del Mahayana diffuso in Cina o Giappone — l'atto di donare cibo ai monaci genera merito, kutho in birmano, che accompagna la persona nelle vite future. Non è carità nel senso occidentale, non è compassione verso il povero. È quasi il contrario: è il laico che ha bisogno del monaco, non l'opposto. Il monaco, ricevendo, offre a sua volta l'occasione di accumulare merito. Una specie di economia spirituale che si regge su questo scambio quotidiano, silenzioso, ripetuto ogni mattina da secoli.
A Mandalay, che fino al 1885 fu l'ultima capitale del regno birmano prima della conquista britannica, i monasteri sono ovunque, alcuni enormi come piccole città, altri minuscoli, nascosti fra le case. Il Mahagandayon in particolare è diventato negli ultimi vent'anni una specie di tappa obbligata per chi arriva con un tour organizzato — pullman che scaricano gruppi interi proprio all'ora della fila del riso, cosa che ha trasformato un momento religioso in qualcosa che assomiglia pericolosamente a uno spettacolo. Ne ho parlato con un'altra guida locale, che mi ha detto — con una certa amarezza nella voce, mi è parso — che i monaci più giovani ormai ci sono abituati, quasi non ci fanno più caso. I più anziani invece, quelli che ricordano un tempo diverso, a volte distolgono lo sguardo dalle macchine fotografiche. Non tutti i monasteri vivono questa esposizione.

C'è poi la questione del cibo stesso. Non è solo riso: alcune famiglie preparano curry, verdure, a volte dolci, e li dispongono in contenitori separati che vengono aggiunti alla ciotola o portati a parte fino al monastero. I monaci, una volta tornati, mangiano tutto insieme in un unico pasto prima di mezzogiorno — dopo quell'ora, per la regola del Vinaya, non possono più assumere cibo solido fino al mattino successivo. Un digiuno di quasi ventiquattr'ore, ripetuto ogni giorno, che a noi occidentali abituati a spuntini serali suona quasi assurdo.
La processione dura poco, forse mezz'ora, poi i monaci rientrano nei refettori e il rito si chiude. La città torna al suo traffico caotico di motorini e camioncini scoppiettanti, i venditori di frutta aprono le bancarelle, e quello che è successo davanti al monastero sembra già lontano, quasi non fosse accaduto. Ma accade ogni giorno, in centinaia di monasteri sparsi fra Mandalay e il resto del paese, con o senza turisti a guardare.

Non so se sia più significativo il gesto in sé o la sua ripetizione ostinata, quotidiana, che resiste — nonostante tutto, nonostante i pullman e gli obiettivi e la Birmania che cambia sotto una giunta militare che ha stretto di nuovo la presa negli ultimi anni. Il riso continua a passare di mano in mano ogni mattina all'alba. Forse è proprio questa ostinazione, più della cerimonia in sé, la cosa che mi porto a casa da Mandalay.


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