top of page

Il Paese più Felice del Mondo (ma i Giovani Se Ne Vanno)

  • 13 feb
  • Tempo di lettura: 5 min

Il Bhutan e la Felicità Interna Lorda: storia di un'utopia con i conti in rosso


C'è un momento, nella carriera di ogni paese piccolo e povero, in cui la necessità di inventarsi qualcosa di originale diventa urgente. Il Bhutan, recluso tra le pieghe himalayane, incastrato tra l'India e la Cina come un sasso tra due macine, ha avuto questa intuizione negli anni Settanta. Anziché misurarsi sul terreno scomodo del PIL — dove il confronto con i vicini sarebbe stato impietoso — il quarto re Jigme Singye Wangchuck ha proposto una metrica tutta sua: la Felicità Interna Lorda. In inglese, Gross National Happiness, abbreviato GNH, acronimo che suona più tecnico e quindi più credibile.

L'idea era, ed è, genuinamente affascinante: che il progresso di una nazione non si misuri in dollari pro capite ma in benessere psicologico, vitalità comunitaria, diversità culturale, equilibrio ecologico. Nove domini, trentatré indicatori, una metodologia sviluppata in collaborazione con l'Università di Oxford. Una cosa seria, insomma, non una trovata pubblicitaria. Peccato che i numeri reali del Bhutan raccontino una storia leggermente più complicata.



La Tana della Tigre, il simbolo turistico del Bhutan



Il paradosso del termometro

Partiamo da un dettaglio che circola raramente nei servizi entusiastici sulle testate occidentali: secondo l'ultimo rilevamento ufficiale del GNH, poco meno della metà dei bhutanesi risulta effettivamente "felice" applicando i propri criteri di misurazione. Il paese votato alla felicità come principio costitutivo dichiara, con i propri strumenti, che più della metà dei propri cittadini non raggiunge la sufficienza. Un paradosso che l'ufficio statistico nazionale ha evidentemente scelto di non enfatizzare nelle comunicazioni internazionali.

E la Banca Mondiale, che finanzia parte della raccolta dati e quindi non ha interesse a fare la morale, ha osservato con franchezza che lo sviluppo economico bhutanese ha sì ridotto la povertà materiale, ma ha anche prodotto un declino del benessere psicologico, un indebolimento dei legami comunitari, un'erosione della spiritualità collettiva. Come se il paese stesse importando i problemi della modernità senza avere ancora le risorse per gestirli. Forse esiste un ritmo ottimale di sviluppo, oltre il quale si perde qualcosa che il PIL non sa misurare ma che il GNH registra con puntuale sconforto.



Qualcuno in Bhutan la felicità sembrerebbe averla trovata



Un solo motore, e non è tuo

L'economia bhutanese regge su un pilastro solo: l'idroelettrico, venduto quasi interamente all'India. Le dighe sulle cascate himalayane producono la quasi totalità delle entrate statali, attraggono i capitali indiani per la costruzione di nuovi impianti, e restituiscono all'India stessa la corrente che illumina il Bihar e il Bengala. Una simbiosi elegante, dal punto di vista indiano. Il Bhutan usa una propria valuta, il ngultrum, ma questa è agganciata alla rupia in rapporto fisso. Le importazioni vengono dall'India. Le esportazioni finiscono in India. Il debito pubblico — gonfiato proprio dai prestiti per costruire le dighe — è in larghissima parte dovuto all'India.

Il settore che genera quasi tutto il reddito nazionale impiega direttamente meno dell'uno per cento della forza lavoro. L'agricoltura, invece, coinvolge la maggioranza assoluta della popolazione attiva ma contribuisce in modo marginale al PIL, e metà del cibo consumato nel paese deve essere importato. I terreni sono impervi, la meccanizzazione scarsa, i mercati lontani. Il Bhutan coltiva la propria felicità su suoli difficili e integra la dispensa dal vicino che governa di fatto la sua economia.



Architettura tradizionale: National Memorial Chorten, Thimphu



La fuga dei cervelli, ovvero: votare con i piedi

Se c'è un dato che il governo bhutanese ha definito "crisi esistenziale" — parole del primo ministro Tobgay davanti al parlamento — è quello dell'emigrazione giovanile. Su meno di ottocentomila abitanti totali, oltre sessantamila bhutanesi vivono oggi all'estero, la grande maggioranza in Australia. Non si tratta di una diaspora casuale: chi parte è giovane, istruito, spesso dipendente pubblico. Insegnanti, infermieri, medici, funzionari. La crème che il sistema educativo ha formato con fatica ha semplicemente confrontato il proprio stipendio in ngultrum con le offerte del mercato del lavoro australiano, e ha fatto i bagagli.

Le conseguenze si sentono nei reparti ospedalieri, dove la carenza di medici ha costretto gli infermieri a prescrivere farmaci in autonomia — pratica documentata e allarmante in un sistema sanitario che era stato, fino a pochi anni fa, uno dei vanti del modello GNH. Nelle scuole mancano gli insegnanti, e il ministero dell'Istruzione ha dovuto chiedere ai pensionati di rientrare in servizio. Il governo ha varato un programma di incentivi al rientro, ma i risultati sono stati modesti: su decine di migliaia di emigrati, i rimpatriati che hanno trovato un lavoro si contano in poche decine. Per lo più nell'ospitalità turistica — che è il settore dove il GNH si vende meglio, anche ai propri cittadini.

Il paradosso finale è che le rimesse degli emigrati in Australia sono ormai diventate una fonte di valuta estera di primaria importanza per l'economia bhutanese. Il paese che ha teorizzato la felicità collettiva come alternativa alla crescita economica dipende, per sopravvivere, dai trasferimenti di chi è andato a cercare altrove quello che a casa non trovava.



In Bhutan il buddhismo pervade molti aspetti della vita, non solo quella dei monaci



Il carbonio che non mente

C'è almeno un primato bhutanese che regge all'esame dei fatti: il paese è genuinamente carbon negative, cioè assorbe più anidride carbonica di quanta ne emetta. I boschi coprono quasi tre quarti del territorio, la costituzione garantisce che questa copertura non scenda mai sotto il sessanta per cento, e la quasi totalità dell'elettricità è idroelettrica. Il saldo carbonio è verificato, certificato dall'UNFCCC, reale. Insieme a Suriname e Panama, il Bhutan è uno dei pochissimi stati al mondo che possano vantare questo risultato.

Va detto, per onestà, che il risultato è più facile quando sei un paese piccolo, montano, poco industrializzato e scarsamente popolato. Il merito politico c'è — la norma costituzionale sulla copertura forestale è una scelta precisa e coraggiosa — ma la struttura del paese aiuta enormemente. Resta comunque il contributo più autentico e meno contestabile che il Bhutan offre al dibattito globale sulla sostenibilità.



Compito in classe, in un campo da basket all'aperto



Quello che il Bhutan ha capito davvero

Sarebbe sbagliato liquidare il GNH come pura propaganda. L'idea che la crescita economica non sia un fine ma un mezzo, che il benessere umano abbia dimensioni non monetizzabili, che la politica pubblica debba rispondere a domande più complesse del PIL pro capite — tutto questo è serio, e ha influenzato il dibattito globale sugli indicatori di sviluppo, dal Rapporto ONU sulla Felicità alle scelte di bilancio della Nuova Zelanda.

Il problema è che il Bhutan ha usato il GNH anche come schermo: un brand potentissimo che ha oscurato la dipendenza dall'India, la monocoltura idroelettrica, i limiti di un sistema che rimane, nella sostanza, una monarchia dove il re non è solo un simbolo. Il GNH ha funzionato magnificamente come strumento di soft power — ha convinto intere generazioni di giornalisti occidentali a fare il viaggio a Thimphu e tornare con storie di gho colorati, monasteri sull'orlo degli abissi e sorrisi al tramonto. Meno bene ha funzionato come risposta alle domande di un laureato bhutanese di trent'anni che confronta il proprio stipendio con le offerte del mercato australiano.

Il primo ministro Tobgay ha ammesso con onestà disarmante che sì, il paese deve far crescere la propria economia. Che il GNH rimane la bussola, ma che la bussola da sola non paga gli stipendi. Nel frattempo, la Gelephu Mindfulness City attende investitori stranieri e all'aeroporto di Paro i voli per Sydney partono pieni.

Il Drago del Tuono, simbolo del Bhutan, ruggisce ancora sulle bandiere di Thimphu. Per sentirlo, però, bisogna chiamare in Australia.

Commenti


Copyright Roberto Cornacchia 2007-2026

bottom of page