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IL PAESAGGIO COME SFONDO

  • 15 mag
  • Tempo di lettura: 7 min

C'è una piccola cappella in Val d'Orcia - la Cappella della Madonna di Vitaleta - che ha resistito a secoli di agenti atmosferici avversi, a qualche violenta grandinata e a generazioni di pittori e fotografi della domenica. Recentemente deve misurarsi con un nuovo tipo di agente esterno: una ragazza di Chengdu con uno stick da selfie estensibile quanto un'antenna parabolica e la determinazione di chi sa che il tempo è una variabile relativamente importante. Dietro di lei, il paesaggio collinare più fotografato d'Italia. Davanti a lei, io, in attesa da undici minuti.



Uno dei miei diversi falliti tentativi di fotografare la cappella di Vitaleta senza intrusi
Uno dei miei diversi falliti tentativi di fotografare la cappella di Vitaleta senza intrusi


Non è un caso isolato. In Val d'Orcia, in questo periodo, chiedere a una turista asiatica di spostarsi è diventata un'attività quasi formale, con i suoi rituali e le sue etichette. Si aspetta che finisca la posa corrente, si intercetta uno sguardo, si fa un gesto verso la propria macchina fotografica, ci si scusa in anticipo con un sorriso. Loro capiscono, si spostano, sorridono, ringraziano. E un minuto dopo riprendono ad assumere nuove pose, incuranti di altri che vorrebbero fare fotografie senza loro in mezzo.


In Cina avevo già visto il fenomeno nella sua versione professionalizzata. A Jianshui, nel giardino della Famiglia Zhu, uno dei complessi residenziali Ming meglio conservati dello Yunnan, più ragazze si fotografavano e si facevano fotografare in abiti in stile antico appositamente noleggiati: l'hanfu, l'abbigliamento tradizionale Han che negli ultimi anni ha conosciuto una rinascita di moda intensa, con negozi di noleggio piazzati all'ingresso di ogni sito storico degno di quel nome. Capelli raccolti con spilloni laccati, maniche lunghe, stoffe lucenti in colori pastello. E accanto a loro, fotografi con pannelli riflettenti o luci professionali su treppiede, lì per lavoro, in mezzo alle sale affrescate. Non era improvvisazione: era un mercato strutturato con tanto di listino prezzi e sala trucco, nel cortile di una casa nobiliare del Cinquecento cinese.



Un ragazza "hanfu" si fa fotografare in un tempio cinese. L'effetto è opposto: il fotografo preferisce l'intruso al monumento
Un ragazza "hanfu" si fa fotografare in un tempio cinese. L'effetto è opposto: il fotografo preferisce l'intruso al monumento


Per capire bisogna comprendere cosa sia oggi un viaggio per una giovane donna cinese, coreana o taiwanese. In Asia orientale i social network fotografici hanno un peso nell'identità pubblica che da noi non hanno paragoni. Xiaohongshu - Little Red Book, in italiano, ma il nome non rende - è una piattaforma ibrida tra Pinterest e Instagram con oltre trecento milioni di utenti attivi mensili, frequentata principalmente da donne tra i venti e i trentacinque anni. Su Xiaohongshu i viaggi vengono documentati con una cura editoriale che molte riviste cartacee si sognano: selezione delle location, studio della luce, coerenza estetica delle immagini, didascalie calibrate. Tornare da un viaggio in Europa senza materiale fotografico di qualità non è pigrizia: è un fallimento comunicativo.


Per la generazione cresciuta con il boom economico cinese degli anni Novanta e Duemila, viaggiare in Europa rappresenta ancora — ma le cose stanno cambiando rapidamente — un traguardo economico e sociale di peso. Non è la consuetudine di chi ha il passaporto pieno di timbri dall'adolescenza. È, spesso, il primo grande viaggio internazionale, costruito con mesi di risparmio e programmazione. La fotografia davanti alla chiesupola toscana non è decorazione: è la prova materiale di un'esperienza che vale, che è avvenuta davvero, che può essere mostrata. È la versione contemporanea e ipertecnologica del portare a casa un souvenir.


Xiaohongshu: una tipica foto del diffuso social cinese
Xiaohongshu: una tipica foto del diffuso social cinese


C'è poi un dato estetico che sfugge a chi guarda il fenomeno dall'esterno. In Asia orientale esiste una vera cultura del "photo spot" — luoghi certificati sui social come degni di documentazione, con pose di riferimento che circolano online e vengono replicate quasi puntualmente. Non si tratta di mancanza di originalità: è una grammatica visuale condivisa, riconoscibile dalla propria comunità, dotata di codici precisi quanto lo erano certi generi pittorici del passato. La ragazza di Chengdu davanti alla chisetta di campagna non sta cercando la propria espressione individuale davanti al paesaggio: sta partecipando a un rito collettivo con regole consolidate. Il paesaggio non è il soggetto. È lo sfondo. Il soggetto è la persona nel paesaggio, non il paesaggio in sé.


Fin qui si potrebbe liquidare la faccenda come una specificità culturale asiatica. Poi mi ricordo della Mauritania. In un villaggio di pescatori sulla costa atlantica, avevo visitato una scuola elementare. Bambini seduti su tappeti malconci, piccole lavagnette di legno sulle quali erano scritti in caratteri arabi brani del Corano, da ripetere a memoria. Quando ho tirato fuori la macchina fotografica — gesto che in certi contesti apre porte, in altri le chiude, in Africa occidentale generalmente le apre — i ragazzi più grandi, dodici o tredici anni, si sono messi spontaneamente in posa. Non la posa rigida e composta da fotografia scolastica ma cappuccio della felpa tirato su, braccia conserte e sguardo da duro verso l'obiettivo. Anche girati di schiena, come in certi video musicali. Rapper. Posavano da rapper, con una consapevolezza estetica precisa, in un villaggio dove immagino l'elettricità arrivi a intermittenza e il wi-fi chissà come. Avevano imparato quel modo di stare davanti all'obiettivo da qualche parte — YouTube, gli smartphone, un cugino in città — e lo usavano per dirmi come volevano essere visti da uno straniero con una macchina fotografica: non come ragazzini di un villaggio di pescatori, ma come qualcuno che la modernità la conosce, che ci sta dentro, che non è fuori dal mondo.



Non sono solo gli asiatici a occupare la scena
Non sono solo gli asiatici a occupare la scena


È lo stesso meccanismo della ragazza di Chengdu, con contenuti radicalmente diversi. In entrambi i casi, qualcuno si trova davanti a un obiettivo e costruisce un'immagine di sé che non è quella casuale e spontanea del soggetto ignaro, ma quella deliberata di chi sa come vuole essere visto. Il paesaggio in Val d'Orcia come sfondo del proprio status. La felpa con cappuccio in Mauritania come costume di una modernità desiderata. La fotografia come atto identitario, non documentario.


Un'altra cosa che mi è capitata spesso in giro per il mondo, e non solo in Asia, è la richiesta di essere fotografati con le dita a V. Il gesto è così universalmente riconoscibile da sembrare antico, ma non lo è affatto. Ha una storia recente e abbastanza accidentale.

La V di vittoria risale alla Seconda Guerra Mondiale, Churchill lo usava, la BBC lo aveva adottato come simbolo di resistenza nelle trasmissioni verso i paesi occupati. Poi negli anni Sessanta americani il gesto cambia significato: diventa il segno della pace, del movimento contro la guerra in Vietnam, di una generazione che ribalta la V militare in qualcosa di opposto. È in questa versione pacifista che arriva in Giappone, portato dai movimenti antiwar della fine degli anni Sessanta. Ma lì prende una direzione che nessuno aveva previsto.



A volte, l'unica maniera per escludere gli intrusi è puntare la macchina fotografica verso l'alto
A volte, l'unica maniera per escludere gli intrusi è puntare la macchina fotografica verso l'alto


La storia più accreditata, e più bella, è quella delle Olimpiadi invernali di Sapporo, 1972. Janet Lynn, pattinatrice americana favorita per l'oro, cade durante la sua esibizione. Resta seduta sul ghiaccio per qualche secondo, poi si rialza sorridendo. In Giappone questo gesto — la sconfitta accettata con grazia — diventa immediatamente una cosa enorme. Lynn riceve migliaia di lettere di fan, viene invitata in decine di trasmissioni televisive, diventa una piccola leggenda. E in ogni sua apparizione mediatica flette le dita nel segno della pace, la V che porta dalla sua attività di attivista antiwar. I giapponesi lo vedono, lo associano al suo sorriso, alla sua leggerezza, alla sua simpatia. Lo adottano.


Il secondo vettore di diffusione è una pubblicità della Konica del 1972. Jun Inoue, cantante e personaggio televisivo, viene fotografato con le dita a V e dice in modo improvvisato «heiwa de ikou, hai pīsu» — andiamo verso la pace. Lo spot gira molto. I due canali si sovrappongono, si rinforzano a vicenda. Negli anni Ottanta, con la proliferazione delle fotocamere personali e l'esplosione della cultura kawaii — l'estetica del "carino" che percorre tutta la cultura pop giapponese femminile — la V diventa la risposta automatica all'obiettivo, equivalente del nostro "cheese". Le ragazze scoprono anche che la mano alzata accanto al viso crea un effetto ottico che fa sembrare il viso più piccolo, attributo desiderabile in un'estetica che valorizza i lineamenti minuti. Il gesto si carica di significati sovrapposti: pace, gioia, kawaii, e una piccola astuzia ottica.



In Cina, ogni luogo "instagrammabile" è preso d'assalto
In Cina, ogni luogo "instagrammabile" è preso d'assalto


Negli anni Ottanta e Novanta la pop culture giapponese — manga, anime, musica — si diffonde in tutta l'Asia orientale: Hong Kong, Taiwan, Cina, Corea del Sud. La V viaggia con lei. Poi arriva la Korean Wave, il K-pop conquista il mondo, e il gesto esce dal perimetro asiatico. Oggi lo fa un adolescente in Brasile, un bambino in Nigeria, una turista in Val d'Orcia. Nella maggior parte dei casi senza sapere nulla di Churchill o Janet Lynn. Lo fanno perché lo fanno tutti, che è la ragione per cui la maggior parte delle tradizioni sopravvive.



Questa è la foto che sono riuscito a scattare "senza intrusi"...
Questa è la foto che sono riuscito a scattare "senza intrusi"...


Quello che colpisce, è che la posa fotografica si è configurata come uno dei principali linguaggi identitari globali del nostro tempo. Non è vanità, o non è solo quello. È la risposta a una domanda precisa: chi voglio essere in questa immagine che rimarrà? La risposta cambia a seconda della cultura, del contesto, dell'aspirazione — ma la domanda è ovunque la stessa. Il fotografo occidentale che si sveglia all'alba per avere la luce perfetta e nessun passante davanti al soggetto sta facendo, nel suo piccolo, la stessa cosa: costruire un'immagine del mondo che corrisponde a come vuole vederlo, e a come vuole essere visto in esso.



E questa è la versione finale, per ottenere la quale ho dovuto ricorrere alla funzione di Lightroom "rimuovi persone" che sfrutta l'AI
E questa è la versione finale, per ottenere la quale ho dovuto ricorrere alla funzione di Lightroom "rimuovi persone" che sfrutta l'AI


L'undicesimo minuto è diventato il dodicesimo. Ho fatto le mie foto, un po' in fretta e furia, senza potermi concentrare più di tanto a cercare qualche inquadratura alternativa, La ragazza di Chengdu è tornata a invadere la scena, ha qualche posa nuova che non aveva ancora adottato da immortalare.



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