DISPACCI DALLA MAURITANIA - VII
- 24 gen
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Aggiornamento: 7 giorni fa
Dopo la notte ai piedi del monolite Ben Amera, visitiamo il villaggio nelle vicinanze che prende lo stesso nome. Un pugno di povere abitazioni, realizzate con quello che si riesce a trovare in questo angolo di mondo dimenticato da Dio e dagli uomini, soprattutto traversine ferroviarie di ferro. L'unico alito di vita lo porta il "treno del deserto", un serpente di acciaio dalle spire infinite che taglia la sabbia del deserto come una lama il burro. Infatti lo incrociamo poco più avanti. Scendiamo dai nostri mezzi per fotografarlo in azione, sta rientrando (vuoto) dalla costa verso la miniera di minerali ferrosi di Zouerat e riprenderlo da vicino (ma non troppo) significa sottoporsi a un bagno di sabbia e polvere.

Proseguiamo sempre seguendo i binari e giunti a Timichatt, dove dobbiamo consegnare i documenti che attestano il nostro passaggio alla gendarmerie locale, troviamo un altro lungo convoglio, stavolta fermo e coi tender carichi. Il treno di norma è lungo circa 2,5 km e le locomotive (spesso 3, stavolta solo 2) trascinano più di 200 vagoni del peso di circa 84 tonnellate l'uno. Usato da sempre dai locali per spostarsi, ultimamente salire sui suoi vagoni carichi è diventato di moda tra i turisti avventurosi ma dal 2024 è ufficialmente vietato agli occidentali salire sui vagoni del ferro, con multe anche ad eventuali guide che li accompagnino. Riesco perlomeno a salire su un vagone fermo, così per un attimo ho la stessa visuale che ho visto tante volte sul web.

Riprendiamo il cammino e facciamo sosta a Inal, un villaggio ancora più isolato di quelli visti in precedenza: ci sono alcune decine di edifici, la maggior parte dei quali sembra stare in piedi per miracolo. In uno di questi, sorprendentemente in condizioni decenti, facciamo la nostra pausa pranzo a base di panini e poi, mentre i driver si riposano in vista del resto del viaggio, usciamo in cerca di scorci interessanti. Pochissima gente, direi 3/4 persone in tutto, tra le quali un sorridente signore occhialuto che ci tiene a farci sapere di essere un Sahrawi, cioè uno degli abitanti originari del Sahara Occidentale, ancora sotto il controllo del Marocco nonostante gli inviti dell'ONU a risolvere la questione in maniera diplomatica il conflitto sopito benché ufficialmente ancora in corso. Del resto, il confine (la classica linea tirata col righello in un territorio desertico dagli Europei) passa a pochi km da qui, impossibile da scorgere e da monitorare.

Poi ancora tanti chilometri in mezzo al nulla, rallentati dalla gomma di uno dei nostri fuoristrada che ha bisogno di essere gonfiata di tanto in tanto. Nel pomeriggio giungiamo infine sulla strada (asfaltata) costiera che ci conduce a Nouadhibou, la seconda città per popolazione del paese, in grado di offrirci quei piccoli agi che ci fanno capire di esserci ormai lasciati alle spalle il deserto e la sua scomoda bellezza.



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