CONFUCIO E QR CODE - i
- 2 mar
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Torno in Cina dopo qualche anno (la prima volta post-pandemia) e sono veramente curioso di vedere cosa sia cambiato dalla mia ultima visita. Risposta breve: tutto. O quasi. E lo capisci già dall'aeroporto, dove il concetto di sicurezza viene preso con uno zelo spropositato. Una nostra compagna di viaggio si è ritrovata a svuotare l'intera valigia perché avevano rilevato due accendini nel bagaglio da stiva, non in quello a mano, cosa che di norma non crea problemi in altri paesi. Qui invece sì, costringendoci ad approfondite perquisizioni che manco a un talebano col giubbotto imbottito di esplosivo. Il colpo di scena arriva al controllo successivo, quando ne spunta fuori un terzo dal borsello, e un addetto — determinatissimo, bisogna riconoscerlo — ci insegue letteralmente per tutto l'aeroporto finché non ci riacciuffa. Missione compiuta. E comunque non pensiate che basti passare una volta sola sotto gli scanner: le valigie vengono radiografate più volte, e se gli addetti trovano qualcosa di sospetto ci mettono le mani dentro senza troppi preamboli. Bruschi? Un pochino. Efficienti? Assolutamente sì.

La scena forse più illuminante del viaggio però avviene sull'autobus. Un mio compagno di viaggio si alza in piedi per fare una fotografia e la guida lo invita subito a sedersi con una certa urgenza: meglio di no, dice, alla polizia non piace questo tipo di comportamento. Il nostro compagno si guarda intorno perplesso — di poliziotti non ce n'è l'ombra, nessun ufficio, nessuna pattuglia — e chiede: ma la polizia dove? La guida indica tranquillamente una telecamera sul soffitto del nostro mezzo e spiega che quella telecamera, dotata di intelligenza artificiale, registra tutto — immagini e audio — e lo trasmette in tempo reale al locale comando di polizia. E non vale solo per il nostro pullmino: taxi, mezzi pubblici, ogni veicolo è equipaggiato allo stesso modo. Sempre.

Siamo a Kunming, più di sei milioni e mezzo di abitanti ufficiali, ma probabilmente già oltre gli otto se si considerano le stime reali. Una metropoli enorme, verrebbe da pensare. Peccato che in Cina non rientri nemmeno tra le venti città più popolose — il che dà un'idea abbastanza chiara di che paese sia questo - e viene considerata una delle città più vivibili della Cina. Le strade sono ordinate, le corsie per le motociclette perfettamente tracciate, e ovunque — ma proprio ovunque — telecamere a decine se non a centinaia. L'impressione è di essere costantemente osservati. A completare il quadro, dimenticatevi Google, Facebook, Instagram e WhatsApp. Qui non funzionano (ho dovuto procurarmi una e-sim per aggirare i limiti), bloccati dal cosiddetto Great Firewall — il monumentale sistema di censura digitale con cui la Cina filtra e controlla tutto ciò che entra e che esce dalla rete. Pardon, volevo dire "protegge". Bisogna quindi adattarsi all'ecosistema digitale locale: WeChat, Alipay per i pagamenti, e via dicendo — tutte app rigorosamente approvate (e controllate) dallo stato. La sensazione che mi assale è quella di un Grande Fratello o, per chi preferisce i riferimenti cinematografici, di qualcosa che ricorda da vicino Minority Report.
Tutta questa sorveglianza a me sembra una bella fetta di privacy buttata allegramente dalla finestra, ma la nostra guida la vede in modo diverso: parla di sicurezza, di tranquillità, del fatto che donne e bambini possono girare liberamente senza preoccuparsi di nulla. Per loro il sistema è una garanzia, non una minaccia. Due visioni del mondo diametralmente opposte, anche per questo viaggiare in. Cina è sempre un'esperienza particolare.

Poi esco a piedi per la città e altri contrasti mi spiazzano. Gruppi di anziani sono assorti negli scacchi cinesi, le pedine scivolano sul tavoliere tra discussioni animate e quella che potrebbe essere una sonora bestemmia. Poco più in là, bambini chiassosi si sfidano con i pogo, quei bastoni a molla per saltellare che da noi ormai appartengono alla preistoria. A bordo strada, anzi, direttamente sulla strada, un venditore di spiedini ha trasformato la sua vecchia motocicletta arrugginita in un vero e proprio stand gastronomico: il fumo grasso e profumato si alza verso il cielo e si mescola all'aria che, nonostante il traffico, non pare per niente inquinata, vista la maggioranza di mezzi elettrici. E proprio lì accanto, quasi a farsene beffe, un food truck laccato e scintillante serve hamburger gourmet di manzo wagyu a giovani instagrammer locali, smartphone in mano e improbabili capigliature ossigenate. Oriente e Occidente, corsa verso la modernità e tradizioni resistenti. Tutto nel giro di poche centinaia di metri. Benvenuti nella Cina odierna.



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