CONFUCIO E QR CODE - V
- 6 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Partenza alle sei del mattino, la meta sono le rinomate risaie terrazzate di Duoyishu, per quello che sulla carta doveva essere una di quelle albe spettacolari che giustificano il fatto di rinunciare al sonno. Partiamo avvolti nella nebbia e arriviamo a destinazione sapendo che avremmo trovato orde di locali con lo stesso proposito: cavalletti ovunque, turisti già appostati come cecchini fotografici. Giungiamo però sufficientemente in tempo per conquistare un posto nella prima balaustra, quella con la vista migliore, e da lì aspettiamo.
Aspettiamo.
Continuiamo ad aspettare.
La nebbia non ha nessuna intenzione di spostarsi. I turisti cinesi cominciano a smontare i cavalletti uno a uno e a sparire nel nulla come fantasmi consapevoli della sconfitta. Noi no. Noi restiamo lì, testardi come muli fotografici, fino alle nove, l'orario entro cui, ci hanno assicurato, nella maggior parte dei casi la nebbia si dissolve. Oggi evidentemente non è la maggior parte dei casi.

Piano B, quindi. Si va al mercato di Shengcun, che era stato inserito nel programma proprio per situazioni del genere. E invece si rivela essere il vero clou della giornata. Centinaia di bancarelle, migliaia di persone, un caos meraviglioso e profumato di frutta, spezie, animali vivi e tessuti colorati. Tra la folla spiccano i costumi tradizionali delle minoranze Hani e Yi, che a queste latitudini sono indossati quotidianamente. Contrattano, discutono, ridono, trasportano gerle o sacchi enormi con un'eleganza inspiegabile. Fotografarli non è sempre semplice: qualcuno scuote la testa, ma con un po' di pazienza, un sorriso e un'insistenza gentile, spesso si riesce comunque a ottenere quello che si cerca. E poi, a un certo punto, nel mezzo del mercato compare un treruote. Dietro, giovani che urlano e festeggiano. Ci spiegano che è un addio al nubilato, e prima ancora di capire bene cosa stia succedendo, alcuni di noi si ritrovano coinvolti nei festeggiamenti, trascinati dentro da quella generosità un po' caotica che hanno le celebrazioni di strada.

Da Shengcun ci spostiamo verso Azheke, uno dei pochi posti rimasti dove resiste l'architettura tradizionale Hani, fatta di case con spessi tetti di paglia che le fanno sembrare dei funghi giganti, qui non ancora rimpiazzate dal cemento anonimo che ha divorato buona parte della regione. E si sente, camminandoci dentro, la differenza tra un posto che è ancora vivo e uno che è stato conservato per fini museali. Azheke è disordinato nel modo giusto: panni stesi tra una casa-fungo e l'altra, odori di cucina che escono dalle piccole finestre, bambini che giocano e donne e uomini che vanno o fanno ritorno dal lavoro nei campi. Dopo pranzo ci aggiriamo per le stradine del villaggio e nella piazza principale troviamo un gruppo di ragazze che si stanno esercitando in una danza tradizionale, non un'esibizione per i turisti. Azheke si affaccia direttamente su risaie terrazzate, quelle per cui tutta questa zona è famosa nel mondo. Il problema è che la nebbia, la stessa di stamattina, ha deciso di non andarsene neanche qui. Ogni tanto si solleva un poco e lascia intravedere qualche terrazza, un bordo lucido d'acqua, la geometria irregolare e ipnotica di quei gradoni che scendono lungo il versante, e poi ridiscende, come per farsi beffe di noi. Ci proviamo in tutti i modi: giriamo tutto il villaggio tenendo sempre un occhio puntato verso le risaie, poi usciamo fuori dall'abitato cercando punti di vista migliori, saliamo, scendiamo, aspettiamo fermi qualche minuto sperando in uno squarcio.

La nebbia sale. La nebbia scende. Si ritira di qualche metro e poi ci ripensa. Ogni volta che sembra sul punto di concedere qualcosa, si ricompatta e copre tutto con quella soddisfazione silenziosa di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico. Torniamo a mani abbastanza vuote sul fronte fotografico delle terrazze, ma con la sensazione di aver visto un posto che vale la pena di ricordare anche senza lo scatto perfetto.
Il pomeriggio si chiude al belvedere di Bada, e qui finalmente la nebbia decide di fare un piccolo gesto di buona volontà. Si alza abbastanza da rivelare lo scenario nella sua interezza e quello che si vede sono risaie terrazzate che si dispiegano davanti agli occhi in tutta la loro assurda grandiosità, gradino dopo gradino, un'opera collettiva costruita a mano nel corso di secoli dal popolo Hani che da quassù sembra quasi impossibile da credere. Però la nebbia non si è levata del tutto, rimane sospesa quel tanto che basta per coprire il cielo e impedire al sole di fare quella cosa meravigliosa per cui queste risaie sono famose: specchiarsi nell'acqua dei terrazzamenti e trasformare tutto in un mosaico di riflessi dorati quasi irreale, che sembra opera di un'ardita e immaginifica post-produzione fotografica e invece è semplicemente il tramonto che fa il suo lavoro su distese d'acqua ferma.

Domattina avremo l'ultima possibilità, il cielo di stanotte, con qualche stella, ci lascia ancora qualche barlume di speranza.



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