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SCHIAVI DI CRISTO TATUATI

  • 17 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Stavo scendendo verso la Valle dell'Omo - era il mio primo viaggio in Etiopia - quando mi sono imbattuto in loro. Una zona di piantagioni di tè, una strada che serpeggiava tra il verde scuro delle colline, e all'improvviso quelle croci sul viso. Un segno che appartiene a un altro tempo, portato con normalità assoluta.



Giovane donna con la croce copta sulla fronte
Giovane donna con la croce copta sulla fronte


Il tatuaggio cristiano in Etiopia non è una moda né una scelta estetica. È qualcosa di molto più antico e molto più concreto, e per capirlo bisogna fare qualche passo indietro.

L'Egitto è stato una delle culle del Cristianesimo. Quando gli Arabi lo invasero nel 639, gli egiziani cristiani - da allora chiamati copti - diventarono nel tempo una minoranza soggetta a ogni genere di sopruso. La pratica di incidere simboli cristiani sul corpo era già presente in Egitto dal 2000 a.C., ma fu una setta di cristiani radicali, i Montanisti, a trasformarla in atto politico: si marchiavano le mani con simboli della fede definendosi "schiavi di Dio", trasformando un segno di devozione in un atto deliberatamente provocatorio. In tempi di persecuzione, dichiarare così apertamente la propria fede era qualcosa che si avvicinava allo sprezzo del pericolo. Alcuni storici medievali documentano addirittura la pratica di marchiare i bambini copti con il ferro rovente - non tatuaggi, ma vere e proprie bruciature a forma di croce su fronte, tempie e braccia.



Le belle piantagioni di tè
Le belle piantagioni di tè


In Egitto questa tradizione è quasi del tutto scomparsa, sopravvivendo appena nelle campagne. In Etiopia, invece, si è mantenuta viva, e il motivo ha una spiegazione precisa. Nel Medioevo, quando le incursioni arabe raggiungevano anche queste regioni, le famiglie etiopi cominciarono a tatuare una croce sulla fronte dei propri figli per renderli meno appetibili sul mercato degli schiavi: un musulmano non avrebbe pagato lo stesso prezzo per un bambino che portava sul viso il simbolo dell'infedeltà. La croce come documento d'identità, come assicurazione contro la vendita. Da questo nacque il paradosso racchiuso nel titolo: schiavi di Cristo, appunto, per non diventare schiavi di qualcun altro.


L'istituzionalizzazione del tatuaggio cristiano in Etiopia ha anche una data precisa. Nel XV secolo, l'imperatore Zara Jacob decretò che ogni cristiano dell'impero dovesse portare una croce - non necessariamente tatuata, ma visibile. Da quel momento il segno si è moltiplicato nelle forme e nei significati. I tipi di croce variano per regione e per stile: axumita, di Lalibela, di Gondar, con reticoli aperti che simboleggiano l'eternità, ciascuna con le sue proporzioni e la sua grammatica visiva. Non è un caso che la chiesa scavata nella roccia a Lalibela abbia essa stessa la forma di una croce vista dall'alto - in Etiopia la croce non è solo un simbolo, è una forma del mondo. Anche il posizionamento del tatuaggio segue regole non scritte. Le donne portano la croce sulla fronte, sul mento, sul collo o ai polsi; gli uomini sul petto, sulle spalle, sulle mani. La variante regionale è marcata: gli altopiani dell'Amhara e del Tigray hanno i loro stili, le aree Oromo i loro, i gruppi del sud ancora altri. In molte comunità il tatuaggio sul viso indicava anche lo stato civile di una donna, la sua appartenenza etnico-religiosa, a volte persino la sua fertilità. Un sistema di comunicazione non verbale leggibile da chiunque condividesse quel codice.



Croce sotto l'ombrello
Croce sotto l'ombrello


La tradizione del tatuaggio cristiano non è rimasta confinata all'Africa. A Gerusalemme esiste la bottega di tatuaggi più antica del mondo, Razzouk Tattoo, aperta dal 1300 e gestita dalla stessa famiglia copta per ventisette generazioni. Hanno tatuato pellegrini per sette secoli, con blocchi di legno intagliato tramandati di padre in figlio, e nei loro archivi si trovano 168 matrici originali. Tra i loro clienti, negli anni Trenta del Novecento, c'era anche Hailé Selassié. Nel tratto di strada tra le piantagioni di tè e la Valle dell'Omo, quelle croci tatuate sul viso delle donne incontrate per caso portavano tutto questo con sé, senza che nessuno sentisse il bisogno di spiegarlo.

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