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FOTORACCONTO GHANA APRILE 2023

(per vedere le didascalie, clicca sulle immagini delle slideshow)
I

Primo giorno di trasferimento in aereo, con lungo stop over a Istanbul. Poiché la Turkish Airline a chi ha soste aeroportuali molto lunghe offre il pernottamento gratuito o, in alternativa, la partecipazione a tour in pullman di alcune ore, opto per la seconda opzione scegliendo un tour che mi porta in zone della capitale turca che non ho mai visitato in precedenza (ci ero già stato due volte, per un totale di 7 giorni circa) e torno nell'alberghetto nel centralissimo quartiere di Sultanhamet in cui ero stato anche ad aprile scorso, di passaggio per il Pakistan. Non tiro fuori nemmeno la macchina fotografica dallo zaino, completo relax.

 

Dopo le non semplicissime procedure per l'ottenimento del visto on line (ne sa qualcosa una mia amica), l'entrata in Ghana è piuttosto veloce. Solo una cosa mi sorprende: prima del controllo passaporti, c'è il controllo sanitario dove chiedono se si è in regola con la vaccinazione per la febbre gialla. Consegno il certificato vaccinale e l'addetto, prima di restituirmelo, mi chiede qualcosa che non capisco. Chiedo di ripetere ma di nuovo mi sfugge, evidentemente devo ancora abituarmi all'accento locale. Quasi spazientito, cambia domanda e stavolta capisco subito: "Hai qualche regalo per me?". È bastato un semplice "no" per proseguire indenne al controllo successivo. Quando arrivo ad Accra è già buio.

Welcome to Africa!

II

Svegliato dai tuoni di un acquazzone tropicale, si parte in auto di buon mattino alla scoperta di una terra ricca di sorprese. E subito s'improvvisa perché la prima visita non era programmata: scorgo un'insegna che recita "coffin art" (arte delle bare) e chiedo al driver di fermarsi. È il laboratorio di un artigiano specializzato nel realizzare bare su richiesta, di norma raffiguranti la professione o una passione del defunto. In corso di esecuzione c'è una bara a forma di Bentley e una a forma di cobra. A onor del vero, la visita a questi workshop è programmata nell'ultimo giorno del viaggio, pertanto rimando all'ultima tappa per gli approfondimenti.

La giornata odierna è dedicata alla ricerca dei posuban, un tipo di santuario/tempio/monumento - spesso riccamente colorati e decorati - in cemento che si trova solo in Ghana, nei territori del popolo Fante. Il nome deriva dall'unione della parola inglese 'post' e Fante 'ban' (fortificazione). Questi santuari sono opera delle compagnie asafo, le unità militari patrilineari tipiche della maggior parte delle società Akan. Le compagnie asafo, storicamente responsabili della difesa della città, al giorno d'oggi sono più significative per la loro funzione cerimoniale e per la loro attività e influenza nelle arti e nella politica locale. La maggior parte delle città della regione ha tra le cinque e le 12 società asafo rivali, ciascuna identificata da un numero, nome e posizione. In generale, minore è il numero dell'unità, prima è stata istituita e più è influente sul capo tribù. Ad Anomabu, ad esempio, un nuovo capo supremo presta sempre giuramento al posuban della Compagnia n. 1, che è adornato con un lucchetto e una chiave simbolici.

Molti posuban sono nati come magazzini, usati per contenere non solo le armi, ma anche le insegne della compagnia (tra cui le bandiere), e sono spesso decorati in un modo che è sia riccamente simbolico che - per l'estraneo - decisamente criptico. La ricchezza delle decorazioni varia enormemente da città a città e si potrebbe facilmente passare davanti alla maggior parte dei posuban di Cape Coast senza notarli, poiché nella migliore delle ipotesi sono decorati da un piccolo murale. A Elmina e Mankessim, al contrario, i santuari più importanti sono oggetti a più piani decorati con un massimo di dieci forme umane a grandezza naturale e abbastanza complessi nel loro simbolismo da dover richiedere diverse decine di minuti di spiegazione per coglierne tutti gli aspetti simbolici. La cosa più sorprendente dei posuban è che, nonostante la loro antichità e unicità rispetto a qualsiasi altra regione africana, hanno veramente poco di riconducibile a questo continente. Un famoso santuario di Anomabo evoca l'Africa raffigurando leoni e leopardi ma seduti accanto a una balena e diverse creature surreali simili a cervi, mentre il più famoso è costruito a forma di nave da guerra europea. Altri raffigurano marinai europei e orologi ricoperti di vegetazione, mentre un altro esempio in Elmina raffigura la storia di Adamo ed Eva. Un affascinante miscuglio di ben cinque secoli di interazione europea e africana nei porti costieri.

Non è sempre facile determinare quando questi santuari siano stati realizzati, ultimamente s'è presa l'abitudine di riportare la data sul monumento. La maggior parte sembrano aver assunto la loro forma attuale nell'era post-indipendenza: il posuban "Adamo ed Eva" a Elmina è stato reso pubblico per la prima volta a metà degli anni '60 mentre quello di Saltpond viene datato al 1685. In realtà queste strutture sono spesso soggette a rimodernamenti, rifacimenti, aggiunte o semplici riverniciature, quindi può capitare che un posuban vecchio di secoli sembra sia stato costruito l'altro ieri.

Il primo che visito è quello di Gomoa Otsew, che nemmeno la mia guida ha mai visto prima, infatti ci mettiamo un po' a trovarlo, chiedendo informazioni per strada più volte. L'indicazione giusta ce la da un locale che stava aspettando un passaggio per andare altrove ma poi decide ci accompagnarci di persona. Sarà poi lui a raccontarci la storia del santuario, mentre nel frattempo intorno al narratore (e a noi stranieri, mi sa che qua ne vedono pochi) si crea una piccola folla di locali, che evidentemente non sentivano quel racconto da un pezzo. A qualche decina di metri dal posuban vedo un edificio diverso dagli altri, con delle statue di leoni davanti all'ingresso. Chiedo se sia un luogo visitabile, mi dicono che è l'abitazione del capo villaggio ma che è assente.

 

Anche se so che è molto improbabile, chiedo se è possibile vedere la bandiera asafo della compagnia asafo locale ma mi dicono di no. Ciò nonostante, l'argomento merita un approfondimento. I Fante, per difendersi dal potente Impero Ashanti, non avevano un esercito unitario ma diversi gruppi militari distinti tra loro, legati alle compagnie asafo, non di rado in rivalità, guidate da un supì, un capo eletto a vita. Quando vennero in contatto con gli Inglesi a cui procuravano oro e schiavi, cominciarono a mettere la Union Jack - un simbolo di potere - in un angolo delle loro bandiere (frankaa), al cui interno appaiono scene che raffigurano proverbi, che dimostrano la potenza della compagnia e sche spesso sfidano esplicitamente le compagnie avversarie. Durante il periodo coloniale le compagnie asafo perdettero le loro prerogative militari ma mantennero quelle politiche e sociali, avendo influenza su salute pubblica e strade, politiche locali e cerimonie funebri, persino sull'intrattenimento. Non potendo più sfidarsi con le armi in pugno, le bandiere divennero gli oggetti attraverso i quali manifestare l'appartenenza a una compagnia, di norma fatta realizzare da un nuovo componente. Dopo l'indipendenza del Ghana, avvenuta nel 1957, sulle bandiere viene messa la bandiera del Ghana.

Il posuban successivo è quello della compagnia n. 1 di Mankessim. Riccamente decorato da una miriade di animali e personaggi, è uno dei più famosi in assoluto e forse per questo, oltre a sembrare riverniciato di fresco, per visitarlo bisogna rivolgersi a un guardiano che, evidentemente innamorato del suono della propria voce (o forse da tempo in attesa di un'audience), risulta di una prolissità da latte alle ginocchia e che la prende talmente alla larga, partendo da Adamo ed Eva fino a citare il conflitto tra Russia e Ucraina, che a un certo punto faccio di tutto per mostrarmi disinteressato alla sua spiegazione, allontanandomi e facendo foto, nella speranza di indurlo a smettere.

Ad Anomabo, città che ne annovera ben sette, mi addentro - è proprio il caso di dirlo - in un sovrappopolato quartiere di casupole, lasciando l'auto come si può visto che qui le strade, già strette di loro, non hanno parcheggi. Appena sceso dal mezzo ne vedo uno, più piccolo rispetto a quelli già visti ma molto colorato, vorrei fotografarlo ma la richiesta, in tono poco amichevole, da parte di un ceffo locale mi fa desistere. Non sembra tirare una bella aria da queste parti. La guida locale mi porta a quello più famoso, eretto in una stretta piazzetta che sovrasta, a forma di nave da guerra europea e che riporta sulla prua la data di costruzione nel 1957. Dopo un po' di ricerche, viene portato al nostro cospetto un vecchietto dall'aria simpatica che indossa una canottiera da basket talmente grande e logora che gli arriva alle ginocchia, facendogli da vestito da sera. Sembra un po' spaesato ma probabilmente è stato individuato come uno dei pochi che può ricordarsi della sua costruzione. Parla in maniera infantile, ripete spesso le stesse parole come per dar loro più forza, ma mi sembra che gli brillino gli occhi dalla gioia. 

Esploro il quartiere, una specie di slum, e nel giro di poche decine di metri mi trovo letteralmente sull'Oceano Atlantico! Le ultime casupole, minimamente protette da una parvenza di frangiflutti (di fatto costruite sulla battigia), sono letteralmente prese d'assalto dalle onde del mare: non so se in questo momento ci sia una marea particolarmente alta, non mi pare, ma l'acqua entra palesemente nelle case, addentrandosi per alcuni metri anche nei vicoli che le circondano. Mai vista una cosa del genere. Ovviamente qui sono tutti pescatori, e proprio ai piedi del posuban ce ne sono diversi che, come al solito, sono impiegati nella riparazione delle reti da pesca. Rientrati verso l'auto, vedo che si è improvvisamente creato un folto gruppo di donne, alcune molto agitate che urlano a squarciagola. Sembra sia appena passata a miglior vita una signora del posto, e le manifestazioni di dolore e cordoglio, sicuramente sentite, sono "spettacolarizzate" come una volta succedeva nel nostro Meridione. Al di là del dispiacere per la sconosciuta, è una situazione che non mi piace e sollecito un veloce allontanamento prima che prendano corpo poco amichevoli teorie complottiste.

In serata giungo nell'Eco Lodge (molto eco, poco lodge) di Benyin, le cui capacità di catering sono molto basiche. Questa la conversazione col barista/cameriere:

- Posso avere un menù?

- Non ce l'abbiamo.

- Cosa c'è di disponibile?

- Riso.

- Nient'altro?

- No.

- Carne, pollo, condimenti?

- No, solo riso.

- Ok, allora mi porti del riso fritto.

Dopo un po' mi portano riso con pollo. Misteri delle cucine africane.

Il posto se non altro è spettacolarmente piazzato di fronte all'oceano del Golfo di Guinea, con una spiaggia orlata di palme dal fusto alto e sottile. E ben ventilato, cosa assai gradita visto che in camera senza ventole e aria condizionata si soffoca.

iII

Oggi visita del villaggio su palafitte di Nzulezu, abitato da circa 500 Nzema, costruito sul laguna di Amanzule per ragioni difensive circa 400 anni fa e poi diventato un insediamento definitivo. Secondo la leggenda locale, i fondatori giunsero dal villaggio di Oulata (nell'odierna Mauritania) dell'antico Impero Ghana, inseguendo una lumaca. Un fondo di verità pare esserci visto che, pur vivendo sull'acqua, gli abitanti di Nzulezu più che la pesca prediligono l'agricoltura.

Il villaggio dista circa 5 km dalla strada più vicina ed è raggiungibile solo in canoa. Dapprima, essendo la stagione delle piogge ancora agli inizi e l'acqua del canale che porta verso Benyin piuttosto bassa, percorro un paio di chilometri a piedi sugli argini del canale, poi salgo su una canoa a motore (graditissima l'aria fresca di cui si può godere sotto un sole impietoso) che, dopo aver attraversato una zona di fitta vegetazione pluviale in cui in teoria potrebbero esserci dei coccodrilli, mi conduce al villaggio. Qui la vita si svolge sulla "main street", una passarella di traballanti assi di legno di circa 800 metri, sulla quale le persone svolgono le loro attività giornaliere, i bimbi tornano da scuola, i neonati dormono all'ombra assieme a gattini non molto più cresciuti, alcune donne si riposano letteralmente sdraiate in mezzo alla "strada", un anziano riempie un piatto di enormi larve da palma, che si agitano lentamente. Non c'è l'elettricità ma vi sono diverse parabole televisive perché le tv vengono fatte funzionare collegandosi a della batterie da auto (che di notte alimentano l'illuminazione), non mancano una scuola, un centro della comunità (dove è d'obbligo fermarsi per essere accolti dal capo della comunità - e soprattutto versare l'obolo) e qualche piccolo negozio. Ultimamente il villaggio si è aperto al turismo (pare un solo giorno alla settimana) ed è addirittura stato candidato a diventare Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO per la sua importanza antropologica: oltre a essere uno dei pochi insediamenti antichi su palafitte rimasti al mondo, vi si conserva una grande ricchezza di tradizioni locali legate al culto del lago. Sulle sponde del Tadane avvengono tutti i riti religiosi, e il giovedì, giorno sacro del lago, è vietato lavorare.

Al rientro a Benyin, visito il Forte di Apollonia, uno degli oltre 30 edifici fortificati di questo tratto di costa, in passato chiamato Costa d'Oro, fonte di grandi guadagni sul commercio dell'oro e degli schiavi da parte degli Inglesi prima e degli Olandesi poi. Non è certo maestoso come quelli che vedrò in seguito però è letteralmente deserto (anzi, ci vuole un po' per trovare il guardiano che ci lasci accedere), però al suo interno, per quanto piuttosto naif, è quasi commovente il tentativo dei locali di realizzare un piccolo museo nella speranza di attirare turisti: vi sono vistosi dipinti murali, piccole realizzazioni pare fatte dagli scolari locali e una serie di oggetti d'uso ricoperti di polvere.

Nel pomeriggio si ritorna verso est e lungo la strada si notano ogni tanto dei locali esibire una specie di enorme topo (una panteGhana?), considerato dai locali una prelibatezza. Si tratta del "ratto del bambù", una specie di grosso roditore selvatico che vive tra le canne, capace di raggiungere i 60 cm di lunghezza e sfiorare i 10 kg di peso, apprezzato per le sue carni anche in altri paesi africani e asiatici, addirittura in Gabon allevato appositamente. Non molto diverso dalla nutria che popola le nostre zone umide, piatto apprezzato in Sudamerica e negli Stati Uniti, ultimamente anche in Italia.

Nel pomeriggio giungo in un resort sulla spiaggia di Ampeni, gestito da Olandesi, dove infatti c'è qualche famiglia e gruppo di persone dalla carnagione nordica. Non esattamente il tipo di luogo che vado cercando nei miei viaggi ma, se non altro, essendo proprio sulla spiaggia, è battuto da una salvifica brezza marina pomeridiana che, viste le temperature sempre ampiamente sopra i 30°, è sempre molto gradita.

iV

Oggi giornata dedicata alla visita di Elmina e del suo castello, l'edificio europeo più antico dell'Africa subsahariana, uno dei due siti patrimonio dell'umanità dell'UNESCO del paese. Fatto costruire da Giovanni II del Portogallo nel 1482, è il primo caso di presenza permanente degli Europei in Africa Occidentale, un fatto che esercitò subito un notevole impatto sulla regione e sulle popolazioni circostanti. Su sollecitazione portoghese, Elmina si dichiarò uno stato indipendente il cui governatore prese il controllo degli affari della città. Al popolo di Elmina fu offerta protezione contro gli attacchi delle vicine tribù costiere, con le quali i Portoghesi avevano rapporti molto meno cordiali (anche se erano amichevoli con le potenti nazioni commerciali dell'interno africano). Se qualche locale tentava di commerciare con una nazione diversa dal Portogallo, i Lusitani reagivano con brutalità, spesso formando alleanze con i nemici della nazione traditrice. L'ostilità tra i gruppi aumentò e l'organizzazione tradizionale delle società indigene soffrì, soprattutto dopo che i Portoghesi introdussero le armi da fuoco, il cui impatto sulla storia militare dell'Africa cominciò appunto in questo periodoIl commercio con gli europei contribuì a rendere alcuni beni, come tessuti e perline, più disponibili per le popolazioni costiere, ma il coinvolgimento europeo interruppe le tradizionali rotte commerciali tra le popolazioni costiere e le popolazioni dell'entroterra, eliminando gli intermediari locali. Mercanti di altre tribù, popoli ed etnie gonfiarono la popolazione di Elmina, attirati dalla possibilità di commerciare con i portoghesi che gradualmente stabilirono un loro monopolio sui commerci dell'Africa occidentale.

Fin dagli inizi, i Portoghesi decisero che il Castello non si sarebbe occupato del commercio di schiavi, preferendo concentrarsi sull'estrazione dell'oro e sulle rotte commerciali dell'entroterra che avrebbero risentito delle guerre necessarie per catturare gli schiavi. Si limitarono quindi a farne un punto di deposito e trasbordo per destinazioni future, raccogliendo le spedizioni di prigionieri che provenivano dai vicini Benin e Sao Tomé, di norma catturati nell'entroterra dalle popolazioni africane costiere e poi venduti ai Portoghesi in cambio di cavalli e tessuti. I Portoghesi di norma nominavano un governatore che durava in carica per tre anni, con ampi poteri su tutto il territorio sotto il dominio lusitano. All'inizio del XVI secolo, all'apice del commercio dell'oro, dalla cosiddetta Costa d'Oro venivano esportate annualmente 24.000 once del prezioso metallo, circa un decimo della produzione mondiale dell'epoca, benché le imbarcazioni portoghesi dovessero difendersi dagli attacchi dei corsari francesi e inglesi. Nel 1568 ebbe inizio la Guerra degli Ottant'anni tra l'Impero Spagnolo (in cui era confluito il Portogallo) e l'Olanda. Dopo un primo tentativo fallito nel 1596, gli Olandesi conquistarono il forte nel 1637 e elessero Elmina a propria capitale della Costa d'Oro olandese, rendendola il fulcro della tratta degli schiavi fino al trattato del 1814 che la abolì. Ora, dopo aver ospitato per anni una scuola militare, il Castello è un museo e un'attrazione turistica, particolarmente visitata dagli afroamericani, come testimoniato dalle numerose corone di fiori e altre offerte depositate nelle varie sale in cui venivano detenuti gli schiavi, di cui le guide locali spiegano dettagliatamente le inumane condizioni di vita a cui erano sottoposti gli sfortunati coinvolti nella tratta.

Ma, per quanto sia una visita toccante, per me il vero highlight della giornata è l'animatissimo mercato del pesce, che si svolge a poche decine di metri dal Castello e offre uno spettacolo umano impareggiabile: migliaia di pescatori, compratori e rivenditori si affollano sulle banchine che danno sulla laguna che separa la Old Town dalla New Town, gridando prezzi di vendita o acquisto, spostandosi con pesanti carichi di pescato in precario equilibrio sulla testa in un caleidoscopio di colori, frastuono e odori forti che possono stordire le narici più delicate.

Anche la città, che ospita in cima a una collina la prima chiesa cristiana eretta nel paese e ha le strade più antiche ancora punteggiate di malconci edifici coloniali, merita di essere scoperta con calma a piedi, magari andando alla ricerca dei posuban locali che, pur presenti, paiono ricevere meno attenzioni dai propri indaffarati cittadini di quelli visitati in precedenza. Poi il cielo s'incupisce ma se da un lato è una benedizione perché mi sottrae agli spietati raggi del sole africano (pure il driver si lamenta dell'inusuale temperatura asfissiante), dall'altra parte minaccia una violenta scarica d'acqua (che poi non si verificherà subito) che mi fa propendere per un rientro anticipato al resort, non prima di aver importunato l'ennesimo barbiere locale per le foto di rito che amo raccogliere in ogni viaggio.

V

Oggi visita al Castello di Cape Coast, assieme a quello di Elmina il più famoso dei 30 forti/castelli della Costa d'Oro. La storia dei due edifici, per forza di cose, si somiglia molto, differenziandosi solo per il fatto che qui vi sono stati anche gli Svedesi. Però la visita in questo luogo è più lunga e approfondita, sia perché la guida spiega molti dettagli - specie sulla tratta degli schiavi - e sia perché i visitatori sono molto interessati, ve ne sono alcuni che riprendono tutto con la videocamera e spesso fanno domande di approfondimento. Alcuni di loro sono americani di origine africana, sembra quasi stiano girando un documentario e nelle varie stanze in cui venivano segregati gli schiavi in attesa di essere deportati sono stati depositate diverse corone di fiori mortuarie e offerte di altro genere (soprattutto bottiglie, cosa tipica delle offerte voodoo), in ricordo di chi ha perso la vita tra queste mura o nel prosieguo del viaggio. Fa un caldo umido insopportabile, le stanze - nonostante siano al buio e costituite da mura spessissime, sembrano dei forni e ogni volta che si passa dal cortile, dove giunge la brezza marina, si prova refrigerio. Stare rinchiusi in questi antri, nelle calca e nelle infime condizioni igieniche, dev'essere stato un vero inferno.

Dopo la visita al castello, scendo nella spiaggia antistante, ancora popolata dalle barche dei pescatori che, ormai venduto il pescato, stanno tirando a riva le pesanti e colorate imbarcazioni. C'è anche una grande barriera frangiflutti a protezione del porto, dove le onde dell'oceano sbattono abbastanza violentemente, e ci sono orde di ragazzini che ti seguono, ti chiedono per quale squadra di calcio tifi per poi chiederti una "donazione" per la loro squadra, con tanto di quaderno in cui segnare i nomi (e le cifre versate) dei generosi donatori.

Di nuovo pomeriggio on the road, per tornare verso est, ad Amrahia, ufficialmente parte di Accra ma in realtà a circa 30 km dal centro della capitale, che è molto popolosa (poco più di 4 milioni di abitanti) ma soprattutto molto vasta (pochi grattacieli e palazzoni), come ben avevo notato giungendovi in aereo, quando un'interrotta serie di quartieri si notava a discesa ben lungi dall'essere completata.