Copyright Roberto Cornacchia 2007-2019

< pagina precedente

 

 

II - ACCOLTI COME RE

 

Oggi abbiamo previsto la prima tappa cestistica, la visita alla sede dell’Olimpia Lubiana, la squadra della capitale slovena che tanti assi ha fornito alla pallacanestro slava, soprattutto in epoca recente. Terra dove crebbe uno dei padri del basket balcanico come Ivo Daneu, la Slovenia è forse l’unico degli stati dell’ex-Jugoslavia dove la pallacanestro possa essere considerato il primo sport, o almeno alla pari del calcio che invece, in tutti gli altri, è il dominatore incontrastato. L’Olimpia, dalle caratteristiche divise verdi, è da sempre nell’elite delle squadre slave: vincitrice di una Coppa delle Coppe nel ’94, sei scudetti tra il ‘57 e il ‘70 in epoca jugoslava e dominatrice incontrastata del campionato sloveno che si disputa dal 1992, è stata per anni una presenza costante tra le avversarie europee della Virtus.

 

Tra le sue fila hanno militato giocatori che hanno poi indossato la canotta con la V nera sul petto come l'amato e vincente Radoslav Nesterovič ma anche Jure Zdovc, Marko Milič, Sani Bečirovič, Vlado Ilievski e Mirza Begić. Tra gli assi che hanno lasciato tracce negli annali dell’Olimpia, vi sono anche Peter Vilfan, giocatore degli anni ‘70/80 ora Ministro dello Sport, Gregor Fučka, italianizzato in giovanissima età e poi per anni nel nostro campionato e nella nostra Nazionale e nostre vecchie conoscenze come Emilijo Kovačić, Marko Tušek, Boštjan Nachbar, Sandro Nicević e Vladimir Dašić. Ai tempi in cui governava Tito, la Jugoslavia era divisa in sei Repubbliche Socialiste, in pratica coincidenti con i sei stati che sono sorti al termine della Guerra dei Balcani, e le squadre dei capoluoghi – ora capitali - erano immancabilmente l’espressione dell’intera regione. L’Olimpia Lubiana ne era l’esempio più lampante: ogni giocatore di un certo valore che nasceva nel territorio sloveno era implicitamente destinato a diventare un giocatore dell’Olimpia. L’unica eccezione di un certo valore fu Peter Vilfan, originario di Maribor, che non rispose alla convocazione dell’Olimpia. La società non se ne preoccupò, certa che il giocatore non sarebbe potuto andare altrove, cosa che invece Vilfan fece, accasandosi presso la Jugoplastika di Spalato. Sarebbe diventato un giocatore dell’Olimpia in seguito.

 

Tramite un amico che organizza un torneo estivo cui partecipa anche l’Olimpia, ottengo la mail del General Manager. Gli scrivo, gli spiego che siamo interessati a visitare la società e lui mi gira all’impiegata Darja. Visitando il sito della squadra, operazione d’ingegneria sociale che mi sono sempre curato di svolgere e i cui effetti benefici si vedranno nel corso del viaggio, scopro che è l’ex-capo delle cheer leader, e ovviamente non può che essere di bell’aspetto. Capite le nostre esigenze, Darja ci promette che il giorno del nostro arrivo l’addetto stampa Matej sarà a nostra disposizione, appuntamento alle 9:00.

 

La sera prima ci siamo coricati già pensando a una ricca colazione in terrazza ma la pioggia ci costringe a desistere, meno male che nella giornata non sono previste visite outdoor. Passiamo quindi al generoso buffet, dove ci rimpinziamo al limite perché, come dice un amico di Luca, “quando fai colazione in albergo, ci devi guadagnare”. Parole da scolpire nel bronzo e che non esitiamo a eleggere motto di vita. Partiamo per tempo: abbiamo l’indirizzo ma non sappiamo bene cosa cercare, se un ufficio, una palestra o qualcos’altro. Tergiversiamo un po’ nell’investigare nei palazzi che ci sembrano corrispondere al civico che ci risulta, prima di capire che la sede è presso la Stozice Arena, il nuovo palazzetto dello Sport da 12.480 posti che è il campo dell’Olimpia dal 2010. Una volta capito è facile individuare l’imponente struttura, meno trovare la sede della società. Mentre circumnavighiamo l’edificio, Luca trova qualcuno che gli spiega che bisogna scendere per delle anonime scale in metallo a qualche decina di metri dalla  struttura e finalmente troviamo la porta giusta.

 

Ci accoglie Matej, un simpatico ragazzo più giovane di noi ma ugualmente cresciuto a pane e basket, col quale ci divertiamo, punzecchiandoci a vicenda, a ricordare giocatori comuni e passati scontri diretti tra le nostre squadre del cuore. Ci mostra il campo attorno al quale fervono i preparativi per gli imminenti Campionati Europei, che saranno disputati circa un mese dopo la nostra visita, di cui la Stozice Arena sarà il campo principale. Poi ci mostra gli spogliatoi, i campi di allenamento, la sala pesi, fino alla sala stampa e agli uffici. Purtroppo non hanno una sala dei trofei: il precedente General Manager non se ne era mai curato, ora il nuovo vorrebbe farlo ma potrà dedicarvisi solo dopo gli Europei. Con Matej si discute su cosa si regga una squadra come l’Olimpia, se paga il campo che la ospita. Ci fa capire che i soldi sono pochi e che quelli che si raccolgono sono usati per cercare di fare la squadra migliore possibile. Per il campo, poiché l’attuale sindaco della città è un ex-giocatore dell’Olimpia così come il già citato Vilfan è Ministro dello Sport, in pratica è gentilmente concesso dall’alto…

 

La visita e l’accoglienza sono state ottimali, ci mancherebbe solo di poter visitare la storica Tivoli Hall, il campo sul quale l’Olimpia ha giocato per 45 anni e quello che abbiamo visto in televisione decine di volte. Lo accenniamo a Matej il quale, disponibilissimo, ci carica sull’auto aziendale e ci porta all’altro palazzo. Anche qui fervono i preparativi per gli Europei ma abbiamo, come alla Stozice Arena, modo di scendere in campo e anche di ammirare la polverosa, ma per me fascinosa, palestra secondaria, dai sedili di legno pieghevoli come i cinema di una volta e le gradinate ripide che facevano sembrare il pubblico incombente sui giocatori. Prima di andarcene chiediamo a Matej quanti tifosi stranieri gli chiedano di visitare la sede come gli abbiamo chiesto noi. Ci risponde che di slavi ogni tanto qualcuno ce n’è ma che siamo i primi italiani in assoluto, come stranieri secondi solo a un gruppo di greci. Lo salutiamo e ci scambiamo gli indirizzi di mail: intendiamo rimanere in contatto con lui perché Lubiana, in fin dei conti, è a 4/5 ore di auto da Bologna e, un salto per una partita, magari un bel derby slavo, non è per niente da escludersi.

 

Ancora autostrada e in meno di un paio d’ore siamo nella seconda capitale del nostro percorso, Zagabria. Il primo ostello in cui cerchiamo posto è pieno, ma ne troviamo un altro vicino alla stazione dei treni che dispone pure di un parcheggio interno gratuito. Vicini al centro, lo raggiungiamo a piedi, passando davanti al drammatico monumento in stile socialista/realistico ai Partigiani della II Guerra Mondiale (o delle vittime degli ustascia), di fronte al Padiglione Espositivo. La piazza principale è dedicata a Ban Jelačić, l’eroe che sconfisse gli Ungheresi nel 1848 e la cui statua equestre, rimossa in epoca titina e riposizionata al suo posto - per quanto con la spada non più rivolta verso l’Ungheria - quando la Croazia è diventata indipendente, domina la scena.

 

Alle spalle della piazza sorgono, nel cosiddetto Kaptol, la Città Alta, la gotica Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine, dalle guglie gemelle e con l’antistante fontana con in cima una statua dorata di Maria, e la piazza dove si tiene il Dolac, l’animato mercato giornaliero, principalmente di frutta e verdura ma anche altri articoli e circondato da bar e posti dove mangiare qualcosa. Ne approfittiamo per ordinare, in una specie di panetteria, i nostri primi burek, piatti di origine ottomana ormai completamente assimilati nella cultura culinaria slava al punto da essere considerati un piatto nazionale quasi ovunque: in pratica si tratta di pasta sfoglia di forma rotonda con diversi tipi di contenuto che può variare dagli spinaci, al formaggio fino alla carne.

 

Salendo ancora - volendo si può prendere una funicolare - si giunge nella Gradec, che insieme al Kaptol costituisce in nucleo medievale della città, dove si trova la Chiesa di San Marco, dal tetto formato da tegole colorate che rappresentano gli stemmi di Croazia, Dalmazia e Slavonia sulla sinistra e quello della città di Zagabria a destra, costruita nel 1880. Nei palazzi al suo fianco ora hanno sede il Parlamento e la Presidenza della Repubblica. A mezzogiorno, da aprile a settembre, qui si tiene il cambio della guardia, sfuggitoci senza rimpianti, anche perché anche pioviggina e decidiamo di andare alla vera visita imperdibile della città, il Museo di Dražen Petrović. Purtroppo lo troviamo chiuso, sulla porta un avviso riporta un generico: “Il Museo resterà chiuso dal 15 di luglio”, senza data di riapertura specificata ma con un indirizzo di mail al quale rivolgersi. Andiamo quindi alla stazione dei treni, di fronte alla quale c’è un parco anche questo contrassegnato da una statua equestre e durante la nostra permanenza accorrono i mezzi dei Vigili del Fuoco locali che si piazzano sotto a uno dei palazzi a fianco, anche se non ne capiamo il motivo.

 

Durante la serata utilizziamo i potenti mezzi a nostra disposizione, cioè lo smart phone di Marco, per mandare una mail al museo approfittando della connessione gratuita dell’ostello. Per tutto il viaggio troveremo in continuazione connessioni wifi gratuite, perfino in Kosovo: negli alberghi/ostelli basta chiedere la password alla reception mentre seduti nei bar o nei de hors si trovano sempre almeno un paio di connessioni gratuite alle quali allacciarsi. Qua, dove una mezz’oretta o più al bar a farsi una bibita è prassi quotidiana per molti, i gestori hanno capito che la mancanza di connessione gratuita spingerebbe i giovani clienti, come dalle nostre parti spesso con gli occhi persi nello smart phone, a sedersi altrove. In Italia ci crediamo molto più avanti, eppure una connessione gratuita - che non può che essere flat e quindi non costa di più se i fruitori sono due o duemila - è ancora concepita come un regalo che si fa ai clienti, non un servizio che li può far fidelizzare.

 

Cena in un ristorantino/pizzeria cercato con dovizia per evitare i prezzi per turisti che in centro è difficile schivare, anche se Marco, poco abituato ai pranzi frugali tipici delle giornate di spostamento e alle intime soddisfazioni che i turisti fai da te provano nel trovare un esercizio a prezzi contenuti, si spazientisce in quella che giudica solo un’inutile perdita di tempo. Poi, visto il risultato soddisfacente - oltre mangiare bene e a prezzi onesti il titolare, pur in possesso di un inglese non molto più articolato del nostro croato (sì, no, grazie, arrivederci e birra erano i cinque pilastri della nostra conversazione), si dimostra gentile e orgoglioso di spiegarci i piatti – capisce che anche il pasto serale è una “piccola conquista” e che il turista indipendente, salvo che non sia in cerca di pasti da buongustaio, deve tenere basso il budget, per una serie di motivi non solo economici ma anche filosofici.

 

 

 

Il tetto della Chiesa di San Marco, Zagabria, Croazia

 

pagina successiva >