la guerra del sahara OCCIDENTALE
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La guerra del Sahara Occidentale nasce come conflitto di decolonizzazione e si trasforma rapidamente in una delle dispute territoriali più lunghe e irrisolte del continente africano. Tra il 1975 e il 1991, il Fronte Polisario, movimento di liberazione dei Sahrawi, combatte prima contro la Spagna coloniale e poi contro Marocco e Mauritania. Terminata la fase di guerra aperta, il conflitto si sposta su un piano politico e civile, senza che il processo di pace promosso dalle Nazioni Unite riesca a produrre una soluzione definitiva. Oggi il Sahara Occidentale resta in gran parte sotto occupazione marocchina, mentre le aree interne e i campi profughi in Algeria sono amministrati dalla Repubblica Araba Democratica Saharawi (SADR), proclamata dal Polisario.
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Dal colonialismo spagnolo alle prime rivolte
La presenza europea nel Sahara Occidentale prende forma nel 1884, quando la Spagna rivendica un protettorato lungo la costa atlantica tra Capo Bojador e Cap Blanc. Il controllo effettivo del territorio rimane però limitato per decenni, ostacolato dalla resistenza delle popolazioni nomadi sahariane. Solo nel 1958 Madrid unifica le regioni di Saguia el-Hamra e Río de Oro, trasformandole nella provincia del Sahara spagnolo. Nel frattempo, la regione è attraversata da cicliche ribellioni. All’inizio del Novecento il leader religioso al-Aynayn guida una sollevazione contro l’espansione francese nel Sahara e in Marocco; dopo la sua morte, la repressione coloniale si intensifica, culminando nel bombardamento e nella distruzione della città santa di Smara nel 1913. Anche negli anni Cinquanta, durante il processo di decolonizzazione nordafricano, il Sahara spagnolo è scosso da rivolte armate, in particolare tra il 1956 e il 1958, quando l’Esercito di Liberazione marocchino tenta di estendere la lotta anti-coloniale al territorio sahariano. Negli anni Sessanta emerge una nuova forma di opposizione, inizialmente pacifica. Nel 1967 nasce l’Harakat Tahrir, un movimento che chiede riforme e autodeterminazione. La repressione spagnola dell’Intifada di Zemla nel 1970, con l’arresto e la scomparsa del leader Muhammad Bassiri, segna però una svolta decisiva: il nazionalismo sahrawi abbandona la protesta non violenta e si orienta verso la lotta armata.
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La nascita del Fronte Polisario e l’avvio della guerra
Il Fronte Polisario viene fondato il 10 maggio 1973 con l’obiettivo esplicito di ottenere l’indipendenza del Sahara Occidentale. Pochi giorni dopo, il movimento lancia il suo primo attacco contro una postazione spagnola, inaugurando una guerriglia destinata a crescere rapidamente. Tra il 1973 e il 1975 il Fronte Polisario conquista consenso e capacità militari, anche grazie alle diserzioni delle truppe sahrawi arruolate nelle forze coloniali spagnole. Nel 1975 una missione delle Nazioni Unite conferma che la stragrande maggioranza della popolazione locale sostiene l’indipendenza, riconoscendo il Fronte Polisario come principale forza politica del territorio. Nello stesso anno, la Corte internazionale di giustizia dell’Aia afferma il diritto all’autodeterminazione dei Sahrawi, pur riconoscendo l’esistenza di legami storici tra il territorio e Marocco e Mauritania. È un passaggio cruciale, ma non impedisce l’escalation del conflitto.
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Il ritiro spagnolo e l’occupazione marocchina
Mentre la Spagna avvia negoziati per il ritiro, il Marocco decide di forzare la situazione. Nell’ottobre del 1975 le truppe marocchine entrano nel Sahara Occidentale e, pochi giorni dopo, Rabat organizza la Marcia Verde: circa 350.000 civili marocchini attraversano simbolicamente il confine, costringendo Madrid a evitare uno scontro armato. Gli Accordi di Madrid del novembre 1975 sanciscono il ritiro spagnolo e la spartizione del territorio tra Marocco e Mauritania, accordo che però l’ONU non riconosce. L’avanzata marocchina provoca un esodo di massa della popolazione sahrawi, che fugge nel deserto e verso l’Algeria sotto i bombardamenti. Nei primi mesi del 1976, attacchi aerei marocchini colpiscono anche campi profughi, causando migliaia di vittime civili. Il 26 febbraio 1976 la Spagna completa il suo ritiro, lasciando il territorio in una situazione di vuoto giuridico e militare.
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La proclamazione della SADR e la guerra su due fronti
Il 27 febbraio 1976 il Fronte Polisario proclama la Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi. Inizia così una guerra su due fronti, contro Marocco e Mauritania. Il Polisario, sostenuto da Algeria e Libia, adotta una strategia di guerriglia altamente mobile, colpendo basi militari, città e infrastrutture strategiche. La Mauritania, militarmente ed economicamente fragile, si rivela l’anello debole del conflitto. Gli attacchi alle miniere di ferro di Zouerate, fondamentali per l’economia nazionale, mettono in ginocchio il paese. Le tensioni interne e il malcontento nelle forze armate culminano nel colpo di Stato del 1978, che apre la strada a un cambio di politica. Nel 1979 la Mauritania firma un trattato di pace con il Polisario, rinunciando a ogni pretesa sul Sahara Occidentale e riconoscendo il diritto all’autodeterminazione dei Sahrawi. Il Marocco reagisce occupando immediatamente la porzione di territorio abbandonata da Nouakchott, annettendola unilateralmente.
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Il coinvolgimento internazionale e lo stallo militare
Negli anni successivi il conflitto assume una dimensione regionale e internazionale. La Francia interviene direttamente a sostegno della Mauritania e, indirettamente, del Marocco, bombardando le colonne del Polisario. Nonostante la morte del suo leader storico El Ouali Mustapha Sayed, il movimento sahrawi mantiene una forte capacità operativa. A partire dagli anni Ottanta, il Marocco cambia strategia e costruisce un imponente muro di sabbia, lungo oltre 2.700 chilometri, per proteggere le aree economicamente strategiche del Sahara Occidentale. Questa barriera segna una svolta: la guerriglia del Polisario viene contenuta, ma non sconfitta. Il conflitto entra in una fase di stallo, con costi economici enormi per Rabat e senza una vittoria decisiva per nessuna delle parti.
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Verso il cessate il fuoco
Alla fine degli anni Ottanta, logorate dalla guerra, le parti iniziano a considerare una soluzione negoziata. Dopo alcune offensive finali, nel settembre 1991 entra in vigore un cessate il fuoco sotto l’egida dell’ONU. La missione MINURSO viene incaricata di monitorare la tregua e preparare un referendum sull’autodeterminazione. Il referendum, tuttavia, non verrà mai realizzato. I disaccordi sul corpo elettorale, le manovre politiche e il ritiro progressivo del Marocco dagli impegni negoziali bloccano il processo. La missione ONU resta sul terreno, ma priva di un reale mandato politico.
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Un conflitto congelato, ma non risolto
Dopo il 1991, il Sahara Occidentale diventa un conflitto “congelato”. Migliaia di Sahrawi continuano a vivere nei campi profughi di Tindouf, in Algeria, mentre nei territori occupati dal Marocco persistono accuse di repressione e violazioni dei diritti umani. Il Polisario mantiene la propria struttura politica e militare, minacciando periodicamente la ripresa delle ostilità. Le tensioni tornano ad aumentare nel 2020, quando scontri nella zona di Guerguerat segnano la fine di fatto del cessate il fuoco. Gli episodi armati lungo il muro marocchino e l’uso di nuove tecnologie militari, come i droni, indicano che il conflitto, pur lontano dai livelli di violenza del passato, resta aperto. A quasi cinquant’anni dall’inizio della guerra, il Sahara Occidentale rimane una delle ultime questioni di decolonizzazione irrisolte al mondo. La mancanza di una soluzione politica continua a pesare sulla stabilità regionale e sulla vita di un popolo diviso tra occupazione, esilio e attesa di un’autodeterminazione mai realizzata.

