TAXI BROUSSE
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Sono le nove del mattino, almeno sulla carta. Il sole invece ha già deciso che è mezzogiorno pieno. Il taxi brousse è parcheggiato in diagonale su una piazza polverosa ai margini della città. È una Mercedes color sabbia, che probabilmente in origine era grigia. O bianca. Nessuno lo sa più con certezza.
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Il motore è spento, ma il cofano è caldo come se avesse appena attraversato il Sahara. Dentro, l’aria è ferma. Ferma come il tempo. Il conducente è seduto al volante, porta aperta, un braccio fuori. Non guarda nessuno. Non ha fretta. Tu sì, ma questo è un problema tuo. Ogni tanto qualcuno si avvicina, chiede “Passa da (nome incomprensibile)?”, guarda dentro, valuta il livello di riempimento, scuote la testa e se ne va. Un passeggero sale, un altro scende. Il numero rimane misteriosamente invariato. Dopo quaranta minuti realizzi la prima verità del taxi brousse: non parte quando sei pronto tu, parte quando è pronto il "mercato".
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A un certo punto, senza annuncio ufficiale, accade. Il driver annuisce con un sorriso trionfante: siamo "pieni". Dietro ci sono quattro persone (e mezzo) pigiate come quelli attaccati alle transenne sotto il palco a un concerto rock: una donnona che indossa un coloratissimo boubou e porta con sé tre borse, un sacco di riso e un bambino (il "mezzo" citato); due giovani vestiti all'occidentale, con jeans strappati, magliette di squadre della Premier League e occhiali da sole; un uomo di età indefinita che indossa un dara'a celeste e un turbante nero, dal quale si intravedono solo gli occhi. E una gallina, viva, che ti guarda con aria interlocutoria. Davanti la situazione non è molto migliore: a fianco del guidatore ci sei tu e un locale (fortunatamente abbastanza magro), qualche bottiglia d'acqua (la versione locale dell'Autogrill) incastrata tra i sedili e una pesante scatola di cartone, dal contenuto ignoto (un elettrodomestico?), che limita la mobilità agli arti inferiori in uno spazio di per sé già non generoso.
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Il motore parte dopo qualche colpo di tosse rauca, una nuvola di fumo nero e un lamento meccanico che non fa presagire nulla di buono. Nello stesso istante, la musica esplode. Non sale gradualmente, è fin da subito altissima. Un mix indecifrabile di pop locale, rap francofono e una canzone romantica che parla chiaramente di tradimento. Gli altoparlanti sono stati installati nel 1998 e da allora combattono una guerra (vincendo a mani basse) contro i timpani dei passeggeri.
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L’aria condizionata esiste più che altro come concetto filosofico. I finestrini sono aperti, ma entrano solo aria calda, polvere e occasionalmente qualche insetto particolarmente motivato a dare fastidio. Il sudore non è immediato. È progressivo. Democratico. Tutti sudano. Nessuno commenta. Ad ogni sosta qualcuno scende, qualcun altro sale, solo la musica non cambia mai.
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L’asfalto finisce senza preavviso. La Mercedes continua come se nulla fosse, alla stessa velocità, come se il pilota non si fosse minimamente accorto del cambiamento di superficie. Ogni buca è un evento condiviso. Ogni sosta è un’occasione per venditori ambulanti, bibite colorate in sacchetti, banane e sigarette singole. Il guidatore guida con una mano sola, con l’altra regola il volume. Sempre verso l’alto. Non sai più che ora è. Sai solo che sei partito, che stai andando e che arriverai, prima o poi. Qualcuno dorme. Qualcuno canta sottovoce. La gallina si è arresa.
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Quando ormai sei da tempo perso nel limbo dei tuoi pensieri, la Mercedes si ferma in mezzo alla strada. È dove devi scendere tu. Non ci sei mai stato prima, non sai che aspetto dovrebbe avere il luogo dove sei diretto ma lo capisci istintivamente, come se ci fosse un disegno superiore che regola tutto. Scendi, paghi, fai un cenno di saluto al driver e ai compagni di sventura. Finalmente puoi sgranchire le gambe, la schiena duole in punti che non ricordavi più di avere. Il taxi riparte subito, come se nulla fosse. E mentre lo guardi allontanarsi, pensi una cosa sola: non è stato veloce, non è stato comodo, ma ti ha portato esattamente dove volevi andare.

