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APPUNTI DI VIAGGIO IN NAMIBIA, ottobre 2007

PREPARATIVI E LOGISTICA

Grande circa due volte e mezzo l’Italia, con circa 2.000.000 di abitanti (di cui il 30% nella capitale), la Namibia è uno dei pochi paesi al mondo che offre la possibilità di ammirare il deserto (considerato il più bello del mondo), la savana e i suoi animali (il parco di Etosha è uno dei più importanti parchi africani) e la foresta pluviale (nella stretta lingua di terra del Caprivi). Inoltre offre la possibilità di ammirare alcune delle più originali popolazioni (Himba, Boscimani, Herero) alcune delle quali, cosa sempre più rara, continuano ancora a seguire lo stile di vita tradizionale.

 

Noi (io e la mia compagna) ci siamo stati dal 16 ottobre al 4 novembre 2007, nella stagione delle "piccole piogge" (da fine ottobre a dicembre). Nei 17 giorni in loco, abbiamo preso un acquazzone e mezzo. Da gennaio inizia la stagione delle piogge, periodo sconsigliato. A causa della corrente gelida del Benguela che lambisce le coste, più ci si avvicina al mare e più è freddo: si consigliano pile e pantaloni lunghi sia di giorno che di sera e nelle fredde notti. L'interno è decisamente secco e ideale di giorno (t-shirt e shorts): la sera si varia da luoghi dove dormire in tenda con la t-shirt (nel sud) ad altri dove dormire col pile dentro al sacco a pelo. L'Air Namibia gode di buona reputazione e può regolarmente operare negli aeroporti europei: ha però pochi aerei e quindi non copre tanti aeroporti europei. Dall’Italia non mi risulta esistano voli diretti, occorre fare almeno uno scalo, di solito in Germania (per via del passato coloniale). È più facile trovare voli con la South African Airways o altre compagnie europee (Air France, BA, ecc.) che però di solito fanno scalo in Sud Africa. Abbiamo volato con la South African Airways su Bologna-Monaco-Johannesburgh-Windhoek. In viaggio abbiamo conosciuto degli inglesi che avevano fatto volo diretto da Londra.

 

La Namibia si presta molto bene ai viaggi in autonomia: non ci sono problemi di sicurezza (a parte qualche quartiere della capitale), l’inglese è la lingua ufficiale, il paese (per gli standard africani) è piuttosto ricco (notevoli le risorse minerarie) e il tenore di vita dei locali è più accettabile che nella maggior parte degli stati del continente nero. Le strade sono decisamente buone (per l’Africa): le cosiddette highway sono in realtà delle semplici strade asfaltate, comunque ben tenute e senza buche (limite dei 90 km/h e si pedala tranquilli perché – in tutto il paese – le highway sono recintate e il pericolo che il bestiame attraversi la strada è quasi assente). Le altre sono strade sterrate. Alcune non hanno nulla da invidiare alle strade in asfalto: spesso sono più larghe e comunque soggette a frequenti manutenzioni. Alcune sono più ghiaiose, altre meno; altre sono sabbiose. Guidare su queste piste non è come guidare sull’asfalto (limite 60 km/h) però con un po’ di prudenza ci possono riuscire tutti. Certe piste, quelle dei parchi o nelle zone più remote, non sono recintate e quindi occorre fare attenzione a bestiame e selvaggina che possono tagliare la strada da un momento all'altro. È ovviamente sconsigliato girare col buio: sia per motivi di sicurezza (animali che – abbagliati – si piantano in mezzo alla strada) che per motivi di opportunità (il rischio di attraversare paesaggi stupendi e non goderseli è alto). Se non diversamente specificato, le piste sono perfettamente praticabili da normali veicoli a 2 ruote motrici, anche all’interno del parco di Etosha e quindi, se non si ha intenzione di fare strade per le quali è obbligatorio un mezzo 4x4 (nel mio itinerario solo il tratto da Sesfontein a Purros), si può benissimo optare per un meno costoso veicolo normale. Essendo le piste spesso sassose, il rischio di foratura è più alto che su strade asfaltate: alla partenza farsi spiegare come si fa (nel pick-up non ne era così immediata la comprensione…): a noi è andata abbastanza bene, avendo dovuto cambiare la gomma una sola volta. È bene tenere sempre una tanica piena nel caso non si trovi il distributore in tempo, due se si fa dell'off-road (dove il mezzo consuma di più). Fuori dalle città si incontra in media un'auto ogni mezz'ora, anche meno. Avevamo un pick-up Nissan a cabina singola (ideale per 2 persone) con cassone cabinato in cima al quale è montata una tenda con apertura a libro che ogni sera si predisponeva in 5 minuti.

 

Il mezzo viene fornito di tutto il necessario per il campeggio: tavolo, sedie, fornello, stoviglie, frigorifero, 1 tanica per l'acqua (piena), 2 taniche per la benzina (vuote), 2 ruote di scorta, compressore per gonfiare le ruote (se vai nel deserto – e a Sossusvlei non puoi non andarci – è caldamente consigliato sgonfiarle) e attrezzature varie. Eventuali aggiunte di materiale sono sempre concordabili. Noi abbiamo anche noleggiato un telefono satellitare, in caso di difficoltà (nelle città e sulle strade principali usavamo il nostro normale cellulare: al di fuori non c’è copertura) potevamo chiamare 24h/24h il noleggiatore (che magari ci avrebbe messo due giorni per raggiungerci…).

 

I pasti ce li siamo portati dall’Italia: alimenti in scatola, minestroni, riso e paste precotte in buste. Nelle città i supermercati erano abbastanza forniti e si potevano trovare cibi freschi. Ovviamente qualche volta abbiamo anche assaggiato la cucina locale, dove spiccano le carni della selvaggina locale. Ho provato il filetto di kudu e l’orice, deliziosi, mentre non posso dire la stessa cosa della zebra (forse era un taglio meno pregiato) e del coccodrillo (in realtà talmente coperto di salse che non ho capito che sapore avesse). Essendo il paese in gran parte arido, la maggior parte di frutta e verdura viene importati dal Sud Africa e quindi costicchia. Gradevole il bintol, carne essiccata da smangiucchiare come le brustoline. Una cena costa come da noi una serata in pizzeria. I campeggi costavano tra i 10/20 euro a piazzola. Quasi sempre ottimamente tenuti (meglio che in Italia), con piazzole enormi e angolo barbecue in muratura, normalmente dislocati in scenari mozzafiato: cenare sotto alberi con chiome di una 50na di m2 oppure fare colazione con il sole mattutino che tinge i panorami circostanti ripaga della (relativa) scomodità del campeggio. In ottobre era consigliato prenotare solo i campeggi dentro ai parchi (Sossusvlei, Etosha, Waterberg Plateau), in agosto invece è meglio prenotare anche in altre località battute. In teoria il campeggio libero è vietato (anche se mi chiedo chi venga a contestartelo visto che in certe zone non si vede anima viva per km) però molte fattorie (sotto la “red line” tutte gestite da bianchi e quindi ben organizzate) destinano qualche frazione delle loro immense terre a questo scopo e quindi non è necessario ricorrervi. Qualche volta abbiamo evitato il campeggio (perché era freddo, perché pioveva o perché non avevamo voglia di montare la tenda): 4/5 notti su 17. I prezzi degli alberghi variano a seconda della zona ma i prezzi rimangono piuttosto contenuti, se uno non cerca la sistemazione di lusso. Siamo passati dagli 80 euro per una stanza con colazione in un albergo nuovo e pulito ad Aus (zona poco turistica) a 45 euro per un albergo più bello, con piscina e palme, a Otjiwarongo. Se viaggiate da soli, vengono sicuramente utile le guide della InfoMap, considerate le più dettagliate per questo paese.

WINDHOEK
Sorta nel 1800, i maggiori punti di interesse sono la chiesa luterana Christuskirche in uno stile misto tra il neogotico e l'art nouveau e l'Alte Feste, un fortino tedesco. Problemi di sicurezza potrebbero sorgere nei quartieri più poveri della città, come Katutura che, rivolgendosi alle persone giuste, è invece visitabile in tutta tranquillità. È inevitabile passarci visto che qui ha sede l'unico aeroporto internazionale del paese ma c'è chi le dedica una giornata per visitarla, cosa che secondo me può avere senso solo se uno ha bisogno di recuperare le forze dopo il volo. Noi, provenendo dall'Europa e quindi non avendo nemmeno il problema del jet lag (stesso fuso orario dell'Italia in inverno) abbiamo ritenuto che valesse maggiormente la pena dedicarlo ad altro, abbiamo ritirato il mezzo e siamo partiti senza ulteriori indugi per il sud.

KEETMANSHOOP
500 km a sud di Windhoek, è la base per un paio di gradevoli escursioni che però, da sole, non meritano di farsi tutti quei chilometri, a meno che uno non debba comunque passarci avendo come successiva tappa il Fish River Canyon, come nel nostro caso. Più o meno a metà strada, abbiamo fatto una deviazione di una cinquantina di chilometri per Hoachanas, dove secondo la guida avrebbe dovuto esserci un centro artigianale di tessuti, anche per il gusto di uscire per un po' dalla strada principale. Niente di particolare ma qualche bel paesaggio, qualche cumulo di sabbia rossa e i primi alberi-condominio, abitati da voluminosi nidi collettivi. Giunti nel paese abbiamo appreso che il centro si era spostato a Windhoek, visto che lì era troppo lontano per i turisti.

La foresta di kokerboom sorge ad una quindicina di chilometri dalla cittadina ed è formata da circa 250 di questi strani alberi, con un'età massima di 200/300 anni, dalla forma di un ombrello rovesciato, disseminato su un territorio cosparso di grossi massi rossastri che rivelano la presenza di ferro. In inglese detti quiver tree, cioè alberi faretra, perché dai suoi rami i Boscimani ricavavano questo tipo di utensile, sono alberi piuttosto diffusi in tutta l'Africa ma solo in Namibia si può trovare una foresta naturale di queste dimensioni. Alti fino a 9 metri, hanno una corteccia giallastra e cerosa che protegge la pianta dal forte calore e dalla conseguente evaporazione.

Non distante dalla foresta si trova il Giant's Playground (il campo da gioco del gigante), una vasta zona di rocce di dolerite rossastre dove i giganteschi massi sembrano essere stati disposti per divertimento gli uni sopra gli altri da una forza superiore. La zona è molto scenografica e punteggiata da qualche kokerboom isolato. Attenzione a gironzolare tra i massi: non essendoci un sentiero ben definito ed essendo le auto parcheggiate in un punto che poi rimane coperto allo sguardo, non è difficile perdere l'orientamento.

Il pernottamento a Keetmanshoop è avvenuto presso la Quivertree Forest Rest Camp, una fattoria dagli strani bungalow dal tetto semisferico in resina, ai quali andrebbe richiesto il permesso per visitare i posti sopra descritti, se uno non è loro cliente per la notte. Ma la sorpresa l'abbiamo avuta la mattina seguente, quando siamo andati a pagare prima di andarcene: un facocero sdraiato a prendere il fresco nella cucina esterna, dei suricati che praticamente ci sono saliti sulle mani e, dulcis in fundo, un ghepardo semi-addomesticato che, entrati nel suo recinto, si è lasciato accarezzare mentre beveva il latte mattutino.

FISH RIVER CANYON
Un Grand Canyon più piccolo e anche se non è, come recitano i depliant, il secondo più grande del mondo dopo quello nordamericano, merita di essere visto. A circa 130 km da Keetmanshoop di pista, largo fino a 27 km, profondo 500 metri e lungo 160 chilometri, la sua formazione risale a 650 milioni di anni fa. Se valga la pena di fare così tanti chilometri apposta è opinabile, ma a posteriori posso dire che la strada da qui a Sesriem è stata talmente bella che ringrazio il Canyon per avermi attirato fino a sé. Lo si può ammirare da alcuni view point e ovviamente sarebbe più indicato arrivarci con la luce bassa dell'alba o del tramonto e non quella di mezzogiorno come abbiamo fatto noi. Il trekking è vietato a causa di incidenti mortali occorsi in passato sulle maltenute piste ed è consentito farlo solo "seriamente”, cioè con discesa fino al letto del fiume e risalita: significa minimo 3 giorni per il giro corto e 5 per il lungo e comunque solo fino a settembre, cosa che finisce inevitabilmente col selezionare i trekkers della domenica da quelli esperti. Si pernotta sul fondo sabbioso con le proprie tende, cosa che nelle stagioni delle piogge è vietato.

DAL FISH RIVER CANYON A SESRIEM, VIA AUS

Doveva essere solamente un territorio da attraversare, 600 km circa senza particolari aspettative, e invece si è rivelato una delle cose più belle di tutto il viaggio. Innanzitutto è zona pochissimo frequentata, un po' perché non facente parte del giro più classico e poi anche perché, fra i non tanti che includono il Fish River Canyon e Luderitz e Kelmanskop nel proprio itinerario, molto spesso si spostano con voli interni per guadagnare tempo. Nel tratto dal Keetmashoop ad Aus, una buona strada asfaltata di circa 200 km, abbiamo ammirato bellissimi paesaggi. Abbiamo pernottato ad Aus, in un albergo più caro della media riscontrata in seguito, parzialmente riscattato dalla possibilità di assaggiare la carne di coccodrillo nel ristorante.

Il giorno dopo, nel chiedere informazioni sul percorso per raggiungere Sesriem al locale visitor center, ci hanno ripetuto più volte di non prendere la pista più breve (la C13 che poi diventa dopo Helmeringhausen diventa C27) ma la meno frequentata e molto più spettacolare "scenic road" più che interna, che lambisce il deserto del Namib e che si distacca dalla C13 a 58 km da Aus. Nonostante questo ci siamo sbagliati e abbiamo saltato il bivio, facendo per una paio di decine di km la C13 che pure attraversava bei posti, ma niente in confronto a quelli che ci saremmo persi. Quando ci siamo resi conto dell'errore, siamo tornati indietro e, a posteriori, abbiamo fatto benissimo. Paesaggi che ogni 30/40 km cambiavano completamente passando da lande desertiche a gialle savane, da rocce nere a sabbie rosse, dando asilo a struzzi, orici e dromedari. E tutto questo popo' di roba non era indicato da nessuna parte, nemmeno nella solitamente attenta a Lonely Planet.

 

SESRIEM E SOSSUSVLEI
Sesriem è la base per visitare la zona di Sossusvlei e del circostante deserto nel Namib, che in questa area raggiunge il massimo della spettacolarità: qui vi sono le dune più alte del mondo (350 metri la Big Daddy di Dead Vlei) e le più fotogeniche (sabbie al quarzo con predominanza di tinte rosse e rosa che al tramonto rendono il più impedito dei fotografi in grado di fare foto degne del National Geographic).
A Sesriem c'è un bel campeggio dove è consigliato pernottare perché, non essendo permesso campeggiare all'interno del parco che col buio viene chiuso per proteggere gli animali dalle auto, è il posto dal quale, all'alba o al tramonto ci si mette meno tempo per essere sul posto, con le condizioni di luce migliori. Il sito di Sossusvlei è a 60 km circa dall'ingresso e la Duna45 prende questo nome dai chilometri necessari per raggiungerla partendo dall'ingresso. Non avevamo prenotato e quando siamo arrivati non c'erano piazzole libere. Per nostra fortuna uno dei prenotati non si è presentato entro le 19:00, orario in cui il parco chiude e abbiamo preso il suo posto, anche se poi la mia compagna in quel campeggio ha passato un brutto quarto d'ora quando, mentre ero nei bagni, era convinta di aver visto una iena che invece, molto più probabilmente, era uno sciacallo, visti a bizzeffe in seguito.

 

È facilmente fruibile in autonomia, se dotati di un mezzo 4x4 ed un minimo di esperienza di guida sulla sabbia, consigliato sgonfiare le gomme per garantire una maggiore aderenza nelle morbide sabbie delle piste che vanno da un sito all'altro. Chi non se la sente o non ha un mezzo a 4 ruote motrici può prendere le jeep collettive sul posto a 10 euro a testa per coprire gli ultimi 4km. Per quanto sia un deserto, è meno monotono di quanto ci si possa aspettare: è costellato di vlei, valli dal fondo ricoperto di fango bianco secco che, nella breve stagione delle piogge, si animano di vegetazione e vita. Alcune delle vlei più interessanti richiedono qualche passeggiata impegnativa e comunque, nel momento di maggior caldo, è opportuno piazzarsi in una qualche area di sosta con un po' d'ombra ad attendere il momento più adatto. Il finale di giornata va doverosamente fatto presso la Duna45 che, alla pari delle dune circostanti, al calar del sole diventa di un rosso stupefacente che trasforma qualsiasi broccaccio in un fotografo da National Geographic.

 

 

LA COSTA


Walvis Bay
Dopo oltre 300 km che attraversano paesaggi desertici ma meno spettacolari di quelli visti in precedenza ma in buona parte asfaltati, guingiamo in quesa cittadina di mare, nei pressi della quale vi è una laguna con fenicotteri. Passata velocemente anche perché il vento proveniente dal mare stava sollevando una piccola tempesta di sabbia.

 

Swakopmund

La “Rimini” della Namibia. Una cittadina vivace, meta di surfisti e quella con più turisti visti in giro la sera. Il mare è gelido (nei dintorni vi sono colonie di pinguini e otarie) e quindi non si balnea, ma soprattutto è gelido anche il vento che spira in città, proveniente dal mare. Proprio per questo abbiamo evitato di campeggiare, andando a cercare un albergo per la notte dopo aver fatto il pieno di freddo nella passeggiata del piccolo centro cittadino. Nebbia ogni mattino fino alle 9:30, in seguito spazzata via dal vento che si solleva dal mare. Vi abbiamo fatto sosta soprattutto perché da qui partono gli “scenic flight” con dei bimotori sopra al deserto di Sossusvlei e la costa. Gli aerei hanno 6 posti, di cui uno occupato dal pilota e di norma volano la mattina o il pomeriggio. Ovviamente è meglio volare con l'aero pieno, in modo da dividere il costo del volo: per questo siamo finiti su due aerei diversi e ho potuto salutare la mia compagna in volo dal finestrino. All'andata abbiamo sorvolato il deserto fino a giungere sopra alle vlei di Sossusvlei mentre al ritorno abbiamo fatto un giro più largo sorvolando per lunghi tratti la costa, cosa che ci ha permesso di vedere alcuni relitti di navi insabbiate sul tipo di quelli della Skeleton Coast e delle colonie di otarie. Bello, anche se siamo stati sull’orlo del vomito per tutta la durata del volo (2h e mezza).

Dead Vlei

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