FOTORACCONTO ANGOLA GIUGNO 2026
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GIORNO 1
Le difficoltà cominciano già in Italia, dove i temporali decidono che il nostro rispetto degli orari non è una loro priorità. I voli accumulano ritardo, si rischia di perdere le coincidenze, si sviluppano le classiche competenze atletiche del viaggiatore sotto pressione — quella camminata veloce che non è ancora una corsa ma ci somiglia molto. Risultato finale: sono stato l'ultimissimo passeggero a salire a bordo. Non l'ultimo di un gruppo, l'ultimo in assoluto, cercando di impedire la chiusura del boatding per dare tempo al mio compagno di viaggio in grosso ritardo, per poi accorgermi che mi era passato davanti a mia insaputa.
Atterrati a Luanda, capitale angolana di circa nove milioni di abitanti affacciata sull'Atlantico, crocevia coloniale portoghese per secoli e oggi città che mescola grattacieli petroliferi, mercati caotici e una vitalità urbana che esploreró meglio in seguito, troviamo ad attenderci la nostra guida. Con due ore di ritardo, causa traffico. La jeep con cui partiamo ha un optional non richiesto: una portiera posteriore non si apre, costringendoci a fare il trenino per uscire da un solo lato. Poi mentre facciamo carburante si blocca pure l'altra, e in pratica se nessuno apre la portiera da fuori, siamo chiusi dentro come due bambini di cui i genitori non si fidano. Non il migliore degli inizi.
Si parte subito verso le cascate di Calandula, circa quattrocento chilometri nell'entroterra rispetto alla costa. Una tappa di avvicinamento che è anche di recupero, visto che tra temporali, ritardi e volo notturno il conto delle ore dormite è irrisorio e ogni tanto cala la palpebra. Una sosta presso un mercatino locale regala le prime fotografie angolane: bancarelle gestite da donne, come spesso accade in questa parte d'Africa, cordiali e disponibili alla battuta. È quel momento in cui capisci che un viaggio comincia davvero — non quando si sale sull'aereo, ma quando il primo sconosciuto ti sorride.
Le cascate di Calandula meritano il viaggio da sole. Larghe quattrocento metri, alte oltre cento, sono tra le più grandi dell'Africa e vengono spesso accostate — con le dovute proporzioni — a quelle di Iguazú. Ci arriviamo alla fine della stagione delle piogge, quando l'acqua precipita fragorosa, avvolta in una nuvola permanente di spruzzi che bagna tutto nel raggio di centinaia di metri. La guida propone di scendere ai suoi piedi. Faticoso, dice. In realtà più che faticoso è incredibilmente scivoloso, con quel tipo di umidità che trasforma ogni pietra in un invito alla caduta. Procedo con un bastone da un lato e, nei tratti più impegnativi, la mano di una guida locale dall'altro — cosa gradita ma non particolarmente lusinghiera per la mia autostima. La quale riceve il colpo finale da un angolano piú o meno della mia età anagrafica che, vedendo la scena, mi apostrofa "Papà! Papà!" (cioè "Nonno! Nonno!", per incoraggiarmi). Cominciava già ad essere poco visibile, lui probabilmente ha visto solo il bulbo brizzolato e non la mia gioventù interiore! Ai piedi della cascata, tuttavia, ci si dimentica di tutto. È uno di quei posti dove la grandiosità è talmente fisica, talmente sonora, talmente presente, che ogni considerazione personale diventa irrilevante. Poi barchetta, traversata del fiume nonostante la corrente piuttosto ostica e risalita sull'altro versante fino al bell'hotel di fronte alle cascate. Noi, con la solita oculatezza che ci contraddistingue, abbiamo optato per le più economiche tende a bordo piscina.
Ma il vero personaggio di questa prima giornata angolana merita un capitolo a parte. Il nostro driver, Osvaldo, si presenta con un biglietto da visita visivo inequivocabile: testa rasata a zero, cicatrici su entrambe le sopracciglia, barba corta ma folta, maglietta smanicata dalla quale emergono bicipiti coperti di pelo e da cui si intravede una schiena non meno villosa. Il tutto sapientemente bilanciato da una pancia che racchiude anni di fedeltà alla birra locale. Sulla sua auto personale un simbolo con un teschio e il suo nome. Sulla maglietta con cui viene a cena un altro teschio, con una scritta che trasmette sostanzialmente indifferenza nei confronti del proprio destino terreno.
Osvaldo è esattamente il tipo che in una rissa da bar vorresti fosse tuo amico, o anche solo un tuo stipendiato. Al volante non è più delicato e affronta le disastrate strade angolane con lo stesso sprezzo del pericolo e delle buche, alcune talmente vaste che vi crescono grossi ciuffi d'erba all'interno, cosa che se non altro le rende meglio individuabili. A volte le approccia delicatamente, altre volte - mentre sfreccia ai 120 km/h - le schiva all'ultimo metro, con sterzate che ci sballonzolano di qua e di là. 400 km così, alternando il brucomela al Tagada. L'Angola è cominciata.
GIORNO 2
Il risveglio nella tenda ha qualcosa di metafisico: apri la zip e non vedi nulla. Non è che ho dormito troppo e il mio cervello è ancora offline, è la cascata stessa che ha deciso di nascondersi, avvolta nel proprio vapore trasformato in nebbia fitta come cotone idrofilo. Il suono, però, c'è sempre stato, per tutta la notte, instancabile, come una poderosa ninna nanna. Poi il sole fa il suo dovere, la temperatura sale, il sipario si alza piano piano e la cascata torna a essere visibile in tutta la sua magnificenza. La raggiungiamo da più punti: un belvedere ufficiale, e poi un accesso diretto ai massi su cui l'acqua si lancia nel vuoto. Una piccola deviazione porta invece al tratto in cui il fiume si incunea tra massi enormi formando piscine naturali.
Stiamo per ripartire dall'albergo dall'interessante architettura modernista, quando si materializza Xavi, conosciuto la sera prima, che ci chiede un passaggio fino a Luanda. Catalano, zaino in spalla, un anno in giro per l'Africa in solitaria, principalmente sui mezzi pubblici e dormendo in tenda. Prima dell'Africa, due anni in Asia nello stesso modo. Un totale di circa 140 paesi visitati. Il mio compagno di viaggio sfiora quota 130. Io, con i miei poco più di 80, mi sento il praticante dell'ufficio. Xavi non sa ancora con precisione quali saranno le prossime tappe, né quando finirà. Il viaggio come la vita: l'unica certezza è che prima o poi finisce, ma nel frattempo è meglio goderselo come viene. Era arrivato fino alle cascate sull'auto di un canadese conosciuto a Luanda, che stava completando un percorso via terra dal Kenya sulla sua jeep con tenda sopraelevata e che ora inizia il rientro, tre mesi di viaggio previsti. Resto sempre un po' sorpreso, e allo stesso tempo ammirato, dalla quantità di viaggiatori di questo tipo che incontro in giro per il mondo.
Sulla strada verso Luanda, breve deviazione alle Pedras Negras — "Pietre Nere" — di Pungo Andongo, uno degli scenari più singolari dell'Angola interna. Si tratta di un campo di enormi formazioni granitiche scure, levigate e arrotondate dai millenni, che emergono dalla savana come una scenografia dimenticata di qualche set cinematografico. Alcune alte e affusolate, altre massicce e tozze: viste da lontano ricordano i Kata Tjuta australiani, una volta noti come Monti Olgas, quel gruppo di monoliti rossastri che gli aborigeni considerano sacri. Anche qui l'origine è antica, anche qui c'è sacralità, anche qui il paesaggio è surreale, quasi straniante. La leggenda locale vuole che sulle rocce siano impresse le orme della regina Njinga — Nzinga Mbande, la sovrana del XVII secolo che resistette per decenni ai colonizzatori portoghesi, diventando l'eroina nazionale per eccellenza dell'Angola contemporanea. Le orme - ora protette da delle piccole tettoie - sarebbero il segno del suo passaggio. L'ingresso al parco è sorvegliato da un addetto che chiede il pagamento del biglietto. Problema: accetta solo pagamenti online, ma non sa spiegare come farlo. Segue una trattativa condotta interamente in portoghese angolano dalla nostra guida, che giura essere la prima volta in vita sua che gli viene chiesta questa roba. Si concorda di pagare al ritorno, cosa che avverrà tramite un'app e istruzioni telefoniche dettate dal capo dell'addetto.
Pranzo nello stesso ristorantino di ieri, seguito da chiacchiere con Xavi sui posti che entrambi abbiamo amato e richiesta di consigli e pareri su quelli che vorremmo vedere prima o poi. Tra viaggiatori questo genere di conversazione può durare ore, per la reciproca goduria. Poi comincia il rientro verso Luanda, lungo e progressivamente oscuro. Quando cala la notte, le buche della strada smettono di essere semplici buche e diventano un test attitudinale. Osvaldo — che guida con la fiducia incrollabile di chi conosce ogni dosso a memoria o semplicemente non ci pensa — procede spedito anche al buio, mentre i camion che arrivano in senso contrario non si fanno problemi a lasciare gli abbaglianti anche quando incrociano altri mezzi. Scellerati, ignorano che Osvaldo indossa una maglietta dove, sopra a un teschio incappucciato, campeggia la poco rassicurante scritta a caratteri cubitali "Rilassati, stai per morire". Arriviamo sani e salvi, solo un po' provati dalla lunga trasferta. Salutiamo con un abbraccio Xavi, con la promessa di rivederci in Italia, che prende un taxi per tornare al camp per "overlandisti" già frequentato in precedenza.
Luanda di notte non è una città da girare a casaccio: la capitale angolana, una delle più care al mondo e non la più sicura, ha le sue zone e le sue regole non scritte. La nostra guida ci accompagna a piedi in cerca di un ristorante. Il primo tentativo — un posto gestito da emigrati maliani — naufraga perché i piatti non si vedono e spiegare cosa si vuole mangiare richiederebbe un livello di portoghese che non possiedo. Il secondo è un posto dove il cibo è già pronto e tenuto in caldo in bella vista: si ordina indicando, che è la forma più semplice di comunicazione.
Il mio compagno di viaggio, che affronta senza battere ciglio le sfacchinate a cui lo sottopongo, ha un rapporto difficile col cibo straniero e decide di rientrare in albergo a stomaco vuoto. Io mi faccio preparare un hamburger, sorprendentemente ricco. Il conto: circa tre euro e mezzo. Lo pago a una donna con il velo che, in un paese cristiano quasi al 100%, risulta sorprendente. È somala, arrivata da così poco che il portoghese angolano non l'ha ancora assimilato e mi si rivolge in un inglese non molto più approfondito. Chiacchieriamo qualche minuto sulla Somalia — uno dei posti meno sicuri al mondo, anche se Mogadiscio negli ultimi anni ha cominciato timidamente ad aprirsi a qualche viaggiatore avventuroso. Uno dei tanti paesi che ancora mi mancano.
GIORNO 3
Oggi pomeriggio, alle 18:30, abbiamo il volo per Lubango, nel sud del paese ma la nostra guida, a cui hanno dapprima spostato il volo e poi l'hanno cancellato, ha deciso di raggiungerla via bus, un tragitto di almeno una dozzina di ore. Quindi oggi andiamo in giro con il solo Osvaldo.
Ieri sera avevo fatto presente in camera caritatis che non si deve usare il telefonino mentre si guida ed evidentemente Osvaldo è stato redarguito, infatti oggi si limita a lasciar suonare lo smartphone e risponde solo quando ci fermiamo da qualche parte. L'unico problema è che, probabilmente non abituati al suo silenzio, molti dei suoi interlocutori abituali riprovano pochi minuti dopo, con la tenacia di un creditore. All'ennesimo squillo butto un occhio al display e vedo che a chiamare è "meu amor", la moglie che - ci racconta - gli ha dato quattro figli, con 2 parti gemellari. Comincio a pensaredi avergli fatto un favore a vietargli di rispondere sempre.
Data la giornata non piena, avevo programmato di dedicarla a uno dei miei interessi: l'architettura del ventesimo secolo, che a Luanda è particolarmente interessante. Per chi non lo sapesse, quello in Angola è stato uno dei pochi conflitti in cui la Guerra Fredda si è protratta ben oltre il 1989. Gli scontri tra l'MPLA di A. Neto (sostenuto dall'URSS/Russia e Cuba) e l'UNITA (appoggiato dagli USA e il Sud Africa dell'apartheid) sono cessati solo nel 2002, dopo 26 anni di guerra civile, 500.000 morti e 1 milione di rifugiati. La cosa curiosa è che entrambi gli schieramenti, sorti durante l'occupazione colonialista portoghese, erano di matrice socialista, poi hanno piegato i loro ideali iniziali a quelli delle potenze straniere che fornivano loro le armi. Così va il mondo. Di fatto, fin dal primo governo, l'Angola post-coloniale è sempre stata guidata dallo schieramento filo-sovietico, con i nazionalisti filo-americani nella parte dei ribelli. Questo ha avuto un'inevitabile influenza anche sull'architettura pubblica, l'oggetto del mio interesse, che ha seguito i canoni dei razionalismo sovietico: una scuola estetica che privilegiava la funzione sulla forma, il cemento sull'ornamento e che oggi torna ad affascinare. Ci tengo a far presente che il mio interesse per la materia è precedente all'uscita dell'acclamato film "Il Brutalista".
Ma non avevo considerato due fattori importanti: il traffico di Luanda e la burocrazia, ahimè pesante lascito in tutte le ex-colonie lusitane. Cominciamo dall'edificio della Radio National. Chiediamo di poter fotografare l'edificio. Bisogna avere l'autorizzazione di non si sa chi. Dopo mezz'ora di "abbiamo chiesto" e "le sapremo dire" rinunciamo. Non distante c'è un ospedale specializzato in maternità, nella confusione di gente che va e che viene si riesce a scattare qualche foto, benché l'edificio abbia ormai perso parte della sua coerenza originaria a causa di massicci interventi successivi. Nei pressi c'è un'interessante chiesa modernista, ma anche - stranamente - un gruppetto di militari in tenuta da assalto. Pare ci sia un ministro in visita nei paraggi e mi dicono di puntare la macchina fotografica solo verso la chiesa. Non distante si trova il Museo di Storia Naturale: cancello chiuso e circondato da alberi e pannelli, infotografabile. Sotto all'avveniristico monumento all'Indipendenza, in Praca dos Correios, vi è anche una sposa, che si appresta a una seduta fotografica. Chiedo se posso immortalarla ma mi dice di no: penso che sia la prima volta che una sposa mi neghi questa opportunità. Poi andiamo al Museo da Moeda, anche se ma a me interessa fotografarne solo le avveniristici pensiline in metallo specchiante, sotto la cui ombra sono incolonnate intere scolaresche. Tutto intorno svettano grattacieli moderni.
Attraversiamo la strada e siamo sul lungomare, dove alcune studentesse mi chiedono dapprima se voglio fotografarle (a pagamento, come fanno alcuni "colleghi" locali), poi capito che siamo turisti, ci chiedono di farci fotografare assieme a loro. Tappa successiva al gigantesco mausoleo di A. Neto, il "padre della nazione", che oltre a essere stato il leader dell'MPLA, è stato il primo presidente nonché il maggiore intellettuale del paese, poeta e sostenitore della causa della "negritudine", il movimento culturale e politico che rivendicava l'identità culturale africana. Il monumento sembra un gigantesco razzo pronto a staccarsi da terra, opera di ingegneri nord coreani. Al suo interno troviamo casualmente una mostra dedicata ai 50 anni di rapporti diplomatici proprio con l'Italia, con tanto di foto di Mattarella in visita, di giocatori di basket angolani con la maglia della Virtus Bologna, articoli di riviste italiane degli ani '60 e perfino vinili della stessa epoca - stampati in Italia - con i canti dei combattenti angolani.
Per la pausa pranzo optiamo per una gelateria artigianale, sapendo che il mio compagno di viaggio gradisce. Sorprendentemente fanno anche le pizze (?!), ordino una margherita (circa 10€) e chiudo anch'io con in gelato (circa 5€). La pizza onesta, il gelato non molto distante dagli standard italiani. Ma lo sapevo da prima, conosco un lughese che vive in Angola e lavora proprio nel settore delle gelaterie.
Riprendiamo la caccia architettonica e, per caso, vedo un edificio molto particolare, con forme stondate e colori pastello. È un'università di medicina. Mi presento da solo all'ingresso, sperando di cavarmela in poco tempo, invece ricomincia la litania dei "serve l'autorizzazione". Il militare vede passare uno studente e gli dice di portarmi presso la segreteria. Che risulta chiusa. Allora chiediamo a una professoressa, la quale ci manda in Amministrazione, la cui impiegata dice che non sa a chi chiedere e va a sentire presso un altro ufficio. Dopo 5 minuti di attesa mi dichiaro vinto e me ne vado senza foto, incrociando il mio compagno di viaggio che era venuto a vedere se ero ancora vivo. Ultimo tentativo presso l'università A. Neto, in una zona periferica che Osvaldo non conosce. Dopo lunghi km di tangenziali (Luanda è veramente sterminata) e diverse richieste di info a passanti (Google Maps qua non pare essere molto utilizzato), troviamo il pertugio attraversato il quale si passa improvvisamente dalla città alla campagna e infine raggiungiamo l'enorme complesso circondato dal verde, dove peraltro non posso gustarmi le atmosfere rarefatte che speravo di trovare perché è in corso una fiera, con stand di operatori economici e uno speaker microfonato che non tace un secondo.
È ora di andare all'aeroporto (anch'esso dedicato a A. Neto, tanto per cambiare), un'altra struttura modernissima e funzionale, ma quasi deserta, forse sovradimensionata. L'Angola, paese ricco di petrolio e diamanti, ha un'economia in grande crescita e le infrastrutture trasmettono questa sensazione. Poi il nostro aereo viene annunciato con partenza alle 19:10, poi rimandata alle 20:00. Allora, visto che manca ancora parecchio decidiamo di fare un salto al bar quando improvvisamente nel nostro gate comincia a lampeggiare la scritta "boarding". Un'ora e mezza prima? Chiediamo all'addetta, che sta già mandando i passeggeri al velivolo, a che ora partirà il volo. "19:10" risponde. Le facciamo notare che il cartello indica le 20:00 e che ci siamo accorti del boarding solo per caso, rischiando di perdere l'aereo. La replica è: "Io glie l'ho detto a quelli del tabellone che partiremo alle 19:10, non so che farci". Africa...
GIORNO 4
Prima stupenda giornata a Lubango. Partiamo dalla città a bordo della jeep e quasi subito imbocchiamo una strada sterrata che si addentra in quella che potremmo chiamare la campagna locale: buche, polvere e una vita rurale che scorre ai lati senza fretta. Si vedono tante persone sui motorini, altrettante a piedi, e bambini piccoli — davvero piccoli — che guidano mandrie di bovini.
Arriviamo in un villaggio abitato dai Mwila di pianura, un insediamento che è praticamente un solo nucleo familiare allargato: il capo, anziano, con sua moglie, i figli e i loro discendenti, ventisette persone in tutto. Curiosa — e per noi occidentali disorientante — la regola sull'eredità: alla morte del padre, la terra non passa ai figli ma al nipote, per la precisione al primo figlio maschio della sorella. Come ci spiega la guida, la logica è brutalmente pragmatica: è l'unico discendente di cui si ha la certezza assoluta che porti il sangue del defunto, visto che delle mogli, evidentemente, non ci si fida granché. Tra i Mwila vige inoltre l'usanza che il padre sia il proprietario della terra, i figli la lavorino e il raccolto venga spartito in comune.
La prima cosa che però salta agli occhi, prima ancora di qualsiasi spiegazione antropologica, sono le acconciature delle donne. Le più anziane, quelle che ancora conservano lo stile di vita tradizionale, stanno a seno scoperto e portano trecce enormi impiastricciate con terra e fango essiccato che assumono forme allungate di colore giallastro. Le più giovani ne hanno anche solo due, di tonalità ocra, arricchite con perline. Le giovanissime invece niente: classiche treccine che portano anche le ragazze di città. Le due giovani presenti nel nucleo familiare, che vanno a scuola, rientrano in questa categoria. I costumi tradizionali cedono terreno al mondo moderno e quelle che stiamo vedendo sono probabilmente le ultime generazioni a conservarli, almeno nell'aspetto esteriore. La visita è piacevole e rilassata. Il nucleo saltuariamente riceve visite e non si registrano discussioni: la nostra guida (anch'esso di etnia Mwuila) ha evidentemente un accordo con il capofamiglia. Prima di ripartire acquisto un bel poggiatesta di legno e una bambola, entrambi oggetti tradizionali Mwila, che al ritorno andranno ad arricchire le mie collezioni.
Poco lontano c'è quello che localmente chiamano un mercato: una serie di bassi edifici costruiti con i classici mattoni di fango, tanti negozietti uno accanto all'altro, alcuni vuoti, alcuni con la mercanzia in bella vista. Fotografare qui non è semplice: bisogna sempre chiedere il permesso, che spesso viene negato o condizionato a un pagamento. Faccio ricorso come sempre all'arma della leggerezza, ci si scambia qualche risata e l'ambiente rimane tranquillo. Chiedo alla guida se i negozianti dormano qua. "No" è la netta risposta. Di notte il mercato è il posto dove la gente si ubriaca, meglio tenere il proprio materasso altrove.
Rientro in città per il pranzo in un ristorante gestito da portoghesi o loro discendenti. Lubango, fondata dai coloni portoghesi alla fine dell'Ottocento e a lungo chiamata Sá da Bandeira, conserva nel tessuto urbano e in certa cultura gastronomica tracce evidenti di quella presenza. Il pranzo è ordinario ma mi sorprende quello che vedo nella vetrina dei dessert: qualcosa di straordinariamente simile al "lat brulé", il dolce al cucchiaio tipico della mia terra. Non posso fare a meno di verificarne il sapore, decisamente simile e buono (forse con meno uova). Se sia un caso, un'eredità coloniale o semplicemente una coincidenza gastronomica non saprei dirlo ma ritrovarlo qui, a qualche migliaio di chilometri da casa, ha il sapore di una di quelle piccole magie inspiegabili del viaggio.
Il pomeriggio è dedicato alla caccia agli edifici modernisti e razionalisti della città, che sono molti più di quanto mi aspettassi e di qualità sorprendente. Lubango conserva un patrimonio architettonico del Novecento notevole, figlio di quella stagione coloniale portoghese che ha lasciato in Angola alcune delle realizzazioni moderniste più interessanti dell'Africa subsahariana. In una delle chiese è in corso un matrimonio: diamo un'occhiata veloce all'interno per non disturbare. Lungo il percorso verso i Mwila di montagna ci imbattiamo in una chiesupola di campagna che lascia senza parole: finestrelle cieche di tutti i colori sparse sulle mura in modo apparentemente irregolare, un chicca architettonica che sarebbe sorprendente anche se la si trovasse in Europa.
La strada si inerpica e giunge ad un belvedere che offre una grandiosa vista, dal bordo di una scarpata di oltre duecento metri, su un paesaggio che la foschia rende quasi impalpabile — il che, accostato alla percepibile solidità delle rocce circostanti, aggiunge fascino più che toglierlo. Qui le cose funzionano diversamente rispetto al villaggio di pianura. I Mwila di montagna non ricevono visitatori nei loro insediamenti - o forse le strade che portano ai loro villaggi sono talmente sconnesse da renderli irraggiungibili — e sono le ragazze a salire fino al belvedere, sapendo che i turisti passano sempre. Tutte giovani, alcune bambine, con le acconciature di fango essiccato ancora più grandi e spettacolari di quelle delle Mwila di pianura, a dir poco insistenti nel chiedere di essere fotografate per qualche spiccio o a cercare di vendere i loro prodotti artigianali realizzati in legno o fibre vegetali. Gli altri turisti presenti, a parte noi due, sono Angolani di città, vestiti all'occidentale.
Rientro in città, ultime foto di edifici interessanti, e poi una visita inaspettata presso la zia della nostra guida. È il tipo di cosa che capita quando si viaggia in pochi: si entra in confidenza più in fretta, le distanze si accorciano, e a un certo punto ti ritrovi ospite in un posto dove i grossi gruppi organizzati non mettono piede. Finiamo la giornata al supermercato. Dopodomani ci inoltreremo nelle zone più remote e passeremo delle notti in tenda, dobbiamo quindi fare scorta di vettovaglie che dopo sarà difficile reperire. Nel frattempo scopriamo come la nostra guida cucina la pasta: roba da mettersi le mani nei capelli. Ho già capito che è nel nostro interesse partecipare ala preparazione dei piatti. Ma questo è un problema che affronteremo a tempo debito.
GIORNO 5
Partenza odierna un po' ritardata perché guida e driver hanno impiegato un po' di tempo per caricare tutto il necessario per i tre giorni di campeggio che ci attendono a breve. Partiamo in direzione sud verso la città di Xangongo. Pungo Andongo, Lubango, Xangongo: nomi che alle mie orecchie sprizzano Africa da tutti i pori. La strada asfaltata è in condizioni decisamente migliori di quella che ci portò qualche giorno fa alle cascate di Calendula. È indubbiamente una cosa positiva ma anche la dimostrazione che qui passano molte meno automobili e quindi che ci stiamo approcciando a una delle zone più remote del paese. Infatti la pausa pranzo la facciamo a Cahama, presso un locale che oserei definire "di frontiera".
Si riprende la marcia e giunti a Xangongo, prima ancora di andare all'albergo, prendiamo una pista sabbiosa che si inoltra nella campagna. Il paesaggio è diverso da quello che abbiamo visto finora: cominciano a vedersi sempre più baobab e termitai. Dopo qualche ballonzolante km giungiamo al cospetto di un piccolo gruppo di baobab, di cui uno è assolutamente colossale. Non a caso vi è un'insegna che lo definisce il baobab più grande di tutta l'Africa. Non so se sia una misurazione ufficiale però l'albero è veramente fuori scala. Gli giro attorno contando i miei non brevi passi: ne impiego 47. La guida mi dice che in precedenza ci era voluto un gruppo di 40 persone che si tenevano per mano per abbracciarlo per intero. Mi riesce impossibile non provare rispetto di fronte a questo gigante della Natura, a differenza di molti altri che prima di me ne hanno inciso la corteccia.
Torniamo sui nostri passi e ci fermiamo dove all'andata avevo notato degli strani rottami ferrosi. Si tratta di decine di carcasse di carri armati, di produzione sovietica, usati dall'MPLA durante la guerra civile che si è tenuta tra il 1976 e il 2002. Mentre fotografiamo questi tristi resti, si avvicinano dei bambini, alcuni dei quali non sembrano in buone condizioni: un palese strabismo e un'inusuale apparente apatia - qua dove i bambini hanno immancabilmente l'argento vivo addosso - mi fanno temere che la durezza degli scontri tenutisi in questa zona abbia lasciato pesanti strascichi.
Andiamo finalmente in albergo, in realtà è una pensione - dal nonme illeggibile perché l'insegna al neon pare essere stata bersaglio di una sassaiola - e, se non lo avessimo ancora capito, abbiamo un'ulteriore riprova di quanto ci siamo allontanati dalle ricche e moderne città di Luanda e Lubango. La sistemazione è di un livello decisamente inferiore rispetto a quanto visto finora, nonostante la guida lo definisca come il migliore in zona. Non fatico a crederlo, siamo nell'Africa più profonda, strutture per i pochi viaggiatori che si avventurano fin qua ce ne sono veramente poche e bisogna dimostrare spirito di adattamento.
Posate le valigie andiamo alla ricerca di un villaggio dell'etnia Humbi. Dopo qualche chilometro di piste che s'incrociano, ci imbattiamo in una coppia: un ragazzo in motocicletta, fermo a bordo pista, sta parlando con una ragazza. La nostra guida le rivolge la parola e capisco che sta chiedendo informazioni, evidentemente non sa più ritrovare il villaggio, La ragazza, di nome Fatima, con vistosi jeans strappati e attillati nonché trecce con perline piuttosto vistose, come vanno da queste parti, è appunto una Humbi. Sale in macchina con noi e ci guida fino al suo villaggio. La guida dice che era da più di un anno che non portava qualcuno in questo villaggio, anche perché il vero motivo per il quale vale la pena giungere fin qua è quello di poter ammirare le ragazze nell'abito tradizionale sfoggiato solo nel periodo del rito di passaggio all'età adulta, senza aver compiuto il quale non possono sposarsi (anche se la guida ci confessa che non sempre ci arrivano vergini).
L'abito tradizionale consiste in una gonna bianca e nera lunga fino ai piedi, torso coperto solo da qualche filo di perle bianche ma soprattutto una particolare acconciatura "parabolica" creata con delle forme circolari sui lati della testa. Questo abbigliamento tradizionale viene indossato solo nel ristretto periodo di 2 settimane precedente alla cerimonia finale. Fortunati noi ma soprattutto brava la guida a trovare la famiglia dove si sta per tenere il rito che si svolge solo nel loro inverno, tra giugno e agosto. Entriamo in quello che più che un villaggio sembra un compound, versando un obolo a dei danzatori che paiono essersi palesemente improvvisati per riscuoterlo. Se questo è il dazio da pagare, mi sta bene, perché invece le due iniziande, rispettivamente di 19 e 17 anni e che completeranno il loro percorso iniziatico sabato prossimo, sono stupende nella loro mise tipica, anche se paiono un po' intimorite dalla mia macchina fotografica. Timore che poi, come per magia, scompare quando Fatima vuole farsi fotografare insieme a noi e le due iniziande dimostrano una prevedibile dimestichezza col cellulare, che infatti tengono sempre in mano come un'appendice irrinunciabile.
Rientriamo verso le 18:00 (orario in cui il sole sparisce all'orizzonte), ancora portando con noi Fatima, che scende in prossimità di un vivace villaggio lungo la strada asfaltata. Il rito di passaggio di età l'ha già passato e ora, con i jeans attillati e lo smartphone in mano, va in giro sicura di sé, non più distinguibile da qualsiasi altra ragazza angolana.
Per noi non ha senso tornare alla pensione perché, siccome la corrente elettrica proviene da un generatore elettrico che verrà acceso solo dalle 19 in poi, tanto vale andare direttamente al ristorante, anche se difficilmente ci porteranno qualcosa prima delle 20, ma almeno potremo sfruttarne il wifi, comodità di cui la nostra pensione non dispone. E da domani sarà ancora più difficile connettersi, accampandoci in zone dove non ci sono alberghi di nessun tipo ma dove dovremmo incontrare alcune delle etnie più ancorate allo stile di vita ancestrale di questa parte d'Africa, rimasta intatta anche a causa della lunga guerra civile ma che ora - come succede in tutto il mondo - ha ripreso la sua corsa verso la modernità.
GIORNO 6
Lungo trasferimento, sosta a Cahama, poi strada sterrata fino a Oncocua. Pochi km prima incontriamo una donna Hakaona, che ha portato un gregge di capre ad abbeverarsi. Chiedo se posso fotografarla e acconsente, dietro al compenso abituale di 2000 AOA (circa 1,5€). Le chiedo quanti anni ha ma non lo sa, qua l'anagrafe non esiste, di solito sanno solo se sono nati nella stagione secca o quella delle piogge. Quando arriviamo ci sottoponiamo al controllo dei passaporti da parte della polizia.
Il mercato di Oncocua e uno dei più ricchi dal punto di vista etnico che abbia mai visitato perché nei suoi paraggi vivono ben 6 etnie: Hakaona, Himba, Mutua, Dimba, Cuis e Gambue. La guida però ci mette sul chi va là: per le foto da lontano non ci sono problemi ma per dei ritratti ravvicinati chiunque chiederà di essere pagato, quindi di non fare foto di nascosto per evitare le inevitabili discussioni che ne seguirebbero. Mi limito pertanto a rispettare le disposizioni, in seguito avremo modo di visitare dei villaggi singoli dove potremo fotografare liberamente. Faccio una sola eccezione per un giovane Himba dalla caratteristica pettinatura con una treccia singola che parte dalla fronte e procede verso la nuca arricciandosi verso l'alto: la guida mi ha consigliato di approfittarne ora perché nel loro villaggio, essendo spesso in giro con le loro moto, potremmo non incontrarne.
Andiamo presso il solo ristorante della città, se non altro perché è l'unico locale della zona dotato di connessione. Ma scopriamo che hanno smesso di pagare l'abbonamento e quindi non ci resta che ordinare da mangiare. Ma sono già passate le 14 e neanche mangiare è più possibile, hanno già chiuso la cucina. Cominciamo allora ad attingere dalle nostre vettovaglie: pane e tonno ci evitano il digiuno.
In seguito ci rechiamo presso un villaggio Hakaona, a fianco del quale montiamo le nostre tende e dove c'è una struttura che, coperta con un telo funge da patio per i nostri pasti. Ovviamente per tutte le operazioni di montaggio siamo circondati dai bambini del villaggio, in realtà è un compound dove abita il capo degli Hakaona, con le sue due mogli e i circa 30 figli. Il villaggio è costituito da una decina di capanne, è circondato da un recinto di tronchi piantati nel terreno e dietro al villaggio c'è un secondo recinto dove stanno le capre. È un luogo ben tenuto, si vede che il capovillaggio è un bravo costruttore, la sola cosa che mi annoia sono le mosche, numerose e insistenti, avrei dovuto portarmi la retina anti-insetti che comprai in Australia. Ora che abbiamo svuotato il cassone del pick-up, ci viene chiesto di portare le ragazze del villaggio a riempire una dozzina di taniche d'acqua, operazione che svolgiamo in due tempi perché l'acqua della prima cisterna non basta.
Ceniamo mostrando alla guida locale come si fa a cuocere la pasta al dente, ma il sugo al pomodoro, ricavato da una passata comprata in un supermercato angolano, è migliorabile. Il driver apprezza, la guida meno, probabilmente ormai troppo abituato alla pasta stracotta che fanno qua.
Mentre stiamo ancora mangiando, un ragazzo accende un fuoco a pochi metri dalla nostra tavola. Sparecchiamo, lasciamo la pasta non finita a loro disposizione (che viene mangiata con le mani come in un film di Totò) e le ragazze più giovani del villaggio cominciano a battere le mani a tempo e a cantare nenie ipnotiche. Poi, a turno, ognuna prende il proscenio ed effettua dei passi di danza, sempre più complessi, che chi la segue deve imitare o superare in coefficiente di difficoltà. E si va avanti così per un tempo indefinito, con le ragazze sempre più eccitate e divertite nel fare sfoggio della propria abilità e i ragazzi che incitano, sembrerebbero disposti a scendere in pista anche loro ma si trattengono. Qua le danze non sono roba per gli uomini (a parte alcune specifiche per le cerimonie) e quindi diventano il regno delle ragazze, un autentico territorio riservato dove esprimere tutta la loro fantasia e gioia di vivere.
Senza un segnale convenuto, a un certo punto la piccola folla prende la direzione delle capanne, il fuoco lasciato acceso lentamente si spegne e il cielo mostra una volta stellata da urlo. Mi infilo nella mia tenda, dapprima col sacco a pelo a mo' di coperta, poi più tardi mi ci infilo dentro perché la notte rinfresca parecchio .
GIORNO 7
La giornata comincia nel villaggio dove abbiamo piantato le tende, con le donne che battono il sorgo con lunghe pertiche per ricavarne mangime per il bestiame. Ma ciò che attira maggiormente la mia attenzione è una piccola costruzione addossata al recinto della zona abitata, con l'ingresso rivolto verso il recinto degli animali: è la stanza sacra, quella dove le donne partoriscono, dove si curano i malati e dove i defunti sostano prima di essere portati al cimitero. Nascita, malattia e morte nello stesso luogo, separato dal resto del villaggio da un confine sottile.
Partiamo in auto e dopo pochi chilometri di pista incrociamo quella che, a tutti gli effetti, è una scuola rurale: quattro bambini seduti su un tronco, una lavagna appoggiata a un albero e una giovane maestra vestita all'occidentale. Chiediamo di fare qualche foto. La maestra vuole essere pagata. In decenni di viaggi e decine di scuole visitate in ogni angolo del mondo, non mi era mai capitato. Già sono pochi i bambini che da queste parti frequentano le lezioni: se questo è l'insegnamento che ricevono, c'è di che preoccuparsi. Soprassiedo e ripartiamo.
La prima tappa è un villaggio Himba. Gli Himba sono un popolo seminomade di pastori che abita le regioni aride del Cunene angolano e del Kaokoland namibiano: le donne si ricoprono il corpo di "otjize", un impasto di ocra rossa e burro, che conferisce loro quel colore ramato inconfondibile e le protegge dal sole e dagli insetti. Li avevo già incontrati in Namibia anni fa e mi ero sempre pentito per non averli fotografati come meritavano. Oggi mi rifaccio con gli interessi. Concludo anche un acquisto: un copricapo femminile in pelle di capra arricciata, che va ad arricchire la mia collezione. Avvio anche una trattativa col capofamiglia per il suo poggiatesta, è piccolo, non particolarmente interessante e chiede più del doppio di quello pagato presso i Mwila. Provo un rilancio, non cede, mollo la presa.
La visita successiva è al compound del capovillaggio dei Gambue, figura rispettata in tutta la zona anche perché proprietario di duecento mucche e trecento capre — un patrimonio considerevole in un'economia largamente basata sul bestiame. Le sue figlie hanno i capelli impiastricciati secondo la tradizione ma da un compound vicino giungono due ragazzine con le chiome completamente coperte di perline colorate: stanno percorrendo il cammino iniziatico del passaggio all'età adulta, che si concluderà nel giro di due o tre mesi e le renderà eleggibili al matrimonio. Una chicca che non mi aspettavo, mi ritengo fortunato. Il capovillaggio sfoggia una dentatura bianchissima e perfettamente conforme alla tradizione: i due incisivi superiori centrali limati a formare una V rovesciata, i quattro incisivi inferiori asportati di netto, con un colpo secco. Anche alcuni giovani presenti mancano degli incisivi inferiori, ma abbinano questo dettaglio ancestrale a jeans strappati, cappellino da baseball e giubbotto stile college americano. Sono ragazzi che hanno abbandonato la vita del villaggio e girano di mercato in mercato in moto a "fare affari". Non diventeranno mai capivillaggio: la tradizione vuole che il capo resti stanziale, presente e vigile, per sapere tutto ciò che accade nel villaggio e intervenire quando serve.
Rientriamo a Oncocua e facciamo un giro al mercato in attesa dell'ora di pranzo. In un negozio da barbiere, due uomini sistemano i capelli dei clienti armati soltanto di lamette, a mano. Poi vedo una ragazza Mutua, con un'acconciatura diversa da quella delle sue compagne e le chiedo il permesso di fotografarla. Acconsente con un sorriso enorme. È un vulcano di energia: ridanciana, casinista, pronta a infilarsi in ogni situazione che stuzzichi il suo interesse. La battezzo la Monella. Al ristorante — stavolta avevamo prenotato per tempo pesce e capretto — nutriamo la speranza che nel frattempo abbiano ripristinato la connessione internet. Pia illusione.
Dopo pranzo sarebbe prevista la visita a un villaggio Mutua, ma la luce di metà pomeriggio è piatta e impietosa, quindi rientriamo all'accampamento per riposare. Riposo che si rivela parziale: in tenda c'è un caldo insopportabile e fuori è guerra aperta con le mosche. Nel tardo pomeriggio si riparte, e sul cassone del pick-up sale, come spesso accade, qualcuno che ha bisogno di un passaggio: stavolta un giovane che deve comprare della carne al mercato. Lo scarichiamo e facciamo un altro giro. Quando si sparge la voce che proseguiremo verso il villaggio Mutua, si scatena un assalto alla diligenza: le donne e le ragazze Mutua che vogliono evitarsi la camminata di rientro si catapultano sul cassone con bidoni e bambini in spalla, con l'efficienza collettiva di un branco di piranha su una preda sanguinante.
I Mutua sono strettamente imparentati con gli Himba, dei quali hanno mutuato aspetto e alcune pratiche culturali, distinguendosene per la corporatura tendenzialmente più esile e le decorazioni corporee più sobrie. Sono tra le popolazioni più povere della zona, con poco bestiame proprio; spesso lavorano come pastori alle dipendenze degli Himba. In pratica, sono gli Himba della mutua (scusate la battutaccia).
Durante il giro al mercato noto anche una donna Hakaona con una lunga piuma in testa e una particolare acconciatura che sapevo esistere ma non avevo ancora visto: piccole lamine di lattina di Coca-Cola arrotolati attorno alle treccine, un dettaglio che mescola tradizione e modernità con una disinvoltura da raffinato designer. Ci sono anche alcune donne Cuis che vendono tabacco, ma rimando la fotografia al prossimo giro. Quando partiamo verso il villaggio, le ragazze sul cassone - a occhio non meno di una ventina - cominciano a cantare a squarciagola. Attraversiamo Oncocua che sembriamo il pullman di una squadra che ha appena vinto lo scudetto. A dirigere i cori e a battere ritmicamente le mani sul tetto del pick-up, ovviamente, è la Monella, senza un attimo di pausa per tutta la mezz'ora di strada sterrata.
All'arrivo le ragazze — già eccitate durante il tragitto — scendono di slancio e si dispongono in cerchio assieme a quelle del villaggio, battendo le mani e scatenandosi in danze sempre più vorticose. Io mi siedo per terra per avere un'angolatura diversa, rischiando concretamente di vedermi atterrare in grembo un paio di danzatrici. È uno spettacolo che toglie il fiato, a tratti selvaggio, che dura ininterrotto per almeno mezz'ora.
Poi qualcosa cambia nell'aria. Voci che si alzano, una ragazza che piange a dirotto. La guida ha accordi consolidati coi capi dei villaggi che visita: gli abitanti ricevono la loro parte, i turisti fotografano. Il problema è che le ragazze dei villaggi vicini tendono a infiltrarsi, e chi viene fotografato vuole essere pagato a parte. Con il fatto che buona parte delle presenti le avevamo portate noi direttamente sul cassone, distinguere le aventi diritto dalle intruse nel caos generale era impresa impossibile. Ne seguono discussioni animate: lasciamo più soldi del pattuito, ma ci rifiutiamo di pagare ogni singola persona che ora avanza pretese. Ripartiamo con qualche muso lungo al seguito. Dopo un centinaio di metri troviamo la Monella che ci aspetta sul ciglio della strada: vuole un passaggio per Oncocua, dove probabilmente andrà a spendere i pochi spiccioli guadagnati. La carichiamo. Recuperiamo anche il giovane della carne — che solo adesso va a comprarla — e rientriamo all'accampamento.
Cena con pasta al tonno, questa volta più gradita dalla guida che forse sta cominciando ad apprezzare la pasta al dente. Poi fuoco, e un'altra serata difficile da dimenticare, anche se stavolta solo cantata, non danzata. Il mio compagno di viaggio si ritira presto in tenda. Io resto fino all'ultimo coro, fino a quando anche le inesauribili energie delle ragazze scema, perché non so se e quando potrò rivivere momenti puri come questi. Quando rientro anch'io, ci vuole un po' prima di prendere sonno: prima i cani ululano, poi ci si mettono i galli a cantare con un assurdo anticipo sull'alba.
GIORNO 8
La sveglia suona presto: bisogna smontare il campo, caricare il pick-up e rimettersi in strada. Mentre le operazioni di carico sono in corso, mi concedo un ultimo giro al villaggio Hakaona, dove l'attività è già nel pieno. Le donne sono ancora chine sulla battitura del sorgo, con un ritmo immutabile, come se non avessero mai smesso dal giorno prima. Nel frattempo è passato un triciclo a motore Keweseki — non è la filiale pugliese della Kawasaki, per quanto l'assonanza lasci qualche dubbio — che è una minicisterna da mille litri. Su disposizione del governo, questi mezzi effettuano consegne periodiche di acqua potabile alle comunità più remote. Il villaggio dispone di una propria cisterna in plastica da diecimila litri, ma ho visto alcune ragazze allontanarsi con una tanica in testa verso altri villaggi: segno che la distribuzione non è mai del tutto uniforme, e che le gambe restano lo strumento logistico più affidabile. Salutiamo il capovillaggio e partiamo.
Prima di lasciare definitivamente Oncocua, ci fermiamo ancora al mercato: voglio fotografare le donne Cuis. I Cuis — o Kwisi, come li chiamano gli antropologi — sono una piccola minoranza, forse la più antica della regione: cacciatori-raccoglitori di origine pre-bantu che per secoli hanno abitato le grotte scavate nella roccia, lasciandovi pitture rupestri. Oggi sono tra i gruppi più marginali e poveri dell'intero Cunene, privi di bestiame proprio e di villaggi fissi, e gravitano attorno ai mercati come quello di Oncocua, dove nei giorni scorsi le avevo già viste sedute direttamente per terra a vendere le loro poche cose, principalmente tabacco. Le donne portano il torso nudo con un sottile laccio vegetale sul petto, elemento puramente decorativo, privo di funzione pratica ma evidentemente carico di significato identitario. Purtroppo le uniche due donne Cuis presenti stamattina hanno trascorso la notte sotto una tenda al mercato e adesso ballano al suono di una radio portatile, palesemente ubriache. Non mi sembra il caso. Riparto senza foto.
Da Oncocua si riprende la strada sterrata per qualche ora, con le buche e il rosso della terra che si incollano ai finestrini, finché all'altezza di Ontitchau non ritroviamo l'asfalto e, con esso, i Dimba, la sesta e ultima etnia della zona. I Dimba — conosciuti anche come Mudimba — sono allevatori e agricoltori di sussistenza che vivono nella savana intorno a Cahama, parlano la lingua Herero e si distinguono dalle etnie vicine per le case in argilla decorate con vivaci motivi geometrici. Sono il gruppo etnico più prossimo alle strade asfaltate e ai centri abitati, il che li espone più degli altri alla pressione della modernità: missioni cristiane, emigrazione giovanile verso la Namibia e abbigliamento occidentale stanno erodendo progressivamente le tradizioni. Le donne Dimba però resistono, almeno nelle acconciature: cambiano stile per ogni occasione e fase della vita, con cura e varietà. A un primo sguardo sembrano semplicemente vestite in stile moderno, ma a guardare meglio si nota che portano tutte un fazzoletto colorato in testa e piccoli gioielli di perline autoprodotti intrecciati tra i capelli. Un dettaglio discreto, invisibile per molti ma non alla nostra guida. Più caratteristico un ragazzo incontrato per strada, con un taglio di capelli che definirei "cresta aerodinamica".
Tutti accettano volentieri di farsi fotografare, ma altrettanto puntualmente non riescono a guardare in macchina, nonostante i ripetuti miei inviti. C'è ancora molta sudditanza, difficile dire se verso l'uomo bianco — il potere politico in Angola è saldamente in mano agli Angolani neri, anche se i pochi occidentali che vivono qua sono quasi sempre imprenditori o dipendenti ben retribuiti delle compagnie estrattive — o semplicemente verso l'obiettivo. È uno dei motivi per cui preferisco la visita ai villaggi: con più tempo a disposizione, le persone si aprono diversamente, e le foto che ne escono raccontano qualcosa di più.
Ripartiamo e poco dopo la strada si interrompe del tutto. Lavori in corso: si sta posando una grossa tubatura a fianco della carreggiata e la tecnica prescelta per aprire il terreno è quella delle esplosioni controllate. Aspettiamo qualche minuto, poi si sentono le detonazioni, tre o quattro in sequenza, e sale una grossa nuvola di polvere rossa come il suolo africano. Quando ci danno il via libera, l'asfalto è coperto di detriti e sassi di dimensioni ragguardevoli. Usciamo dalla carreggiata, procediamo lentamente schivando ostacoli per un paio di centinaia di metri, poi rientriamo sull'asfalto e si riprende velocità.
Pranziamo a Cahama, nello stesso ristorante dell'andata, poi di nuovo asfalto fino a Lubango. Rientrare in città dopo giorni di piste, tende e mosche ha il sapore dolce-amaro della fine di un'avventura: sollievo e una punta di malinconia. La doccia calda — ottenuta dopo aver dovuto cambiare stanza, perché i comfort occidentali vanno conquistati anche qui — è comunque un piacere che non si discute. Così come la connessione internet torna e, dopo tre giorni passati in mezzo a chi non ha né elettricità né acqua corrente, trovo 85 notifiche e mi rendo conto che il mondo è andato avanti lo stesso anche senza di me, il che è rassicurante.
GIORNO 9
La partenza è leggermente ritardata perché l'auto ha bisogno di qualche controllo. Poco male, perché l'attesa si rivela un'opportunità inaspettata: l'albergo è a tutti gli effetti uno zoo a cielo aperto. Tra le stanze scorrazzano liberamente oche, caproni, pavoni e persino qualche springbok, la gazzella simbolo del Sudafrica. Nell'attraversare Lubango di giorno non posso fare a meno di notarne le strade ben tenute, i marciapiedi senza una cartaccia, il verde curato nelle rotonde e negli spartitraffico. Niente da invidiare a certe città europee. Lubango è la capitale della provincia di Huíla, fondata alla fine dell'Ottocento da coloni provenienti dall'isola di Madeira a oltre 1.700 metri di quota: un'altitudine che le regala un clima mite.
Saliamo fino ai piedi del Cristo Rei, grande statua eretta dai portoghesi nel 1956 sulla sommità di un promontorio che domina la città a circa 2.100 metri: un fratello minore di quello carioca, con la stessa vocazione a proteggere dall'alto chi abita ai suoi piedi. A poche decine di metri campeggia la scritta Lubango, le cui lettere sono alte all'incirca otto metri e si leggono chiaramente dalla città sottostante. La vista sul tessuto urbano che si stende ai piedi del promontorio è grandiosa.
Non meno grandiosa è quella successiva dal Miradouro da Leba, dove il paesaggio che dai picchi scende fino alla pianura è esaltato dalla vista sul tratto più spettacolare della strada statale EN280, quella che collega Lubango a Namibe: dodici tornanti totali, di cui sei concentrati nella parte alta in rapida successione, con pendenze che raggiungono il 34%. Costruita negli anni Settanta su un progetto concepito già in epoca coloniale per collegare le alture dell'interno con la costa, la strada scende di mille metri in meno di trenta chilometri. Noi la percorriamo subito dopo, dall'alto verso il basso.
Nella zona dei Mucubal ci fermiamo a un mercato. Le donne Mucubal si distinguono per un'usanza particolare: portano il torso nudo con dei lacci o corde sopra di esso — a volte sullo sterno, altre volte direttamente sui seni — che segnalano lo stato civile. Le donne sposate li portano, le nubili no. In testa hanno un fazzoletto colorato che viene ampliato con dei telai appositi per assumere forme elaborate, ma questa versione "festiva" la vedremo - forse - solo nei villaggi. Fa molto caldo: siamo scesi di quota e mi tolgo la parte asportabile dei pantaloni convinto di aver fatto la mossa giusta. Ma poco dopo entriamo nella fascia desertica prossima alla costa, dove il deserto del Namib incontra i venti freddi della corrente del Benguela. Il cielo diventa grigio e la temperatura cala bruscamente.
È con questo clima che arriviamo a Ilha da Mungongo, un villaggio che — racconta la guida — è in realtà abitato da un'unica grande famiglia allargata: il capostipite, le sue quaranta mogli e i circa centottanta figli censiti all'ultimo rilevamento, con la precisazione che nel frattempo il numero potrebbe essere cresciuto. Il villaggio sembra essere stato catapultato qui da un imprecisato punto del Sahel e posato su dei promontori rocciosi che sovrastano un largo letto fluviale. Sotto, a livello del fiume, si estendono orti e piantagioni rigogliosi, le cosiddette Oasi di Mungongo: un contrasto stridente con la secchezza del paesaggio circostante. Sul greto, alcune bambine strofinano il fondo annerito delle pentole con la sabbia. I bambini del villaggio sono più socievoli del solito: si lasciano fotografare tranquillamente, spesso tra grandi risate. Un posto inaspettato che mi lascia un bel ricordo.
Giungiamo infine a Moçâmedes - che dal 1985 era stata rinominata Namibe ma poi, nel 2016, la provincia è stata chiamata Namibe e quindi, per non fare confusione, dalla stessa data si è tornati al nome coloniale — una città portuale che porta i segni di una storia complessa. Fondata a metà Ottocento da coloni portoghesi, molti dei quali in fuga dai rivolgimenti seguiti all'indipendenza brasiliana, rimase a lungo isolata dall'entroterra finché la ferrovia, avviata nel 1905, non la collegò all'interno. Il porto conobbe la sua stagione d'oro negli anni Sessanta e Settanta grazie all'estrazione del minerale di ferro nella vicina Cassinga, poi si spense con la chiusura delle miniere all'inizio degli anni Ottanta. Fu tra le città angolane che meno soffrirono i decenni di guerra civile, e il suo centro storico ne conserva ancora traccia: un patrimonio di edifici coloniali portoghesi in discreto stato di conservazione. Lasciati i bagagli in hotel, sfruttiamo le ultime luci del giorno per fotografarli, ma sono troppi: li finiremo domattina.
Ci consoliamo con un gelato artigianale da "Sapori Nostri", gelateria il cui nome ne lasciava già intuire le ambizioni di italianità. Prezzi piuttosto alti rispetto al costo della vita locale, ma qualità degna di una buona gelateria tricolore. Esattamente come a Luanda, anche in Angola c'è mercato per le cose fatte bene.
GIORNO 10
Ci svegliamo prima della guida e usciamo presto per le strade della città, per immortalarne le chicche architettoniche portoghesi che resistono in maniera diversa al passare del tempo e per dare un'occhiata alla spiaggia, a quest'ora ancora disabitata ma che viene pulita con cura da diversi addetti. Giunto il nostro staff, andiamo di nuovo al supermercato per rifornire le scorte in previsione di una, o forse due, notti in campeggio, e partiamo in direzione ovest.
Il trasferimento è lungo e il paesaggio, come si conviene a un deserto, è monotono: piste sabbiose miste a sassi, grandi distese di erba secca gialla, di tanto in tanto interrotte da colline di grossi macigni frantumati. È la versione angolana del deserto del Namib. Ogni tanto delle esili figure umane appaiono in lontananza, avvicinandosi alla pista brandendo qualcosa per renderlo visibile, il più delle volte sono bambini che tentano di vendere una bottiglia di latte di capra. Una volta ci fermiamo perché non capiamo cosa sia in vendita: è una coscia di capretto, già scuoiata, brandita come una bandiera. Sono tutti Mucubal, un popolo seminomade della regione del Namibe, pastori di bovini e capre, con una cultura materiale ancora fortemente integra e nessuna particolare simpatia per gli estranei. Ma non ne sono sorpreso, ormai so per esperienza che i popoli che abitano i territori più difficili e poveri di risorse sono immancabilmente così, spinti dal luogo in cui vivono ad essere duri.
La batteria ogni tanto ha dei problemi, troppi scossoni. Il driver apre il cofano un paio di volte per fissarla meglio. Dopo ore di pista giungiamo a Virei dove ritiriamo il permesso della polizia. Senza quel foglio, il capovillaggio Mucubal non ci riceverà. A pranzo la scelta è ridotta, come spesso accade, a un paio di piatti unici. Il mio compagno di viaggio chiede delle patatine fritte. Peccato che non siano pronte e ci mettano quasi un'ora a portarle. E quando finalmente le portano è un'ulteriore beffa: saranno appena una ventina. "Non avevamo altre patate" la sconsolante risposta. Ci ripaga la visita dell'interessante cimitero riservato ai capi Mucubal. Alcuni hanno una lapide, tutti hanno teschi di vacche, corna comprese, impilati gli uni sugli altri, più il capo era rispettato e più teschi ci sono.
Abbandoniamo quel po' di civiltà e ci inoltriamo su piste sabbiose tra massi enormi nascosti da una bassa vegetazione. Si scorge qualche insediamento Mucubal, facciamo pausa presso uno di essi ma la guida si raccomanda di non fare foto senza permesso, i Mucubal non sono persone facili, lui per primo sembra temerli. Arriviamo ai piedi di una piccola grotta aperta: siamo di fronte a Tchitundu-Hulo, noto per le pitture rupestri. Il sito maggiore è sulla montagna più alta ma fa troppo caldo per affrontarne la salita ora, ci penseremo domani.
Piantiamo la tenda con l'aiuto di alcuni ragazzini Mucubal che arrivano da chissà dove. Salgo sulla roccia. Da lassù si vedono i recinti dei villaggi tutt'intorno, chiazze circolari nel paesaggio, e grosse lucertole ovunque. Presto si forma il solito piccolo gruppo di curiosi, tra cui una donna che fa la spiritosa e dice che vorrebbe un figlio bianco da me. Non sapendo cosa dire, le chiedo quanti anni ha. Batte le mani in maniera molto teatrale 4 volte (4x10) e poi indica 2 con le dita. 42 anni. Ha il laccio al seno che nelle donne Mucubal segnala lo stato coniugale, lo prendo come scusa per esonerarmi dal compito.
La visita al villaggio del capo — previa esibizione del permesso, che viene scrutinato con la stessa diffidenza con cui si guarda un venditore porta a porta — rivela un recinto grande, capanne coniche di fango basse e compatte, un grande altare centrale che segnala che le tradizioni sono ancora vive e praticate. Le donne sono assenti: stanno assistendo una moglie del capo ammalata, ci viene detto. Non essendoci soggetti fotografabili, cambiamo villaggio e torniamo da quello in cui ci eravamo fermati in precedenza senza chiedere foto. Le donne e le ragazze si lasciano fotografare con una certa disponibilità, previo accordo; le adulte fumano la pipa, le giovani - su mia richiesta - sfoderano la versione festiva del copricapo, con un telaio interno. Provo anche a comprarne uno ma la ragazza a cui lo chiedo si dimostra irremovibile, non so se perché non ha voglia di rifarlo o perché gli attribuisca un valore protettivo, quasi sacro. In compenso riesco a farmi portare un poggiatesta, abbastanza semplice ma autentico e tanto mi basta per aggiungerlo alla mia collezione. Acquistiamo anche un cocomero, che si rivela la cosa più apprezzata della giornata: l'acqua in bottiglia è calda da ore mentre il cocomero è fresco. Lo finiamo in un amen.
I ragazzi raccolgono legna e tornano da un villaggio vicino con dei tizzoni ardenti coi quali la accendono. Pasta con pomodoro e piselli, meglio. Niente danze, niente canti. Rimane il cielo, che qui, senza inquinamento luminoso di nessun tipo, fa la sua parte magnificamente. È sufficiente.
GIORNO 11
Sveglia presto per andare a visitare le pitture rupestri sulla montagna con la guida di due Mucubal. La salita è abbastanza facile, nonostante alcuni punti piuttosto scoscesi. Le pitture rupestri, vecchie di ventimila anni, conservano ancora i colori originali perché protetti dalle intemperie. Prima di giungere alla piccola grotta coperta vi sono dei petroglifi in diversi punti della roccia ma più che le pitture rupestri quello che mi piace maggiormente è il paesaggio che si gode dall'alto del massiccio.
Facciamo ritorno presso il villaggio del capo che il giorno prima era disabitato. Le donne non ci sono nemmeno oggi però ferve attività: i ragazzi e alcuni giovani uomini si stanno occupando del bestiame, in particolare stanno mungendo le vacche in un piccolo recinto. Fotografiamo col permesso e retribuiamo i giovani. Andiamo per salutare il capo villaggio e, nonostante l'accordo, questi pretende di essere pagato ulteriormente. Non ne capiamo il motivo e lui dice perché abbiamo fotografato le sue vacche, cosa che in nessun altro villaggio ci è mai stato richiesta. Dopo una non facile discussione, con il capo villaggio che ormai vuole tenere la posizione per non perdere la faccia di fronte a tutti, elargiamo un ulteriore cifra ma ci ripromettiamo di non tornare più nel suo villaggio.
Smontiamo le tende e prima di andare via, parlando con uno dei Mucubal che ci aveva accompagnato al sito delle pitture rupestri, scopro che è possibile accaparrarsi un altro poggiatesta, cosa che puntualmente succede. Dall'alto di una collina caccia un urlo alla moglie che affida il poggiatesta a una bambina che parte per portarmelo. Poi quando vede che il destinatario è un bianco, si prende paura e torna indietro di corsa, tocca quindi alla moglie portarlo. Partiamo e dopo poco troviamo la pista sbarrata con dei rami, di proposito, probabilmente su ordine del capo villaggio di cui prima. Scendo personalmente a liberare la strada. Ad un certo punto, in cima a una delle tante colline sassose che caratterizzano il paesaggio, scorgo delle persone. Capisco che è una pozza e faccio fermare l'auto. Ci sono due donne, con due asini, che stanno lavando i panni e con loro c'è una ragazza. Chiediamo di poterla fotografare - dietro compenso - ma questa si copre il volto e addirittura fugge quando cerchiamo di avvicinarci. Quando siamo già saliti in auto, le donne si avvicinano, la ragazza sembra aver cambiato idea e si appresta alla macchina per concludere l'affare ma io - stanco di questi comportamenti - intimo l'autista di partire.
Riprendiamo la lunga strada del ritorno sulla stessa pista e facciamo pausa presso una pozza molto grande dove una numerosa mandria di capre è in abbeverata, guardata da quattro Mucubal, ai quali ci approcciamo come sempre con rispetto. Dopo qualche chiacchiera senza foto, uno di loro ci chiede un passaggio. In precedenza avevamo negato questo privilegio a chi ci aveva chiesto un passaggio perché il cassone del pick up è pieno del materiale da campeggio e non c'è posto. Però il machete di quasi un metro che porta con sé ci fa essere più accondiscendenti. Dopo alcuni minuti di pista percorsa a tutta velocità, sentiamo delle urla dal cassone: è il nostro passeggero che ci comunica che abbiamo superato il punto in cui voleva essere scaricato, scende e torna indietro per qualche centinaia di metri.
Giungiamo alla fine della pista e il nostro driver parcheggia e scende. Si è reso conto che il tubo dell'olio si è danneggiato, probabilmente a causa di un sasso fra i tanti. Prova a ripararlo ma evidentemente è operazione più complessa del previsto e quindi dobbiamo tornare a Moçamedes per cercare un meccanico. Ci scaricano davanti a un ristorante mentre loro vanno in officina. Tornano dopo un'ora, il problema è stato risolto, ordinano anche loro il pranzo ma, come spesso succede, sembra che non ci sia nulla di pronto e che tutto venga preparato al momento. Morale: un'altra ora persa, nonostante le nostre sollecitazioni.
Ripartiamo abbastanza in ritardo sulla tabella di marcia, seccati dal timore di non avere più il tempo per rispettare il programma. Pochi chilometri e una sosta veloce per ammirare delle Welwitschia mirabilis: piante basse, dall'aspetto quasi preistorico, capaci di sopravvivere fino a duemila anni nel deserto del Namib grazie a due sole foglie che crescono per tutta la vita senza mai cadere. Una delle anomalie biologiche più spettacolari del pianeta.
Poi las Colinas. Mi chiedo chi sia quel povero di spirito che ha deciso di chiamare questo posto con un nome così banale, che non rende per niente l'idea del posto in cui ci troviamo. Las Colinas è una serie di strepitosi canyon di colore rosso scuro, mescolato a rocce ocra e grigie, con formazioni rocciose come archi, picchi, camini, isolati monoliti e gole che si incrociano. Un'autentica meraviglia della natura, che non ho remore nell'inserire sul podio di una mia personale classifica dei posti più sorprendenti che abbia mai visto. Purtroppo dobbiamo vederle un po' di corsa, anche il cielo grigio non esalta i suoi colori incredibili ma rimane un gioiello che da solo giustifica visitare questa parte del paese. Una giornata che pareva condizionata da una cattiva stella, chiude col botto. L'Angola è veramente un paese pieno di sorprese. Non c'è più tempo per procedere verso Tombwa, rientriamo a Moçamedes e domattina partiremo di buon'ora per metterci in pari con le visite.
GIORNO 12
Partiamo presto in direzione Tombwa, sull'Oceano, e c'è una gran nebbia. Dopo un po' che siamo in auto e non accenna a diminuire, la guida si gira e mi chiede se non sia il caso di soprassedere. Ignora che la nebbia fa parte da sempre del DNA di uno che vive nella Bassa Romagna, gli dico di non preoccuparsi e di continuare, male che vada faremo foto "poetiche". Ovviamente, col sole che comincia a scaldare l'aria, lentamente sparisce e quando arriviamo sul mare, il cielo è ancora grigio ma la visibilità è ottimale. Arriviamo alla cappella di Diogo Cão, un autentico gioiellino. Dedicata al navigatore portoghese che nel Quattrocento fu tra i primi europei a esplorare queste coste, si trova in cima a un promontorio affacciato sull'Atlantico, inserita in uno spiazzo larghissimo e deserto che finisce direttamente sul mare. L'insieme — la piccola chiesa bianca, il silenzio, l'oceano sotto — è di un minimalismo quasi zen. Poi ci rechiamo presso un distributore, non per fare il pieno (qua la benzina costa 0,23€ al litro, il gasolio sui 0,32€) ma per sgonfiare le gomme, perché abbiamo chiesto di inoltrarci un po' sulle dune che lambiscono Tombwa.
Tombwa — già Porto Alexandre, ai tempi del Portogallo — è una città con un fascino particolare. L'odore pungente del pesce la caratterizza come città di pescatori ma la vita qui - come del resto in ogni città d'Angola - è dappertutto. Nelle strade e nelle piazze c'è sempre una moltitudine di gente colorata, indaffarata a fare qualcosa o semplicemente in attesa di un cliente di qualche tipo. Procediamo fino alla fine della strada e poi ci inoltriamo, dopo aver sorpassato montagne di rifiuti di plastica, nella grande spiaggia, che in pratica è anche l'inizio - o la fine, a seconda di come lo si guardi - del deserto del Namib, che da qui in direzione sud vede solo dune. Vicino alla spiaggia ci sono degli insediamenti veramente malmessi, sembrano le "basi" di piccoli gruppi di pescatori. Facciamo un breve giro in spiaggia ma la nostra presenza attira un po' troppe attenzioni indesiderate e capiamo che è meglio ritornare in auto, dalla quale la guida lancia una banconota per calmierare la situazione.
Proviamo allora a inoltrarci un po' sulle dune più interne per cercare qualche angolo interessante di deserto ma abbiamo un piccolo insabbiamento su un dosso apparentemente basso e innocuo, di quelli che non sembrano pericolosi. Il driver innesta le ridotte e ne esce quasi senza sforzo. Rinunciamo ad avventurarci troppo ma mi viene il dubbio che la manovra fosse un modo sottile per scoraggiarci dall'andare oltre. Tornati in città, fotografo un bellissimo vecchio cinema in stile Art Deco (dovendo schivare l'importunatore di turno che sosteneva che volevo fotografare lui), una grande piazza con l'ennesimo campetto da basket e una chiesetta coloniale circondata da centinaia di fedeli appena usciti dalla messa domenicale. C'erano anche molti giovani in tenuta da boy scout con pantaloni corti e foulard d'ordinanza.
Riprendiamo la strada verso l'interno e chiedo info alla guida su una strana città a pochi km da Tombwa che avevo notato all'andata: insolitamente distante dalla strada e tante, veramente tante, casupole di lamiera distanziate, non ammassate le une sulle altre come al solito, anzi piuttosto distanziate. Scopro che in pratica si tratta di un lazzaretto, creato per mettere in quarantena i contagiati dall'epidemia di colera che ha colpito Tombwa a marzo del 2025 (!) con punte di 70 morti in un giorno, oggi a emergenza finita abitato da pescatori che non hanno trovato di meglio che venire a vivere qua. Il deserto come soluzione urbanistica di emergenza.
Ripercorrendo la stessa strada dell'andata, giungiamo alla Lagoa dos Arcos: tre laghi che si allungano per una decina di chilometri sul bordo del fiume Curoca con un canyon di arenaria che fa da quinta. Il punto più spettacolare è rappresentato da un enorme doppio arco nella roccia, da cui il nome. Qui vivono i Kwepe, uno dei gruppi etnici più piccoli e antichi dell'Angola. Parlavano un proprio dialetto (l'ultima parlante originaria è scomparsa nel 2018) e vivono in capanne di rami e canne. Ripassiamo dallo stesso ristorante di Namibe che l'altro giorno ci aveva tenuto in ostaggio per un tempo infinito, evidentemente le alternative non sono molte. Poi quarantacinque minuti per fare benzina (sempre col motore acceso). Segue tappa al Centre do Cinema, ospitato in una struttura dalle forme avveniristiche tipiche della Space Age, ultima visita prima di lasciare definitivamente Moçamedes e rientrare a Lubango.
Pian piano il paesaggio cambia e da quello piatto e arido vicino alla costa torna ad essere montuoso e più verde. Ad un certo punto abbandoniamo la strada percorsa all'andata e siamo in una zona non ancora battuta, la Serra da Chela. Nei pressi di Muninho c'è uno dei soliti animati mercati lungo la strada. Ci sono molte donne Mucubal, qualche ragazzina Mwila di montagna (riconoscibile dalle elaborate trecce di fango) e qualche Nguendelengo, il motivo di questa deviazione. Fotografo una donna di questa etnia, che porta i lacci al seno come le Mucubal ma che si distingue per la particolare acconciatura a "sfere" e un giovane con la tipica cresta degli adolescenti, simile ma non identica a quella vista qualche giorno fa sulla testa di un ragazzo Dimba.
Proseguiamo in cerca di un villaggio Nguendelengo, al quale giungiamo in un momento in cui è praticamente vuoto, ad eccezione di un'adolescente che si sta occupando di un infante e che chiama fratellini e sorelline sparsi nei paraggi, chi a badare delle capre e chi intento a fare altro. Poi giunge anche un'anziana, che si lamenta del fatto che siamo entrati nel villaggio mentre era vuoto. Si vede che sono mezzi imparentati coi Mucubal, dai quali sembrano aver appreso l'arte del pretendere sempre qualcosa. Gli Nguendelengo sono pastori, cacciatori e agricoltori di sussistenza seminomadi. Sono circa tremila e il loro numero è in calo costante: sono gli ultimi parlanti di un raro dialetto Nuaneca. Le donne portano chignon multipli, costruiti con ramoscelli e lacci di cuoio e decorati con elementi metallici; i ragazzi non sposati sfoggiano grandi creste e il machete come parte irrinunciabile dell'abbigliamento. Faccio le mie foto e salutiamo la compagnia, seguiti dai brontolii della vegliarda.
Risaliamo sull'altopiano di Lubango lungo una lunga serie di tornanti mentre un tramonto struggente dipinge ombre e colori lisergici che non riesco a catturare a dovere perché il driver dice che non ci si può fermare a bordo strada. Poco male, la bellezza ammirata trova comunque sinapsi a cui ancorarsi. Scendiamo in città che è già buio, con le strade che ancora pullulano di gente e di vita, sembra sempre che in casa ci si stia solo per il tempo della dormita notturna.
GIORNO 13
Giornata interlocutoria, in attesa del volo serale di rientro nella capitale Luanda. Alla luce delle poche visite previste, rimaniamo d'accordo con la nostra guida di vederci più tardi del solito, alle 9:30. Sveglia con calma, doccia e colazione: non mi sembra neanche di essere in viaggio in Africa. A riportarmi alla realtà ci pensa la guida, che applica "l'african time" con nonchalanche, presentandosi alle 10:10, per l'ira funesta del mio compagno di viaggio che, quando questi si presenta alla reception, se lo mangia vivo (anche perché dice di averlo visto entrare nel bar a fianco già da tempo). Per noi occidentali è sempre difficile adattarsi al concetto di tempo che hanno gli Africani per i quali è più un'opinione che un'unità di misura precisa.
Prima tappa odierna presso il santuario di Nossa Senhora do Monte, una cappella-anfiteatro scavata nella montagna, opera dell'architetto Ludovice negli anni Sessanta. Il risultato è un curioso ibrido fra devozione popolare e ardimento modernista: altare e panche di pietra a cielo aperto, una guglia di cemento armato che punta dritta al cielo, il tutto avvolto da un silenzio che a Lubango, città di quasi un milione di abitanti, è merce rara. Si salgono alcuni scalini e si trova la vecchia chiesetta coloniale, del 1919, estremamente semplice, dal cui piazzale si gode una vista dall'alto della città. Proviamo ad accedere al "parco turistico" (un grande giardino pubblico) ma è giornata di manutenzione, non si può accedere. Torniamo in auto e usciamo dal centro abitato, tornando nella zona del monte Tundavala. C'è una cascatella, in parte addomesticata da una piccola diga a monte, che fa qualche salto fra le rocce: niente di memorabile, soprattutto per chi ha già visto le ben più solenni cascate di Calandula, ma serviva a riempire la giornata. Non distante c'è un albergo ricavato in un edificio coloniale degli anni Cinquanta, di recente restaurato.
Tornati in città, si passa al mercato municipale, vivace e disordinato come ogni mercato che si rispetti, e poi ai Barracões, il quartiere dove nel gennaio 1885 sbarcarono i primi coloni provenienti dall'isola di Madeira: 222 anime mandate da un ministro portoghese a colonizzare l'altopiano, da cui la città prese il nome fino all'indipendenza. Oggi i Barracões hanno perso ogni traccia eroica e sono semplicemente un quartiere come tanti (anzi, un quartiere per ricchi locali, a giudicare da un "condominio" di ville con accesso ben protetto), ma la targa toponomastica continua a ricordare l'antica funzione di accampamento. Poco distante, la chiesetta costruita proprio da quei coloni madeirensi, piccola e sobria.
La stazione ferroviaria di Lubango, oggi un gigantesco edificio semivuoto di chiara costruzione cinese, fu il traguardo della linea Moçâmedes-Sá da Bandeira, inaugurata il 31 maggio 1923 — lo stesso giorno in cui la colonia fu elevata al rango di città. Pranzo da ArteDoce, che la nostra guida definisce la caffetteria più chic di Lubango. Subito dopo, il Museo Regionale di Huíla, fondato nel 1957 nella casa donata da un medico locale, oggi custodisce manufatti della cultura dei popoli del Sud Angola: regioni di Huíla, Namibe, Cunene, Kuando Kubango. Tra le vetrine, bambole e poggiatesta tradizionali di rara bellezza (che avrei voluto fare miei), illustratici da una direttrice albina competente, con quale è stato piacevole interagire.
Il tempo non manca e quindi ci concediamo anche un gelato (immancabili le macchine Carpegiani), al solito di buona qualità. Davanti alla gelateria c'è la sede del Ministero dell'Interno, che sfoggia un emblema dalla grafica di stampo marxista che fotografo. Ho appena finito di scattare che giunge un azzimato piccoletto (un funzionario del Ministero?) che mi dice che non si può fotografare l'edificio, gli dico che ho fotografato solo il simbolo e sembra bastargli.
Poi dal parrucchiere, non per fotografare (anzi, non solo per quello) ma soprattutto per accorciare il bulbo che, con questo caldo e col finestrino perennemente aperto per godere di un po' di fresco, quando scendo dall'auto sembra che abbia viaggiato in motorino senza casco. Prezzo onesto (meno di 4€), risultato migliorabile. Ultima tappa preso un mercato di periferia, decisamente più sgarrupato di quelli cittadini: bancarelle minimaliste, a volte composte da un solo pezzo di cartone sopra la polvere, vestiti di seconda e terza mano provenienti dai paesi occidentali, street food basico (tra cui delle larve vendute da donne Mucubal) e tanta sporcizia. Per assurdo è più pulito il vicino mercato dei pezzi di ricambio per auto, dove finiscono spolpati i mezzi che, dopo mille riparazioni, non ce la fanno proprio più.
Prima di andare in aeroporto tento di cambiare denaro, ma il tasso proposto è praticamente pari a quello, svantaggioso, ufficiale. Aeroporto, foto di rito con la guida con la promessa di risentirci, sia perché vorrei tornarci per lavoro ma anche per possibili nuovi itinerari, ora che so - dopo averne parlato con la direttrice del museo prima citato - che nel nord-est del paese le comunità Chokwe mantengono vive le tradizioni e celebrano ancora spettacolari riti ancestrali. C'è sempre nuova Africa da scoprire. Arriviamo a Luanda e troviamo il driver ad aspettarci nonostante l'aereo, partito in perfetto orario, sia atterrato ben 40' prima dell'orario previsto. African time al contrario.
GIORNO 14
Anche la giornata odierna doveva essere interlocutoria - il classico giorno "vuoto" inserito nell'itinerario per avere spazio per recuperare ritardi o imprevisti - ma si rivela una delle più belle dell'intero viaggio. Merito del nostro driver Tony il quale, nonostante parli solo in portoghese, si sintonizza subito sulle cose che ci interessano, ma anche nostro che gli diamo gli imput giusti, facendo ricorso al traduttore automatico per i dettagli più specifici.
La prima cosa che chiediamo di vedere è la spiaggia di Cacuaco, dove dovrebbero esserci dei vecchi relitti di navi abbandonate. Tony dice che è da 10 anni che non ci va e va per tentativi. Sbagliamo strada e c'inoltriamo in una zona che non mi aspettavo, formata da tante lagune circondate da alti argini. La gente che incontriamo, dall'aspetto molto povero, vive di pesca in un ambiente infestato dai rifiuti di plastica. Chiediamo indicazioni una volta, poi due, ci rimandano sempre indietro. Un grosso camion è fermo in mezzo alla strada/argine, davanti a lui un altro mezzo pesante si è insabbiato e il pilota è a bordo strada, in paziente attesa di non so quale intervento salvifico. Seguendo le indicazioni del camionista, finalmente prendiamo la pista giusta.
Ci avviciniamo sempre più al mare, attraversando zone con l'erba alta e sovrastate da un canyon di arenaria sul quale torreggiano strani cactus che da lontano, col fusto alto e sottile, paiono delle palme. Già solo per questo paesaggio sarebbe valsa la pena giungere fin qua quando, dopo l'ennesimo costone roccioso, si apre alla vista la lunga spiaggia, pullulante di relitti. Ci avviciniamo e vediamo che in alcuni di essi si affannano degli uomini, a volte con un martello in mano e a volte semplicemente a mani nude, che cercano di rompere e staccare pezzi di ferro da ciò che resta di questi cadaveri marittimi, tra onde non sempre pacifiche. Formiche umane dedite a smangiucchiare, un bocconcino alla volta, balene di ferro. Una scena quasi biblica, dove Paradiso (la bella spiaggia) e Inferno (il duro e rischioso lavoro) si fondono. Dante, sei tu? Siamo entusiasti del luogo e della situazione, ci attardiamo a fotografare e Tony, che evidentemente ha capito quali sono i nostri interessi, dice che ci può portare dove possiamo vedere dei pescatori all'opera.
Un altro bel po' di km (Luanda e il suo agglomerato urbano sono maledettamente vasti), stavolta senza indecisioni, e giungiamo in un dedalo di fatiscenti e puzzolenti vicoli, dove scendiamo. È uno dei (credo) diversi mercati del pesce, dove le barche ormeggiano al ritorno dalla battuta di pesca e gli acquirenti, in grande maggioranza donne, si accalcano per essere i primi a scegliere il pescato migliore, anche andando in acqua fino al ginocchio. È tutto un via-vai di pescatori, donne con bacinelle in testa ma anche facce poco raccomandabili e inevitabilmente abbiamo centinaia di occhi addosso. La presenza di un paio di poliziotti che tengono d'occhio la situazione ci rasserena ma, ci dice il driver, non sono certo qui per noi, piuttosto per controllare che non sbarchino degli immigrati irregolari (specie dal non lontano Congo e dal remoto Mali), approfittando del caos che regna. Ce ne andiamo dopo aver lasciato una piccola mancia a un non richiesto autoproclamatosi nostro bodyguard e al "parcheggiatore" che dice aver vegliato sulla nostra auto. Mattinata strepitosa, che chiudiamo andando a pranzo in un locale in cui il cibo si paga in base al peso, una modalità che avevo visto solo in Brasile, dalle comuni radici coloniali portoghesi.
La prossima destinazione è il Miradouro da Lua, sulla costa atlantica, alcune decine di km più a sud. Arriviamo in zona e si cominciano a intravvedere spezzoni delle formazioni rocciose che cerchiamo. C'è un ingresso a quello che sembra un belvedere ma è chiuso da un nastro di cantiere, ci sono dei lavori di posa dei tubi. Proseguiamo e, dopo aver chiesto indicazioni, ci inoltriamo in uno sterrato. Si vedono in lontananza le formazioni rocciose che cerchiamo, seguiamo la strada che sembra portare ai piedi delle rocce ma invece prosegue oltre e giunge presso un povero villaggio di pescatori stretto tra il mare e belle rocce di arenaria chiara, ma non è il luogo che cerchiamo. Ritorniamo sulla strada litoranea e chiediamo di nuovo indicazioni, a uno che questa volta sembra sapere quello che dice. In pratica, dobbiamo ritornare a quel posto che era chiuso. Parcheggiamo, superiamo la flebile resistenza opposta dal nastro e ci viene incontro un militare con un mitra. Chiediamo se si può visitare e dice di sì, anche questa faccenda la si può risolvere con una piccola mancia. Mancia peraltro spesa benissimo, perché il Miradouro è una meraviglia di guglie bianche - che gli americani chiamerebbero "hoodos" - che si generano da un suolo inizialmente rosso come solo la terra d'Africa sa essere. Ricorda molto il Bryce Canyon nello Utah, anche se si sviluppa in linea quasi retta, parallela alla costa, per un numero imprecisato di km, sia a nord che a sud del punto in cui ci troviamo: dal belvedere non si riesce a coglierne la fine, nonostante lo sguardo spazi largamente. Appagati, riprendiamo la direzione di Luanda.
Ultima sera in Angola e non ho voglia di passarla in albergo, nonostante nessuno di noi abbia voglia di cenare. Usciamo a piedi, senza guida, nelle strade dei dintorni in cerca di una gelateria artigianale, e per trovarla dobbiamo attraversare una trafficata strada su uno di quegli attraversamenti stradali sopraelevati che caratterizzano Luanda. Si salgono 4 rampe per lato e in una di queste ormai calpestiamo un bambino che dorme riverso a terra. Lo schiviamo all'ultimo, sta in una zona d'ombra ma proprio dove transitano tutti i pedoni e, talvolta, anche le moto. A Luanda la vita di chi sta in fondo alla scala sociale è dura sia di giorno che di notte e forse anche per questo nessuno, prima di noi, si è fermato a guardarlo davvero.
GIORNO 15
Ultima giornata angolana, stavolta davvero raccogliticcia. Abbiamo tenuto per oggi le tipiche visite che consigliano i classici siti del tipo "Dieci cosa da vedere a Luanda in un giorno" ma tra alcune cose già ammirate e altre che il nostro driver non sa dove siano (e nemmeno coloro ai quali chiede info), le visite non sono di quelle imperdibili, a differenza di quelle di ieri.
L'ospedale di architettura coloniale che vogliamo visitare è in fase di ristrutturazione, dapprima un addetto ci lascia entrare ma subito dopo giunge un contrordine e dobbiamo andarcene. Cerchiamo il Monumento agli Eroi Cubani (che diedero man forte all'MPLA durante la lunga guerra civile) ma il nostro driver trova solo quello alle Eroine della Rivoluzione. Poi visita al Museo Antropologico, molto più grande di quello di Lubango: non c'è una biglietteria ma una mancia a quello che sembra essere il direttore del museo non può mancare, anche se poi a farci da cicerone è una studentessa che non ha un briciolo della competenza che aveva la direttrice del piccolo museo antropologico di Lubango. Tante sale, nessun poggiatesta, una sola bambola non particolarmente antica, in compenso una buona selezione di maschere dei Chokwe e dei Pende, le due etnie dalla produzione artistica più importante, originarie dei territori nell'estremo nord-est del paese, al confine con la R.D. del Congo. C'è anche una sala con le "opere di ritorno", cioè quelle che negli ultimi tempi vengono rimpatriate dai paesi occidentali dove sono da tempo dislocati gli oggetti di maggior valore. Non a caso, in questo ambiente c'è la climatizzazione e le opere sono dentro a teche di vetro.
Visitiamo la chiesa coloniale della Nossa Senhora dos Remedios (non indimenticabile) e il centro culturale brasiliano, la cui gentile curatrice ci mostra, finalmente in inglese, il restauro (bello ma molto moderno) effettuato su quello che una volta fu il primo albergo di lusso cittadino. A fianco dell'edificio scorre la Rua dos Mercadantes, costellata di street art. Poi tappa alla Fortaleza, struttura difensiva in posizione rialzata, che ospita il museo della Storia Militare. Se non altro da qua si gode una bella vista del Marginal (la passeggiata lungomare) e dei grattacieli che si affacciano sulla baia. Pranzo nello stesso posto di ieri e poi non ci rimane altro che andare, con largo anticipo, in aeroporto, se non altro per sfuggire al caldo e al traffico della capitale.
Si chiude un bellissimo viaggio in una terra stupenda ma piena di contraddizioni: città moderne che pullulano di giovani in eleganti completi e zainetto trendy e villaggi sperduti nella savana dove la vita è la stessa da secoli; grattacieli di vetro non lontani da misere baracche di lamiera; smartphone moderni in mano a chi non ha accesso all'acqua corrente; petrolio e diamanti che hanno fatto la fortuna di pochi mentre ai più tocca arrangiarsi un pasto al giorno; un esercito di venditori ambulanti che si destreggia tra semafori e fuoristrada di lusso. Un paese che corre a due velocità diverse, senza che nessuno sembri avere intenzione di rallentare o accelerare per farle coincidere.


















































































































































































