L'ECO DELLE TORRI DEL TAMBURO
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Il popolo Dong, discendente degli antichi Liao, custodisce nel sud della Cina un’eredità culturale che sembra resistere al tempo, nonostante la crescente pressione dell’integrazione con l’etnia Han. Le loro origini si perdono in leggende che parlano di migrazioni dall’oriente, talvolta causate da invasioni di cavallette, e restituiscono l’immagine di una stirpe orgogliosa che, tra le dinastie Ming e Qing, ha lottato a lungo per un’indipendenza mai pienamente ottenuta. Oggi, pur vivendo un rapporto più disteso con il governo centrale, i Dong affrontano il rischio dell’assimilazione culturale mentre si spostano verso le città, ma i loro villaggi sparsi tra Guizhou, Guangxi e Hunan rimangono monumenti viventi di un modo di abitare la terra che non ha eguali.
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La loro economia è una simbiosi con la natura, dove spicca la coltivazione dell’abete. Suggestiva la poetica tradizione degli "alberi dei 18 anni": alla nascita di un figlio, i genitori piantano piccoli abeti che cresceranno insieme al bambino, pronti per essere abbattuti quando avrà l’età per sposarsi e costruire la propria casa. È un ciclo di vita che lega indissolubilmente l’uomo al bosco. Accanto alla selvicoltura, l’agricoltura è il cuore pulsante del villaggio, con il riso glutinoso e i bufali d’acqua che dominano il paesaggio delle vallate più fertili.
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L’architettura Dong è forse l’aspetto che più colpisce l’osservatore. Le Torri del Tamburo svettano con i loro tetti dispari come stazioni di allarme contro gli incendi ma anche "centri sociali"; sono i luoghi nevralgici dove ho visto gli anziani trascorrere ore tra carte, pipa e calligrafia. E poi ci sono i meravigliosi "Ponti del Vento e della Pioggia", come quello celebre di Chengyang, lungo 165 metri, la cui successione di tetti dalle punte arricciate ai miei occhi pare l'essenza stessa dell'architettura tradizionale cinese. Questi capolavori di legno, pietre e bambù, costruiti magistralmente senza l’uso di un solo chiodo, non sono solo passaggi sopra i corsi d’acqua, ma piazze coperte e luoghi sacri, dove le correnti d’aria i panni tinti ed essiccano la carne, mentre la gente si siede a chiacchierare al riparo dalle precipitazioni.
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La loro società oscilla tra antichi retaggi matriarcali, come il culto della dea Sa Sui, e una struttura patriarcale che un tempo confinava le donne ai piani alti delle case e negava loro il contatto con gli oggetti sacri. Tuttavia, la centralità femminile riemerge nei riti di passaggio e nella dote di gioielli d’argento che passa di madre in figlia. Il matrimonio è una festa lunga tre giorni che culmina nel rito del "ferma il cavallo", in cui lo sposo cerca di trattenere i convitati con il canto. Il ciclo della vita è scandito da curiose precauzioni, come fasciare le mani ai neonati perché non diventino ladri, o nutrire il bambino con carne macerata nel vino a sei mesi come rito iniziatico.
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Il rapporto con l’aldilà è altrettanto complesso e rigoroso. Le cerimonie funebri sono momenti di condivisione collettiva a cui nemmeno lo straniero può sottrarsi: io stesso, a mia insaputa, sono stato trascinato a partecipare a uno di questi banchetti, dove il cibo e il vino di riso scorrevano per tre giorni per onorare il defunto prima che la bara, santificata dal sacrificio di un gallo, venisse portata in montagna. È un mondo intriso di animismo, dove il destino si legge nelle ossa di pollo o nei chicchi di grano e dove il tempo è scandito da tabù affascinanti: non ci si sposa nell’anno della Tigre (che non genera prole prima dei 9 anni di età) e si trasloca solo di notte, mentre i vicini di casa dormono.
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Ma l’anima profonda dei Dong vibra soprattutto nelle loro canzoni. I cori polifonici, patrimonio UNESCO, non sono solo arte, ma il linguaggio stesso del corteggiamento. Ho avuto la fortuna di assistere a una piccola festa privata dove quattro ragazze, splendenti nei loro abiti tradizionali e gioielli d’argento, cantavano per allietare il convivio. Lì, tra quelle armonie vocali che si tramandano oralmente, ho percepito quanto la loro identità sia legata a un filo sottile ma resistente, fatto di suoni, legname e rituali antichi che ancora oggi definiscono cosa significhi essere Dong in una Cina che corre verso il futuro.




