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FOTORACCONTO BHUTAN & INDIA ORIENTALE NOVEMBRE 2023

(per vedere le didascalie, clicca sulle immagini delle slideshow)

FIGLI DI BHUTAN - i

Comincia un viaggio che toccherà due paesi: dapprima il Bhutan e poi l'India Nord Orientale.

 

In realtà l'idea iniziale era quella di visitare solo la parte tribale dell'India a est del Bangladesh ma poi vi ho aggiunto il piccolo paese himalayano a cui, a causa dell'esoso visto (200 dollari al giorno, poi dimezzato dall'01/09/2023 ma quando avevo iniziato a programmare il viaggio valeva ancora la cifra iniziale, a cui aggiungere la guida obbligatoria), non voglio dedicare un viaggio intero. Decido quindi per una toccata e fuga, due giorni pieni e ripartenza la mattina del terzo giorno, in cui bisogna ugualmente retribuire la guida anche solo per farsi portare all'aeroporto. Probabilmente i turisti disposti a pagare tali cifre, anche causa pandemia, sono diminuiti e si sono resi conto che era meglio abbassare il costo del visto giornaliero per non veder diminuire gli introiti portati dal turismo.

Il Bhutan è una piccola monarchia, scarsamente abitata (circa 700mila abitanti), estremamente montuosa e ricca di foreste ma piuttosto povera (poco più di 3.000$ di reddito medio annuo pro capite), priva di una rete ferroviaria e ancora largamente basata su un'economia tradizionale legata all'agricoltura e all'allevamento. La minacciosa vicinanza della Cina ha spinto il paese a stringere stretti rapporti con l'India - a cui esporta buona dell'energia prodotta dai suoi impianti idroelettrici - che difatto ne protegge i confini. È noto che il Bhutan persegua, più che l'innalzamento del P.I.L., la crescita della F.I.L., vale a dire la Felicità Interna Lorda, cioè che ponga - in base a quanto stabilito dal re Jigme Singye Wangchuck negli anni '70 - la persona al centro attraverso lo sviluppo di cinque obiettivi principali: lo sviluppo umano, il buon governo, lo sviluppo equilibrato ed equo, il patrimonio culturale e la conservazione dell'ambiente.

 

Il turismo è in crescita: le frontiere vennero aperte per la prima volta nel 2002 e portarono 6.000 ingressi ma prima della pandemia si superavano già i 300.000 ingressi all'anno, principalmente provenienti dall'India (i cui abitanti una volta erano gli unici a non pagare il visto, da qualche anno anche a loro viene richiesto, benché di importo molto più basso circa 13€ al giorno). La salata tassa giornaliera imposta si spiega col tentativo di limitare gli ingressi stranieri (e gli inevitabili ripercussioni culturali che comportano) ma generare ugualmente reddito, in controtendenza col vicino Nepal. La volontà del piccolo regno di mantenere intatta la propria cultura (e pertanto anche la peculiarità) è evidente: è vietatissimo fotografare dentro ai luoghi sacri (al monastero di Taktsang oltre a macchina fotografica e smartphone, vanno lasciati negli armadietti anche gli occhiali da sole); è ancora piuttosto diffuso il gho, l'abito tradizionale maschile a forma di vestaglia che arriva alle ginocchia; è obbligatorio costruire qualsiasi edificio - anche quelli dell'aeroporto - nello stile architettonico tradizionale; è vietato fare alpinismo, perfino a Messner è stato impedito di scalare il Gangkhar Puensum di 7.570 metri, tutt'ora la più alta montagna mai scalata dall'uomo.

La prima visita è al tempio di Tachog Lakhang, dedicato a colui che ha inventato (almeno da queste parti) i ponti sospesi. C'è ancora quello vecchio di qualche secolo ma ora si usa quello nuovo, per motivi di sicurezza, tempestato di bandierine multicolori di preghiere. Nei pressi dell'edificio vi sono dei pali che una volta facevano garrire al vento le bandiere bianche issate in ricordo dei defunti, mentre quelle colorate portano fortuna

Segue la visita al Museo Nazionale ospitato in un'antica torre di guardia. L'interno è pieno di antichi  thangka (dipinti su seta a carattere religioso) e antichi abiti e utensili ma non posso mostrarveli perché è vietato fotografare, posso però farvi godere la stupenda veduta sulla Paro Valley che si gode da lì

Il sito successivo è l'antica fortezza (per me enorme ma non una delle più grandi del paese) al cui interno la vita dei monaci e novizi si mescola con quella governativa che occupa metà degli spazi

Qua sono tutti Buddhisti, non uccidono animali (ma se ne cibano) e quindi le vacche si sentono completamente padrone sia di occupare il centro delle strade che di fare un salto presso la fortez

Poi un breve giro nel centro di Paro (circa 50K abitanti), dove sui muri di una casa si vede un inequivocabile simbolo di buona fortuna. Poi a nanna presto perché domattina ci alza all'alba

FIGLI DI BHUTAN - II

Oggi giornata in larga parte dedicata al Taktsang Palphug, meglio noto come la Tana della Tigre, l'immagine simbolo del Bhutan. Si tratta di un complesso buddhista costruito su una vertiginosa parete a picco a partire dal 1692 attorno a una grotta nella quale nel VII secolo Padmasambahva (colui che portò il buddhismo in Bhutan) meditò per 3 anni, 3 mesi e 3 giorni. Nel 1998 un incendio lo devastò quasi completamente (si salvò solo una statua che ora viene considerata miracolosa). I lavori di restauro cominciarono subito e terminarono nel 2004. L'impegnativa salita (800 m di dislivello in salito e 120 m in discesa) per accedere al complesso ha richiesto (comprese le soste nell'unica cafeteria per colazione e pranzo) circa 5 ore, ma per chi ha difficoltà è possibile fare una parte del percorso su dei cavalli, non tutto perché negli ultimi oltre 700 gradini non sono ammessi.

La guida aveva in programma di portarci all'ennesimo tempio ma l'abbiamo convinto a cambiare programma: ci siamo fatti lasciare in un villaggio fuori mano e, grazie alla mia solita faccia da culo romagnola, siamo riusciti a farci accogliere in una casa locale, stringendo amicizia con una deliziosa vecchietta

Abbiamo poi visitato un tempio nuovo ma con la fortuna di imbatterci in un gruppo di giovani monaci che suonavano e cantavano, una specie di concerto a nostro esclusivo uso e consumo. Come in tutti i luoghi sacri del Bhutan, vietatissimo farw foto o video, e quindi ho fatto foto all'esterno, a dei novizi che tagliavano i rami di un albero per poi bruciarlo

Chiusura in polleggio con un meritatissimo bagno con l'acqua riscaldata da pietre di fiume arroventate, una tradizione in Bhutan. Oltre al calore (non saprei dire la tempetatura, 50°), è considerata una pratica curativa per via dei minerali rilasciati dalle pietre e dalle sostanze curative delle foglie di artemisia

P

INDIA-VOLATI - III

Oggi giornata di trasferimento. Stamattina siamo ripartiti da Paro per tornare a Calcutta e poi  con un volo interno per giungere a Dibrughar, nello stato indiano dell'Assam (da qui il fantastico titolo della giornata 😬). L'aeroporto di Paro è veramente particolare: praticamente è costellato di salotti con divani e tutte le pareti hanno dipinti di artisti locali, in vendita con tanto di QR code. In compenso non esiste nemmeno un tabellone dei voli in partenza ma comunque basta chiedere maggiori info ai 2 soli gate disponibili. Giunti a Dibragarh, la guida che ci aspetta non ha soverchie difficoltà nell'individuarci: siamo gli unici occidentali a uscire dall'aeroporto

La guida, di etnia Apatani, ci accoglie con tanto di sciarpa di benvenuto. Partiamo subito perché abbiamo 3 ore di strada prima di giungere a Lakhimpur, una tappa intermedia nel nostro spostamento verso l'Arunachal Pradesh. Comincio a cogliere i primi indizi del cambiamento di scenario: clima più caldo e umido, gente in ogni dove, strade trafficate e popolate da aspiranti suicidi, bancarelle in ogni angolo di strada. Ci fermiamo per una sosta e un tipo ci sorride e saluta calorosamente. Dice di essere una guida, ci porta una confezione di dolcetti di riso e cocco che ci regala, prima di chiederci un selfie di gruppo, felice di averci incontrato. Così è l'India, a volte capace di indicibili miserie ma anche di slanci non meno sorprendenti. Giunto in albergo, non tarda a rivelarsi l'altra faccia della medaglia di questo magico paese dalle grandi contraddizioni, a cui manca spesso in soldo per fare una lira. In bagno il boiler è acceso ma l'acqua calda è un miraggio (avvisati due diversi componenti dello staff dell'albergo, senza esiti); a cena - avevamo telefonato per ordinare - ci portano il cibo ma non piatti e posate, se non dopo insistita richiesta. Qua gli avventori preferiscono mangiare in camera (fuori da quasi ogni stanza ci sono i resti di un pasto, solitamente assediati da formiche), infatti al ristorante dell'albergo siamo gli unici, come testimoniato anche dal fatto che il mattino dopo il nostro tavolo è così come l'abbiamo lasciato, con i piatti sporchi. Il wifi in albergo ci sarebbe anche ma è "scarico" (immagino significhi che non lo pagano) almeno lo facessero presente quando qualcuno chiede la password. Non sono posti da influencer.

Mando queste righe nell'etere come una volta si faceva con i messaggi in bottiglia, non so quando vi giungeranno, ma se non mi leggerete regolarmente è probabile che il motivo sia per cose del genere e non perché mi hanno tagliato la testa.

Ah, non ve l'avevo detto? Fra qualche giorno sarò in mezzo a dei tagliatori di teste, ma non di quelli che lavorano per il reparto Risorse Umane di qualche multinazionale. Di questi fighissimi personaggi vi parlerò a tempo debito.

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FIGHI D'INDIA - IV

Giornata che doveva essere interlocutoria e di avvicinamento all'area abitata dagli Apatani e invece succedono cose che la cambiano.

I dintorni di Lakhimpur sono ricchi di piantagioni di tè, ne avevamo intraviste anche ieri ma era tardi e non c'era nessuno nei campi. Stamattina invece vediamo tante donne intente a raccogliere le foglie migliori e quindi ci tuffiamo in mezzo a loro, portando come al solito scompiglio, risate e suscitando curiosità. Le donne (forse un centinaio) sono pagate a cottimo e raccolgono in media dai 24 kg in su al giorno. Molte sono pure ben truccate, col colore del rossetto che rivaleggia in vivacità con quello della "tika" in mezzo alla fronte, alcune portano il caratteristico cappello di paglia conico tipico dell'Assam. Capitiamo poco prima della pausa, durante la quale pesano quanto raccolto fino a quel momento e non si fanno mancare una tazza di tè prodotta da un vecchio ma capace macchinarioj

Attraversiamo un villaggio che si chiama Budh Bazar, che significa "mercato del mercoledì". Infatti. Ci aggiriamo un po' e compriamo della frutta, prima di sottoporci al controllo di polizia (sono necessari appositi permessi) prima di entrare nello stato dell'Arunachal Pradesh. Vediamo anche la diga che ha regimentato le spesse impetuose acque del fiume locale, incastonata in una valle verde smeraldo.

Poi faccio fermare il driver in un villaggio di etnia Nyishi, che conosco in quanto produttori di un cappello tradizionale molto caratteristico e che spero di trovare. In un negozio ne hanno alcuni ma, a differenza di quelli antichi che ho visto in collezioni museali, quelli odierni non usano più il becco del bucero (ora vietato per legge) ma una copia in legno dipinto. Per ora rinuncio, chissà che non ne trovi in seguito.

Procedendo ci sorpassa un furgoncino con dei quarti di bovino appesi nel cassone e delle strane "borse" di paglia intrecciata. Chiediamo alla guida cos'è quella roba e ci dice che sono doni tradizionali di matrimoni, al quale probabilmente il furgoncino sta andando. Come nei migliori film polizieschi, intimiamo il "segua quella macchina!" al nostro driver e poco dopo ci ritroviamo in mezzo al lieto evento, nel quale ci intrufoliamo con consumata esperienza. La fortuna aiuta gli audaci. È il gruppo della famiglia dello sposo, la maggior parte dei convenuti è in abito tradizionale e sono molti i cappelli maschili. Ne trovo pure uno col vero becco di bucero (e pure una zampa d'aquila con tanto di artigli) ma è lui il primo a dire che se glie lo trovano rischia dei guai. Ci offrono birra locale, facciamo foto e ci sottoponiamo a vari selfie. Poi, trascinando tre grossi bufali (regalo della famiglia dello sposo alla sposa), diparte una processione in cui molti portano sulle spalle cibo o bibite per gli sposi. Dopo un mezzo km circa, la sfilata giunge presso un campo sportivo dove è stato montato un gigantesco tendone con i tavoli per i convenuti. In attesa ci sono il gruppo dei parenti della sposa. Dapprima si affrontano a distanza, sembra quasi stiano bisticciando ma è un "litigio rituale" finito il quale si stringono le mani, come fanno poi tutti gli altri, prima di ammucchiare in un magazzino tutti i doni. Secondo una stima della guida, saranno circa 500 invitati per ognuno dei due clan. A malincuore ce ne dobbiamo andare prima che faccia buio, non prima di aver incontrati i giovani sposi.