CONFINI DISCUSSI
Stati sconosciuti, non riconosciuti e irriconoscibili
Serie di articoli inizialmente scritti tra il 2015 e il 2016, aggiornati nel 2026
I — I figli dell'URSS che nessuno vuole adottare
In un mondo in cui le guerre non smettono di divampare allo scopo di cambiare i confini politici o quelli d'influenza, è normale che non tutti gli stati indipendenti si riconoscano gli uni con gli altri. Forse non tutti sanno quali sono questi paesi: alcuni probabilmente non li avrete mai sentiti nominare, altri sono insospettabilmente importanti da stupirci che ci sia chi non li riconosce, altri sono vicini a noi e forse non abbiamo mai sospettato questa loro condizione. Eccovi una serie di articoli volti a chiarire questi aspetti che un vero viaggiatore dovrebbe conoscere.
Ad oggi esiste un solo stato che non è riconosciuto da nessun altro al mondo: si tratta del Somaliland, un lembo di terra che faceva parte della Repubblica della Somalia (nata dall'unione tra Somalia Britannica e Somalia Italiana avvenuta nel 1960) che nel 1991, al divampare della guerra civile, scelse con una consultazione popolare di distaccarsene. Una mossa che le ha risparmiato di essere ulteriormente invischiata nella distruzione che coinvolge il resto del Corno d'Africa e consegnarsi nelle mani dei signori della guerra, ma che non è stata riconosciuta da nessuno stato, nonostante intrattenga buoni rapporti con l'Unione Europa, il Regno Unito e altri paesi. Al momento è un territorio visitabile in tranquillità – è più sicuro della maggior parte dei paesi che lo circondano – e che attrae i viaggiatori più avventurosi, non perché sfidano il pericolo ma perché si accontentano delle poche strutture di cui questa terra dispone, decisamente ancora poco sviluppata dal punto di vista turistico, anche se dotata di 460 km di costa su un mare strepitoso. La popolazione del Somaliland è ansiosa di dimostrare che non si corre nessun pericolo e, anche nella speranza di attirarne dei nuovi, è estremamente rispettosa e cordiale verso i pochissimi turisti.
Vi erano poi tre stati riconosciuti solo da paesi non membri dell'ONU: Nagorno-Karabakh, Transnistria e Nuova Russia (ex-Ucraina), tutti nati in seguito al dissolvimento dell'Unione Sovietica. Due di questi erano sorti in base al principio in vigore nell'ex-URSS secondo il quale le repubbliche, ma anche le oblast (regioni), potevano dichiarare l'indipendenza nel caso in cui l'Unione Sovietica fosse cessata. Quando ciò successe, la repubblica dell'Azerbaijan (a maggioranza musulmana) dichiarò prontamente la propria indipendenza ma non accettò la medesima scelta fatta dall'oblast del Nagorno-Karabakh, all'interno del suo territorio ma abitato da gente di etnia armena (e quindi cristiana) e confinante con la repubblica dell'Armenia. Il Nagorno-Karabakh fece un referendum, dall'esito scontato come spesso succede in questi casi, e uscì dall'Azerbaijan, che reagì scatenando un'offensiva. Il ricco Azerbaijan, stato petrolifero, non riuscì in un primo momento a riconquistare il territorio, e anche se nel 1993 venne dichiarato il cessate il fuoco, la tensione ai confini rimase alta per decenni. Nel settembre 2023 l'Azerbaijan ha infine lanciato un'operazione militare lampo che ha riconquistato l'intero territorio in meno di ventiquattr'ore. La Repubblica dell'Artsakh — nome ufficiale che il Nagorno-Karabakh aveva dato a se stesso — ha formalmente cessato di esistere il 1° gennaio 2024, e la quasi totalità della popolazione armena, circa 100.000 persone, ha lasciato il territorio in un esodo di massa verso l'Armenia. Una storia che sembrava congelata si è chiusa in modo brutale e definitivo.
Più o meno la stessa cosa si era verificata in Transnistria, uno stretto lembo di terra in precedenza parte della Repubblica Moldava, autoproclamatasi indipendente nel 1990 per volontà della stragrande maggioranza della popolazione russofona di voler rimanere sotto le protettive ali di Mamma Russia. Il governo centrale moldavo non accettò la cosa e ne seguirono scontri a fuoco nel 1992, ma l'appoggio dell'Esercito della Stella Rossa non era di quelli di poco conto. La Transnistria esiste tuttora in uno stato di sospensione giuridica, riconosciuta solo da altri stati nella medesima condizione. Nel 2014 si è ripetuta la storia nei territori della cosiddetta Nuova Russia, storicamente facenti parte dell'Ucraina ma popolati in maggioranza da popolazione russa. A seguito di quel processo, che ha portato alla creazione della Repubblica Autonoma di Crimea immediatamente poi riunitasi alla Federazione Russa, anche le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk hanno chiesto di seguire lo stesso percorso. Nel settembre 2022, in piena guerra, la Federazione Russa ha formalmente annesso questi territori insieme alle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, un'annessione che la comunità internazionale non riconosce e che avviene su un territorio il cui controllo effettivo rimane parziale e conteso.
Curiosamente, ma non troppo, Armenia e Russia, cioè gli stati a cui questi piccoli paesi volevano congiungersi e che erano – senza il minimo dubbio – i veri ispiratori di queste dichiarazioni d'indipendenza, non li riconoscevano ufficialmente, per non offrire il fianco alle accuse della controparte. A riconoscerli erano più che altro paesi nelle stesse condizioni, che li riconoscevano per essere a loro volta riconosciuti, desiderosi di legittimazione internazionale: il Nagorno-Karabakh era riconosciuto dall'Abkhazia, dall'Ossezia del Sud e dalla Transnistria, la Transnistria dall'Abkhazia e dal Nagorno-Karabakh, la Nuova Russia solo dall'Ossezia del Sud, a cui spettava la palma di stato "meno schizzinoso del mondo e che riconosce tutti".
II — Dall'Abkhazia al Sahara: guerra, diplomazia e muri di sabbia
Fra gli stati non membri dell'ONU ma riconosciuti da almeno un membro dell'ONU vi sono: l'Abkhazia, territorio caucasico una volta facente parte della Georgia, autoproclamatosi indipendente nel 1992 e de facto area d'influenza della Federazione Russa con cui condivide la maggior parte dei propri confini, riconosciuta dalla Russia e altri 5 stati membri dell'ONU; l'Ossezia del Sud, dalle condizioni identiche a quelle dell'Abkhazia, solo in un territorio meno vasto e più orientale, riconosciuta da Russia e altri paesi della sua sfera d'influenza; la Repubblica di Crimea, sorta nel 2014 a seguito del contestato referendum che vide la maggioranza degli abitanti esprimersi a favore dell'uscita dall'Ucraina, e immediatamente annessa dalla Federazione Russa. Quella che era sembrata a molti una vicenda destinata a restare congelata si è rivelata il prologo di ben altro: nel febbraio 2022 la Russia ha invaso l'Ucraina su larga scala, in un conflitto che al momento della scrittura di queste righe è ancora in corso e che ha ridisegnato — anche nell'opinione pubblica mondiale — il significato di tutti i passi precedenti.
Fin qui abbiamo visto in maggioranza paesi sorti a seguito del problematico dissolvimento dell'Unione Sovietica, ma non è certo questo l'unico motivo che ha generato stati a riconoscimento limitato. Indirettamente collegata alla fine dell'URSS, è anche la nascita del Kosovo, territorio che faceva parte della Jugoslavia, ma che in seguito al frazionamento di tale area in repubbliche indipendenti, nel 2008 si è autoproclamato indipendente dalla Serbia, dopo che le politiche di riassimilazione forzata imposte da Milosevic avevano portato alla guerra del 1999 che spinse la NATO a intervenire per fermare la pulizia etnica. Attualmente 111 paesi dell'ONU più 4 non membri dell'ONU riconoscono il Kosovo, mentre 73 paesi dell'ONU, tra cui significativamente la Spagna (che, preoccupata com'è delle spinte secessioniste al suo interno, tende a non riconoscere nessuno stato autoproclamatosi indipendente) non lo riconoscono.
Un'altra guerra è alla base dell'autoproclamazione dello stato di Cipro del Nord, riconosciuto unicamente dalla Turchia, autrice dell'invasione del 1974, nonostante la dichiarazione d'indipendenza sia stata dichiarata non valida dal punto di vista giuridico da due risoluzioni dell'ONU. Nel 2002 Kofi Annan ha presentato un piano per la riunificazione dell'isola, accettato in un referendum dal 65% della popolazione di Cipro del Nord, ma rigettato dall'elettorato della restante parte dell'isola, che è parte della Grecia.
La Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi è lo stato proclamato nel 1976 dal Fronte Polisario nel territorio del Sahara Occidentale, la regione del Nord Africa attualmente occupata dal Marocco e per poco meno di un secolo colonia spagnola. Il Polisario controlla la parte più interna, di tipo sahariano, un quarto dell'originario territorio del cosiddetto Sahara spagnolo. Il confine è segnato dal cosiddetto Muro Marocchino, un muro difensivo in calcestruzzo lungo 2720 km edificato in sei periodi differenti, che corre dai pressi del confine con l'Algeria fino a quello meridionale con la Mauritania. Il Muro è costellato di bunker, fossati, reticolati di filo spinato e campi minati. Lo stato è riconosciuto da 87 paesi membri dell'ONU ed è in attesa, dal 1990, di un referendum e la successiva transizione affidata alle Nazioni Unite.
III — Due Cine, un Vaticano e una Palestina
Frutto di un conflitto, stavolta di tipo civile, è la suddivisione della Cina. Quando nel 1949 Mao Ze Dong proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese, Chiang Kai-shek, a capo del Kuomintang, fuggì con i suoi seguaci (nonché le riserve auree) nell'isola di Formosa, ed elesse Taiwan a capitale della Repubblica Nazionale Cinese. Da allora entrambe le entità si considerano la "unica vera Cina" ma la più potente Cina continentale, che non ha mai rinunciato a vantare i suoi diritti su quest'isola come su altri territori che periodicamente generano conflitti con gli stati vicini, fa pensare che la questione non sia ancora definitivamente chiusa. È riconosciuta da soli 12 paesi membri dell'ONU — il numero si è ridotto significativamente negli ultimi anni, con diversi stati centroamericani e del Pacifico che hanno spostato il proprio riconoscimento verso Pechino — i quali conseguentemente non riconoscono la Repubblica Popolare Cinese. In controtendenza, le relazioni tra Taiwan e Stati Uniti si sono invece significativamente rafforzate, con forniture di armi e visite istituzionali di alto livello che Pechino considera provocazioni.
Fra i paesi che non riconoscono la Cina vi era anche la Città del Vaticano che, abbastanza sorprendentemente, non è membro dell'ONU, nonostante intrattenga rapporti diplomatici bilaterali con 180 paesi. Nel 2018 i due stati hanno tuttavia firmato un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, rinnovato nel 2020 e nel 2022, che ha ammorbidito una contrapposizione decennale pur senza portare a un riconoscimento diplomatico formale. Fra i paesi che ancora non riconoscono il Vaticano vi sono Birmania, Vietnam e Bhutan, oltre a stati come l'Arabia Saudita e la Mauritania, in cui le motivazioni sono di tipo religioso.
La religione gioca il suo ruolo anche nel non riconoscimento del travagliato stato della Palestina, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale quando la risoluzione n. 181 delle Nazioni Unite sancì la costituzione di due stati indipendenti nel territorio fino ad allora controllato dalla Gran Bretagna. La risoluzione però non piacque a nessuno: né agli israeliani né ai palestinesi, quest'ultimi spalleggiati dai paesi arabi. Da allora è scoppiata la crisi del Medio-Oriente, i cui effetti si protraggono fino ad oggi con una violenza che non accenna a placarsi. Nel maggio 2024, a seguito dell'escalation seguita agli attacchi del 7 ottobre 2023 e alla guerra a Gaza, diversi paesi europei — tra cui Norvegia, Irlanda e Spagna — hanno riconosciuto formalmente lo stato di Palestina, portando il numero complessivo di stati riconoscenti a oltre 140.
IV — Grandi potenze, piccoli riconoscimenti
...
Per i motivi spiegati negli articoli precedenti, fanno parte degli stati a riconoscimento problematico anche Cipro (non riconosciuto dalla sola Turchia), l'Armenia (stranamente riconosciuta dall'Azerbaijan ma non dal Pakistan) e Israele (non riconosciuto dai paesi arabi o fortemente islamizzati, a cui nel tempo si sono aggiunti stati di altre aree e religioni quali Venezuela, Bolivia, Cuba e altri). Su quest'ultimo fronte va segnalato che gli Accordi di Abramo del 2020 hanno portato alla normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e alcuni paesi arabi — Emirati Arabi, Bahrein, Marocco, Sudan — in quello che era sembrato un cambio di paradigma storico. Gli attacchi del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza hanno però rimescolato le carte in modo drammatico, rimettendo in discussione molte di quelle aperture.
Altri paesi membri dell'ONU che non si riconoscono tra loro sono le due Coree, nate da una scissione all'indomani della capitolazione del Giappone avvenuta il 15 agosto 1945 quando le forze sovietiche erano già scese fino al famigerato 38° parallelo, salvo fermarsi solo perché gli Stati Uniti avevano già preso controllo della parte meridionale della penisola coreana. In teoria si doveva instaurare un governo nazionale coreano ma le tensioni create dall'esplodere della Guerra Fredda portarono a ben altro. Nei primi anni '50 si scatenò un conflitto, mai ufficialmente dichiarato, che vide il paese spezzarsi definitivamente in due, con Kim Il-Sung, poi noto come il "grande leader", a capo della Corea del Nord. Mentre tutto il resto del mondo ha finito col prendere atto della situazione de facto, riconoscendo entrambi gli stati, solo le due Coree non si riconoscono a vicenda, con l'eccezione del solo Giappone che riconosce solo la Corea del Sud.
Questo è quanto recitano le convenzioni internazionali ma esistono anche stati non riconosciuti da nessuno ma che, per i motivi più svariati, sono conosciuti da tutti, oppure stati di cui praticamente nessuno ha mai sentito parlare. Ma di queste curiosità del mappamondo ne parleremo la prossima volta.
V — Califfi, curdi e indipendentisti di periferia
Dopo avervi spiegato brevemente la storia degli stati a riconoscimento limitato nei post precedenti, stavolta entriamo nel variegato mondo dei paesi mai riconosciuti, dove tra fantapolitica e utopie, non mancano le sorprese. Tristemente noto fu l'ISIS (detto anche IS o Daesh), acronimo che stava per Stato Islamico di Siria e Iraq, il cui sedicente capo Abu Bark al-Baghdadi ha proclamato la nascita a giugno 2014. L'auspicio espresso quando scrivevo questi articoli si è avverato: il califfato territoriale è stato militarmente sconfitto nel 2019 con la caduta di Baghouz, ultima enclave siriana, e al-Baghdadi è morto in un'operazione americana nell'ottobre dello stesso anno. L'ISIS sopravvive come organizzazione terroristica diffusa, capace di colpire in molte parti del mondo, ma non controlla più alcun territorio definito né può essere considerato uno "stato" in nessun senso della parola.
Un altro stato di cui si è a lungo vagheggiato è il Kurdistan, che dovrebbe raccogliere la popolazione curda attualmente sparsa in un vasto territorio che comprende una grossa porzione della Turchia orientale, zone settentrionali della Siria e dell'Iraq e l'area orientale dell'Iran. Il Kurdistan è il classico caso in cui si può parlare di "nazione" che non è uno "stato indipendente": i curdi, approssimativamente calcolati in 50 milioni, parlano una propria lingua e hanno uno sviluppato senso nazionale, fortificato sia dalle persecuzioni che dalle guerre, compresa quella contro l'ISIS in cui sono stati in prima linea e che ha rafforzato le istanze autonomiste, in particolare nella regione irachena del Kurdistan.
Anche la Spagna è alle prese con le richieste di indipendenza di alcune sue regioni: una volta si sapeva soprattutto dei Paesi Baschi, grazie ai sanguinosi attentati compiuti dagli attivisti dell'Eta che negli anni hanno causato più di 800 vittime, il più famoso dei quali è quello col quale fecero saltare per aria l'automobile su cui viaggiava Carrero Blanco, il predestinato erede del generale Franco. Ora il problema più spinoso per lo stato iberico è quello della Catalogna, che nel 2017 ha tenuto un referendum indipendentista dichiarato illegale dal governo centrale. La dichiarazione unilaterale d'indipendenza che ne seguì fu sospesa quasi immediatamente; i leader indipendentisti vennero arrestati o fuggirono all'estero. Nel 2023 un accordo di governo ha portato a un'amnistia per i protagonisti di quei fatti, ma la questione catalana rimane ben lungi dall'essere risolta. Sono queste "questioni interne" a far sì che la Spagna faccia sempre una gran fatica a riconoscere gli stati, anche lontanissimi da lei, che rivendicano l'autonomia.
Un altro esempio è quello del Tibet, occupato dalla Cina fin dal 1958 ma da sempre terra con una propria cultura e religione, diametralmente diverse da quelle del paese occupante. La sconosciuta Cabinda è un'exclave, ossia un territorio appartenente a uno stato ma al di fuori dei suoi confini (ad esempio Gibilterra è un'exclave inglese), dell'Angola. Si tratta di un territorio a pochi chilometri dal confine ma completamente compreso nel territorio del Congo. Questa stretta lingua di terra detiene il 60% delle riserve di petrolio dell'Angola, che quindi si guarda bene dal liberarsene.
Vi sono anche territori rivendicati da etnie, come il Mapuche della Patagonia e il territorio dei Lakota, nativi americani negli attuali Stati Uniti d'America. Stessa origine la si può attribuire per la cosiddetta Rutenia, un territorio popolato da popolazioni slave e finniche in lande oggi suddivise tra Ucraina, Bielorussia, Russia, Slovacchia e Polonia. La Repubblica di Murrawarri, fondata nel 2013 da una comunità aborigena nei territori del New South Wales e del Queensland, è stata completamente ignorata dal governo dell'Australia. L'Isola di Man, benché parte del Regno Unito, gode di ampia autonomia, addirittura con un proprio conio: la sterlina di Man. Christiania è un quartiere di Copenhagen la cui comunità hippy è riuscita a conseguire uno stato di comunità indipendente. Akhzivland è una micronazione fondata nel 1972 sulla costa israeliana, nei pressi del confine col Libano. Il fondatore Eli Avivi prese questa decisione quando il governo israeliano mandò i bulldozer per distruggere la casa in cui viveva. Avivi, non senza una certa autoironia, ha scritto nella costituzione che il "presidente viene eletto democraticamente in base al proprio voto".
VI — Pirati, ingegneri e maiali: repubbliche fai-da-te
Continuiamo coi paesi mai riconosciuti da nessuno ma che, in un modo o nell'altro, hanno proclamato la propria indipendenza. Una di queste fu la Repubblica di Minerva, fondata dal milionario e attivista politico Michael Olivier di Las Vegas, che fece portare delle chiatte di sabbia sull'atollo di Minerva, microscopica isola a sud delle Isole Fiji mai reclamata da nessuno, in modo da alzarne il livello del suolo al di sopra del pelo dell'acqua e potervi costruire una torre. Nel febbraio del 1972 realizzò il suo intento, issò la bandiera, giunse persino a coniare una propria moneta e chiese il riconoscimento ufficiale agli stati vicini. Ovviamente la cosa non incontrò il favore degli stessi che, nel timore che chiunque potesse ripetere la stessa operazione, pochi giorni dopo negarono il riconoscimento, mandando l'esercito dell'Isola di Tonga a prenderne possesso.
Qualche punto in comune con questa storia ce l'ha anche quella del cosiddetto Principato di Sealand, di fatto una fortezza marittima costruita al largo della Gran Bretagna durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla vigilia di Natale del 1966, il forte, da anni abbandonato al proprio destino, venne occupato dal militare britannico Paddy Roy Bates che aveva avuto problemi legali a causa di una stazione radio, e che decise di proclamarlo stato indipendente. La storia poi proseguì con tanto di assalti e il rapimento del figlio di Bates da parte di alcuni cittadini dei Paesi Bassi e la riconquista da parte di Bates, con un elicottero d'assalto riempito di mercenari, al termine della quale dichiarò gli olandesi propri prigionieri di guerra. Fatti che appaiono incredibili ma realmente successi nel 1978.
Una vicenda similare ebbe luogo perfino nel nostro Mare Adriatico. Sempre su una piattaforma artificiale in mezzo al mare, si svolse la vicenda della Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose, una struttura di circa 400 metri quadrati nel mare Adriatico, al largo della riviera romagnola, 500 metri al di fuori delle acque territoriali italiane. Fu costruita dall'ingegnere bolognese Giorgio Rosa che il 1° maggio 1967 autoproclamò lo status di stato indipendente e diede inizio a un governo, una moneta, un'emissione di francobolli e decretò l'esperanto lingua ufficiale. Il 26 giugno dello stesso anno, la piattaforma venne conquistata dalle forze di Polizia e smantellata il successivo mese di febbraio.
Sempre tra le nostre amate sponde è nata la "libera, indipendente, periodica, transitoria e analfabeta Tamisiana Repubblica di Bosgattia", creata sull'isolotto di Panarella di Papozze, in un'ansa del fiume Po, in provincia di Rovigo. Nel dialetto polesano il bosgato è il maiale e il tamiso un utensile da cucina. Un gruppo di uomini (le donne non erano ammesse), capeggiato dal linguista milanese Luigi Salvini (un cognome che evidentemente ha la secessione nel sangue) occupò l'isolotto per dieci anni, ma solo nel periodo estivo da luglio a settembre, tra il 1946 e il 1955. I bosgattesi volevano fuggire alle brutture della Seconda Guerra Mondiale e allo stress della vita cittadina, vivendo in maniera semplice: abitavano in tende canadesi e si potevano procacciare il cibo solo con la pesca. Quell'esperienza è ora ricordata in un museo specifico a Papozze.
VII — Re per meriti letterari e principi fiscalmente creativi
Continuiamo a raccontarvi le incredibili storie delle micronazioni del mondo. Surreale è anche la vicenda legata all'Isola di Redonda, uno scoglio disabitato di 3 chilometri quadrati al largo dell'arcipelago delle Antille, annessa dagli inglesi nel XIX secolo nel timore che lo facessero prima di loro gli Stati Uniti, economicamente interessante a causa dei giacimenti di fosfati generati dal guano dei tanti uccelli marini. Nel 1865 venne acquistata da Matthew Shiell che nel 1880, in occasione della nascita del suo primo figlio maschio, lo incoronò re dell'isola, con tanto di cerimonia officiata da un vescovo. L'Ufficio coloniale Britannico non cedette mai alle rivendicazioni di Shiell sull'isola, ma gli lasciò il permesso di utilizzare il titolo reale, che viene tuttora tramandato, di solito per meriti letterari: l'ultimo "sovrano" è il romanziere spagnolo Javier Marias.
Il Principato di Hutt River, che occupava due piccole enclave in Australia a circa 600 chilometri a nord di Perth e si era proclamato indipendente nel 1970 ispirandosi a una norma britannica del 1495, ha cessato di esistere nel 2020: durante la pandemia il principe Leonard Casley ha annunciato la dissoluzione del principato e la restituzione del territorio all'Australia, dopo cinquant'anni di esistenza e uno stallo giuridico che aveva visto il paese battere moneta propria, non essere soggetto alle norme fiscali australiane e ricevere persino gli auguri personali della Regina Elisabetta in occasione delle nozze d'oro dei suoi fondatori.
La ribellione fiscale era anche alla base della similare iniziativa, nei primi anni '80, di John Charlton Rudge, australiano della Tasmania, che si era autoproclamato Granduca di Avram, cominciando a emettere monete e banconote, le uniche accettate nei suoi negozi. L'attività bancaria però era priva di licenza e il governo australiano non tardò ad avviare un procedimento contro di lui. Dopo sei processi, venne stabilito che non veniva svolta nessuna attività illegale e quindi Rudge tornò a coniare banconote. La notorietà acquisita portò Rudge a essere eletto, per un solo mandato, nel parlamento della Tasmania. Una particolarità: il Ducato di Avram non ha mai rivendicato territori, Rudge lo ha definito uno "stato mentale"(!).
Un'altra storia interessante è quella della Repubblica di Kugelmugel, in pratica una casa di forma sferica di 8 metri di diametro, opera dell'artista austriaco Erwin Lipburger. La casa venne costruita nel 1971 senza autorizzazioni e quando le autorità se ne accorsero intentarono una causa che li vide vincenti, condannando l'artista a 10 settimane di carcere e a dover ricostruire l'edificio secondo le norme edilizie vigenti. Il presidente austriaco concesse la grazia all'artista che nel 1976 dichiarò l'indipendenza della Repubblica di Kugelmugel, alla quale aderirono oltre 600 persone da tutto il mondo. Nel 1982 la casa, ormai diventata un'attrazione turistica, venne trasferita a spese del governo austriaco al Prater, il famoso parco pubblico di Vienna.
VIII — Otto centimetri di nazione e altri scherzi del destino
Continuiamo il nostro excursus tra le bizzarre storie che riguardano le micronazioni. Ai limiti dell'assurdo è la vicenda dell'autoproclamata nazione di Ladonia. Nel 1980 l'artista svedese Lars Vilks iniziò la costruzione di due gigantesche sculture nella riserva naturale del Kullaberg, in Svezia. Poiché erano in una zona di difficile accesso, nessuno se ne accorse per due anni, ma quando si venne a sapere, il consiglio locale dichiarò illegali le sculture degli edifici e pertanto, per via delle norme che impediscono la costruzione nelle riserve naturali, ne ordinò la demolizione. L'artista fece ricorso ma perse la causa e per ripicca proclamò, nel 1996, lo stato di Ladonia. Non pago, tre anni più tardi realizzò un'altra scultura, di 160 cm di altezza. Di nuovo scoperto, ne venne ordinata la distruzione. L'artista stavolta si attenne alla disposizione impartita ma dichiarò che avrebbe demolito l'opera il 10 dicembre 2001, data del 100° anniversario del Premio Nobel, cosa che venne eseguita da una barca-gru. Vilks, che dev'essere stato un rompiscatole di inaudita potenza, chiese il permesso di erigere un monumento nello stesso luogo in cui era stata rimossa l'opera illegale. Il permesso fu accordato ma il monumento non poteva superare gli 8 cm. Vilks realizzò la nuova "opera" rispettando le misure massime.
Utopica ma almeno non dettata da interessi personali è la nascita di Celestia, proclamata da James Thomas Mangan di Evergreen Park, nello stato americano dell'Illinois. Nel dicembre del 1948 Mangan rivendicò a nome del genere umano la giurisdizione dello spazio, per evitare che qualsiasi nazione potesse egemonizzarla e nel 1949, in un'epoca in cui la Guerra Fredda spingeva le potenze dell'epoca a cominciare a guardare allo spazio come luogo di scontro se non altro tecnologico, inviò comunicazione agli Stati Uniti, all'Unione Sovietica, al Regno Unito e all'ONU che Celestia aveva messo al bando tutti gli esperimenti nucleari nell'atmosfera. Nonostante questi argomenti avessero appassionato altri cittadini per anni, si ritiene che Celestia sia scomparsa con la morte del suo fondatore.
Per perseguire un suo sogno di bambino in cui giocava fingendosi a capo dell'immaginaria "Grande Repubblica di Vuldstein", l'americano Kevin Baugh nel 1999 fonda ufficialmente Molossia, non lontano da Dayton nello stato americano del Nevada, inizialmente come stato con un governo comunista. Pochi mesi dopo cambia idea, abbandona la linea marxista e lo trasforma nella Repubblica di Molossia, il cui territorio in pratica coincide con le due case del fondatore e relativo giardino. Nel 2012 creò una petizione sul sito ufficiale del governo americano chiedendo il riconoscimento della sua nazione ma non raggiunse il numero minimo di firme.
IX — Condomini, referendum e la nazionale della Padania
Alla base della "nascita" di un nuovo stato a volte c'è solo una battuta di spirito. Quando, nel 1947, all'albergo di Montbenoit, cittadina del dipartimento francese della Franca Contea al confine con la Svizzera, si presentò il prefetto di una città vicina, il proprietario Georges Pourchet gli chiese se aveva il permesso per entrare nella Repubblica di Saugeais, composta da 11 comuni e di cui si era autoproclamato presidente. La cosa fece sorridere i concittadini, che da allora cominciarono a chiamarlo "presidente". Qualche anno dopo la sua morte, gli abitanti nominarono sua moglie Gabrielle nuovo presidente, durante il cui "regno" venne coniato il Sol, la moneta di Saugeais, e anche le Poste francesi stettero al gioco, emettendo un francobollo dedicato alla piccola repubblica. Ora la dinastia è rappresentata dalla figlia Georgette, e quindi è ormai palese che si tratti di una repubblica ereditaria. Sono esistiti anche tentativi di costruire nazioni storiche come Nova Roma o a puro scopo di divertimento come l'Impero Aericano, il Regno dell'Amore con base in un appartamento di Londra (ma non vi si svolgevano pratiche immorali...), e il Valtio, fantomatico stato annunciato da uno scherzo di un paio di stazioni radiofoniche finlandesi. Quest'ultimo ha anche tentato di partecipare all'Eurovision Song Contest, senza fortuna.
Forse non tutti sanno che esistono anche dei "condomini di nazioni". Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord sono nazioni autonome liberamente unitesi nel Regno Unito. Il referendum scozzese del 2014 sulla scelta di rimanerne parte o meno si concluse con la vittoria del "no", ma la questione non si è chiusa: il dibattito sull'indipendenza scozzese è rimasto vivo, alimentato tra l'altro dalla Brexit, che ha portato la Scozia — che aveva votato in maggioranza per restare nell'Unione Europea — fuori dall'UE contro la propria volontà. Questo spiega anche perché queste nazioni partecipano con delle proprie nazionali ai campionati internazionali di calcio e rugby. Ugualmente il Regno di Danimarca è costituito da tre nazioni autonome: Danimarca, Groenlandia e Isole Faroe.
In tutta questa confusione, c'è chi ci marcia, più o meno consapevolmente. È il caso del NF-Board, l'organizzazione calcistica che raggruppa territori non indipendenti o anche solo aspiranti tali. Fondato nel 2003, comprende attualmente 29 membri, fra i quali territori più o meno ufficiali come il Principato di Monaco, Cipro del Nord, la Groenlandia, il Tibet e il Somaliland ma anche territori decisamente più sui generis come la Padania, la nazionale del popolo Rom (sarei curioso di assistere a una partita fra queste due "nazionali"), le Due Sicilie (ma esistono anche la Sardegna e la Terra dei Siculi, quindi gli isolani dovranno scegliere a chi prestare il proprio talento calcistico), l'Himalaya, l'Occitania e la Lapponia.
X — Il posto che nessuno vuole
In una serie dedicata ai paesi che si contendono territorio altrui, che si proclamano indipendenti senza che nessuno li riconosca o che esistono in un limbo giuridico decennale, sarebbe un peccato non fare menzione dell'unico caso al mondo esattamente opposto: un territorio che due stati sovrani si rifiutano attivamente di rivendicare. Si chiama Bir Tawil, in arabo "pozzo lungo" o "pozzo alto" — anche se dove questo pozzo si trovi, e se sia mai realmente esistito, rimane un mistero — ed è un quadrilatero di circa 2.060 chilometri quadrati incastonato tra Egitto e Sudan, nel cuore del deserto nubiano, a temperature che d'estate superano regolarmente i 45 gradi. Non ha strade, non ha insediamenti permanenti, non ha risorse di alcun tipo. Solo sabbia, roccia e un silenzio che non deve essere poi così difficile da ottenere.
Per capire come sia possibile che due stati litighino su dove finisca la propria sovranità anziché su dove cominci, bisogna tornare alla fine dell'Ottocento e alla consuetudine britannica di tracciare confini in Africa con la stessa disinvoltura con cui si traccia una riga su un foglio di carta millimetrata. Nel 1899, quando il Sudan era sotto controllo anglo-egiziano, gli inglesi fissarono il confine tra Egitto e Sudan lungo il 22° parallelo nord, una linea retta che taglia il deserto con la precisione geometrica tipica di chi non si è mai preoccupato di andarci. Tre anni dopo, nel 1902, gli stessi inglesi si resero conto che quella linea retta ignorava completamente la realtà delle tribù nomadi che la attraversavano quotidianamente per ragioni di pascolo. Decisero quindi di ridisegnare il confine amministrativo tenendo conto degli usi effettivi del territorio: la tribù Ababda, che pascolava le proprie greggi nella zona di Bir Tawil, aveva base ad Assuan, in Egitto, e dunque Bir Tawil venne assegnata all'amministrazione egiziana. In compenso, il Triangolo di Hala'ib — un'area quasi dieci volte più grande, affacciata sul Mar Rosso — passò sotto amministrazione sudanese perché le tribù che lo frequentavano erano di base nel Sudan.
Fin qui, nulla di particolarmente drammatico. Il problema è che il Sudan è diventato indipendente nel 1956, e con l'indipendenza è arrivata anche la scoperta che sotto il Triangolo di Hala'ib c'è dell'oro, e al largo delle sue coste ci sono giacimenti di gas. A quel punto entrambi i paesi hanno tirato fuori la cartina che faceva più comodo. L'Egitto ha detto: conta il confine del 1899, quello lungo il 22° parallelo, che assegna Hala'ib all'Egitto. Il Sudan ha detto: conta il confine del 1902, quello amministrativo, che assegna Hala'ib al Sudan. Il bello — o il brutto, a seconda dei punti di vista — è che le due linee non sono semplicemente due versioni dello stesso confine: sono due confini che si incrociano e si scambiano i territori. Se vale il confine del 1899, Hala'ib è egiziana ma Bir Tawil è sudanese. Se vale il confine del 1902, Hala'ib è sudanese ma Bir Tawil è egiziana. Siccome entrambi i paesi vogliono Hala'ib e nessuno dei due vuole Bir Tawil, il risultato è che ognuno rivendica il confine che gli assegna la parte ricca e rinuncia implicitamente a quello che gli assegnerebbe quella povera. Bir Tawil finisce in mezzo, reclamata da nessuno, terra nullius nel senso più letterale del termine.
Nel 1958 Nasser inviò le truppe nel Triangolo di Hala'ib, poi le ritirò senza che si arrivasse allo scontro. Negli anni Novanta il Sudan tentò di vendere i diritti di sfruttamento dei giacimenti offshore a una compagnia canadese; l'Egitto rispose occupando militarmente l'area con truppe che di fatto sono ancora lì. Ogni anno dal 1992 il Sudan denuncia l'Egitto all'ONU per l'occupazione del triangolo, con la puntualità di un abbonamento che nessuno ha mai pensato di disdire. La disputa su Hala'ib non ha mai degenerato in guerra aperta — l'Egitto ha un'economia cinque volte più grande e un esercito incomparabilmente più forte — ma non si è mai risolta nemmeno per via diplomatica. E finché la disputa su Hala'ib rimane aperta, Bir Tawil rimarrà terra di nessuno, perché chiunque la rivendicasse svelerebbe implicitamente quale dei due confini considera legittimo, e dunque a chi spetta l'altra.
Il paradosso ha naturalmente attirato l'attenzione di una certa tipologia di sognatori. Nel 2014 un americano della Virginia di nome Jeremiah Heaton vi piantò una bandiera disegnata dai propri figli e si autoproclamò re del "Regno del Sudan del Nord", con l'intenzione dichiarata di fare di Bir Tawil un paese reale, dotato di agricoltura sostenibile e di una centrale fotovoltaica che avrebbe venduto energia all'Egitto. Tre anni dopo un indiano di nome Suyash Dixit fece la stessa cosa, aprendo con Heaton una disputa sulla legittimità dei rispettivi titoli nobiliari che si svolse interamente su Facebook. Nessuno dei due ha mai ottenuto alcun riconoscimento internazionale, il che non sorprende: come ha fatto notare un'accademica americana interpellata sulla vicenda, piantare una bandiera in mezzo al deserto non costituisce sovranità, così come aprire un locale non costituisce municipalità. Per esercitare sovranità serve che qualcun altro te la riconosca, e nessuno ha alcun interesse a farlo su 2.060 chilometri quadrati di sabbia rovente senza acqua, strade né risorse.
Bir Tawil è probabilmente l'unico posto al mondo — al di fuori dell'Antartide — che sia abitabile ma non rivendicato da nessuno stato. È, in un certo senso, il negativo fotografico di tutte le altre storie di questa serie: non un territorio che troppi vogliono, ma uno che nessuno vuole pagare il prezzo politico di prendere. Un posto che esiste sulla carta ma non nella realtà degli stati, che compare sulle mappe ma non nei registri di nessun governo, che ha persino un nome ma non ha padrone. Una piccola, inutile, perfetta anomalia del mondo.
