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Il vigile urbano come specie estinta

C’è una cosa che l’ottimismo tecnologico non ti restituisce mai: la soddisfazione un po’ teatrale di essere fermati in mezzo a un incrocio da un essere umano in divisa che alza la mano con l’autorità di chi ha appena deciso le sorti del mondo. Il vigile urbano smistatore di traffico — quello con i guanti bianchi, il fischietto, il gesto ampio e vagamente coreografico — è scomparso dalla circolazione con tale discrezione che quasi nessuno se n’è accorto. Un’estinzione silenziosa, consumata a colpi di semaforo e telecamere, senza cerimonie di addio né targhe commemorative.

Eppure per quasi tutto il Novecento quella figura era il fulcro visibile dell’ordine urbano. Nelle città italiane degli anni Cinquanta e Sessanta, il “ghisa” — come veniva chiamato a Milano, con affetto misto a diffidenza — era un personaggio di quartiere, riconoscibile, con cui si poteva eventualmente discutere, a differenza di un semaforo che non ti ascolta e non si scompone, anzi potrebbe scattarti una foto a tradimento di cui avresti notizie solo mesi dopo, quando ormai non puoi far altro che pagare la contravvenzione (e vederti 3 punti decurtati dalla patente). Dirigeva il traffico con una gestualità che aveva qualcosa di balletto e qualcosa di comando militare, e quella combinazione produceva nei guidatori un effetto che nessun led rosso ha mai saputo replicare: l’impressione che qualcuno stesse effettivamente guardando. Che qualcuno ci fosse.

La transizione ai semafori automatizzati è avvenuta per gradi, con quella lentezza con cui le cose inevitabili si installano nella quotidianità senza chiedere permesso. Prima i semafori arrivarono agli incroci più caotici, poi si moltiplicarono, poi diventarono intelligenti — o così si dice — con sensori, telecamere, cicli adattativi che reagiscono al flusso in tempo reale. Il vigile rimase per un po’ nelle strade secondarie, nelle piazze mercato, davanti alle scuole. Poi anche lì sparì. Oggi lo si incontra ancora, a volte, in contesti particolari: eventi sportivi, cortei, cantieri che intralciano la viabilità. Ma è diventato un’eccezione, una presenza straordinaria che segnala qualcosa fuori dall’ordinario, non più la norma silenziosa dell’incrocio quotidiano.

Quello che si è perso non è solo funzionale. È qualcosa di più sottile: la presenza di un’intelligenza incarnata in mezzo al flusso, capace di interpretare situazioni che nessun algoritmo sa ancora leggere del tutto: il camion che blocca la visuale, la signora anziana che sta attraversando le strisce pedonali e che non arriverà sull'altro marciapiede prima che torni il rosso per i pedoni, il motorino che si è fermato troppo avanti e che aspetta che qualcuno gli suoni per segnalargli che è ora di partire. Il vigile vedeva tutto questo e reagiva in tempo reale con la flessibilità di chi capisce il contesto. Il semaforo, al contrario, non sa che sta piovendo, non sa che c’è una scuola che finisce tra cinque minuti, non sa niente: va avanti nel suo ciclo con la fermezza di chi non ha mai avuto dubbi e non ne avrà mai. Tutto questo nel mondo che si è lasciato convincere dalla modernità. Perché esistono, in posti diversissimi tra loro e per ragioni opposte, due eccezioni notevoli a questa storia di automazione trionfante: la Corea del Nord e il Bhutan.

Pyongyang è probabilmente l’ultima città al mondo dove il vigile umano — nella sua versione più iconica, più teatrale, e forse più assurda — ha avuto una storia degna di un arco narrativo completo. Le “traffic ladies” nordcoreane nacquero negli anni Ottanta su strade praticamente deserte: la proprietà privata dell’automobile era un privilegio riservato a pochissimi, il che produceva l’immagine surreale di giovani donne in uniforme azzurra, guanti bianchi e berretto militare inclinato, che dirigevano con gesti precisi e cadenzati una manciata di veicoli ogni ora. Un balletto senza pubblico, o quasi. Poi, intorno al 2009, arrivarono i semafori automatici agli incroci principali, e le traffic ladies cominciarono a sparire gradualmente dal paesaggio urbano. Verso il 2019-2020 erano praticamente scomparse dalla grande maggioranza degli incroci della capitale, rimpiazzate, come ovunque nel mondo, dalle luci rosso-giallo-verde. Sembrava la fine di una storia.

Invece no. Di recente sono tornate, e questa volta per ragioni che mescolano pragmatismo e calcolo estetico. L'aumento della proprietà privata di automobili ha trasformato certi incroci dei quartieri centrali in ingorghi reali, e il regime ha evidentemente concluso che un essere umano in mezzo alla strada funziona meglio di un semaforo quando le situazioni diventano complesse. Ma c'è anche l'altro lato della medaglia: le traffic ladies sono, secondo chi organizza tour nella capitale, il soggetto fotografico più ambito di tutta Pyongyang — difficile trovare un turista che abbia lasciato la città senza averne scattata almeno una. La loro funzione è dunque doppia, e dichiaratamente tale: dirigere il traffico e abbellire le strade della capitale. Le candidate vengono selezionate anche in base all'aspetto fisico perché, come spiegano le autorità, "rappresentano la città". Il profilo di selezione è rimasto rigoroso: altezza minima di circa un metro e sessantacinque, aspetto curato, addestramento intensivo nella gestualità. I turni sono massacranti — dodici ore in piedi, con rotazione ogni due ore, estate e inverno, e gli inverni a Pyongyang non perdonano. Devono lasciare il ruolo quando si sposano, e il pensionamento obbligatorio arriva a ventisei anni. Una figura costruita per essere guardata, insomma, non solo per fare defluire le auto.

Il Bhutan è un caso completamente diverso, e in un certo senso più radicale. Il regno himalaiano è ancora oggi l’unico paese al mondo senza un singolo semaforo — non per arretratezza, ma per scelta consapevole e più volte confermata. A Thimphu, la capitale, una quarantina di agenti gestisce il traffico da gazebo in stile tradizionale, dirigendo il flusso con la stessa modalità manuale che il resto del mondo ha abbandonato decenni fa. L’unico tentativo di cambiare le cose risale al 1995: un semaforo installato in un incrocio centrale, durato meno di ventiquattr’ore. I residenti non gradirono, preferirono i poliziotti che conoscevano, e il semaforo fu smontato senza troppi rimpianti. Da allora non ci sono stati altri esperimenti. Il Bhutan, che ha costruito buona parte della propria identità contemporanea sul concetto di “felicità interna lorda” al posto del PIL, sembra aver incluso silenziosamente nella propria contabilità del benessere anche il fatto che agli incroci ci sia una persona invece di un palo con le lucine.

Tornando a casa, nelle nostre città europee, il punto non è rimpiangere l’inefficienza. I semafori funzionano, e un vigile umano a ogni incrocio di Milano sarebbe un’esperienza emotivamente insostenibile per entrambe le parti. Ma c’è qualcosa che vale la pena registrare: il semaforo non ti vede. Sa benissimo che non sei lì, e non gliene importa nulla: cambia colore comunque, puntuale e indifferente come un abbonamento che si rinnova automaticamente. Il vigile, almeno, ti guardava negli occhi mentre fischiava. E quella differenza, per quanto piccola, aveva il suo peso.

Le traffic ladies di Pyongyang esistono ancora. Il Bhutan non ha ancora un semaforo. Forse non hanno torto tutti e due.

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