I MIAO DALLE CORNA LUNGHE
scritto per Pianeta Gaia: https://www.pianetagaia.it/blog/mondi-bilico-miao-corna-lunghe
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Dopo avervi parlato dei Biasha Miao, oggi vi racconto di quando visitai, nell'ormai lontano 2010, quello che è il sottogruppo Miao più spettacolare, quello dei Chiang Jiao Miao, i cosiddetti Miao dalle Corna Lunghe. il perché vengono chiamati così è fin troppo evidente, vi basta guardare le foto che corredano questo articolo. Negli ultimi anni hanno acquisito una certa notorietà presso i viaggiatori, soprattutto quelli appassionati di fotografia, ma all'epoca della mia visita erano veramente ignoti ai più. Ciò era perfettamente comprensibili perché perfino la stragrande maggioranza dei Cinesi non non ne aveva mai sentito parlare fino al 1994, data in cui venne costruita la prima strada asfaltata che portava a uno dei loro villaggi. Non tardò molto che venisse girato un documentario della televisione cinese che ne rivelò ai compratrioti cinesi, e al mondo intero, l'esistenza.
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Arrivare in uno dei loro villaggi non fu facile, Assieme alla mia guida ,giungemmo in treno a Luzhi, e da lì con un autobus a Longga, dove ci aspettavamo di trovare uno degli onnipresenti minibus che ci potesse portare al villaggio di Suoga, distante alcuni chilometri, uno dei 12 abitati dai quasi 6.000 Chiang Jiang Miao esistenti. Non trovandone alcuno, ci incamminammo, seguendo i ragazzini che rientravano a piedi da scuola. I Chiang Jiang Miao sono una popolazione molto povera, come piuttosto povera è la maggioranza della popolazione della provincia del Guizhou, anche per questo quella con il maggior numero di gruppi etnici che hanno conservato lo stile di vita ancestrale. Entrando nel villaggio attraverso un portale a forma di corna di bufalo, notiamo case in mattoni o pietra ma anche altre in legno o in fango, con tetti di paglia.
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Galline che razzolano, cani in libertà, perfino una bambina che, piangente, fa i suoi bisogni in strada. C'è una strada asfaltata che attraversa il villaggio ma tra un'abitazione e l'altra non c'è pavimentazione ed è quasi impossibile non infangarsi. Arrivati nel villaggio chiediamo alle prima persone che incontriamo, due donne che si stanno recando nei campi con la gerla d'ordinanza sulle spalle, se sia possibile visitare una famiglia. La più giovane delle due - sarà stata poco più che maggiorenne e capisce il putonghua (il cinese moderno) cosa tutt'altro che scontata fino a pochi anni fa - con un sorriso rinuncia ad andare nei campi e ci da la sua disponibilità a mostrarci come si indossa il loro copricapo: due spicci guadagnati con meno fatica rispetto al presumibile duro lavoro agricolo che si stava apprestando a svolgere.
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Le due donne ci accolgono davanti alla loro casa, presenti oltre a noi solo un pugno di bambini dei paraggi, non ci sono adulti, probabilmente impegnati in lavori agricoli o faccende domestiche. La giovane si siede su uno sgabello e scioglie la lunga chioma, che le scende ben oltre la natiche. Nel frattempo la madre si reca in casa a prendere la voluminosa capigliatura posticcia che da forma all'ingombrante copricapo. La giovane si fissa sulla nuca, annodandolo coi capelli in maniera molto solida, un largo pettine a forma di corna di bufalo che accoglierà l'imponente massa nera che pesa attorno ai tre chilogrammi. Tradizione vuole che per anni la donna più giovane della famiglia raccolga i propri capelli caduti che trova e li unisca assieme a quelli prima di lei raccolti da sua madre e da sua nonna, in quell'agglomerato informe, adesso costituito anche da fili di lana nera, che fanno più volume e pesano molto meno.
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La madre comincia ad armeggiare con quell'ammasso e riesce a depositarlo sul supporto, formando, non senza qualche difficoltà - tutta l'operazione avrà richiesto circa una mezz'ora di tempo - una specie di 8, sulle corna della ragazza. Per completare l'opera, la madre utilizza dei fili di lana bianca per fissarli in maniera che non si scompongano al primo movimento brusco. Il risultato è spettacolare, la ragazza ha un'apparenza quasi aliena ma sembra un'altra rispetto a quella che avevo incrociato per strada, ora mi è quasi impossibile staccarle gli occhi di dosos. Ho fotografato tutto il procedimento, minuto per minuto, e ora la ragazza si è levata in piedi per farsi ritratte e sorride, conscia dell'attrazione che esercita grazie a questa incredibile sovrastruttura.
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La madre si scusa per aver impiegato un po' troppo tempo nel predisporre il massiccio catafalco. Dice che non è più tanto allenata nel farlo perché ormai lo indossano solo nei (rari) giorni di festa, come ad esempio il Festival dei Fiori, parte delle celebrazioni per il Nuova Anno Lunare e anche un'occasione per le ragazze di mettersi in mostra e, auspicabilmente, trovare un fidanzato, generalmente un Miao dalle Corna Lunghe di uno degli altri villaggi. Una volta era più pratica perché, ci dice, lo indossavano ogni giorno, anche quando dovevano andare a lavorare nei campi. Addirittura sembra che tali baldacchini un tempo venissero portati anche dagli uomini. Secondo la tradizione, questo copricapo sarebbe stato usato dai loro antenati che, vivendo in zone montuose e boscose, lo usavano per spaventare gli animali selvaggi che potevano incontrare.
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L'abito indossato è lo stesso col quale stava per andare a fare la bracciante: camicia bianca con spacchi laterali decorata con finissimi motivi geometrici blu ottenuti con la stessa tecnica di tintura a riserva del batik indonesiano (in cui le Miao dalle Corna Lunghe sono insuperabili) e una lunga gonna pieghettata a righe orizzontali, sotto la quale porta i pantaloni della tuta rincalzate nei calzini e scarpe da ginnastica. Per la foto aggiunge un coloratissimo giubbotto riccamente decorato (la cui realizzazione può richiedere un anno di lavoro, indiretta affermazione della bravura come sarta di chi l'indossa e quindi anche buona sposa), una specie di collana con gli stessi motivi e una borsa circolare di feltro nero che porta fissata al collo e alla vita, a sua volta decorata con una stoffa ricamata e arricchita da fili di perline di plastica. Quando vedo queste forme di abbigliamento tradizionale - il Guizhou è uno dei posti migliori al mondo per venire a cercarle - rimango sempre stupito dalla ricchezza della decorazione per quelli che sono abiti di tutti i giorni e dalla incredibile varietà: a poche decine di chilometri è probabile trovare costumi e stili completamente differenti.
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Acquisto dalla ragazza una giacca più sobria (scoprirò in seguito essere maschile) e la salutiamo per continuare la visita del villaggio. Alcune donne ci vengono incontro e vogliono essere fotografate, senza il copricapo non sono particolarmente spettacolari ma ne approfitto per poter dare loro due spicci, la povertà del villaggio è tangibile e le loro dentature devastate - non so a causa della masticazione di qualcosa di particolare o più semplicemente incuria - ne sono un'ulteriore conferma. C'è anche un piccolo negozietto di prodotti artigianale, sembra più una cooperativa di villaggio che un negozio privato, dove compre una giacca ricamata e un finissimo batik. Noto con piacere che le "commesse" sono tutte giovanissime, nella speranza che non abbandonino queste tradizioni, cosa che sta inevitabilmente verificandosi in buona parte degli appartenenti alle nuove generazioni. I Chiang Jiang Miao non hanno un linguaggio scritto e invece conservano i loro miti attraverso sculture di bambù ma soprattutto storie e canzoni, che vengono eseguite durante gli eventi sociali quali matrimoni, funerali, riti religiosi e festival.
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Finita la visita intraprendiamo il tragitto inverso per tornare alla stazione dei bus, ancora a piedi, quando passa un camion. Mostriamo il pollice e questo inchioda, lasciando il segno degli pneumatici su alcuni metri di asfalto. Saliamo, i posti disponibili sono tre, loro sono già due e noi pure, peraltro con voluminosi zaini sulle spalle. Senza pensarci un attimo, il passeggero si alza in piedi per lasciarci sedere e si avvicina al pilota, rimanendo per tutto il tempo in quella scomoda posizione, con la testa piegata in avanti e appoggiata al soffitto della cabina. Quando scendiamo li salutiamo con una doppia razione di sigarette, meritata.



