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REPORTAGE IN VENDITA
 

Qui di seguito trovate articoli scritti dal sottoscritto e in vendita con relative fotografie a corredo da me scattate.

Sono articoli originali e mai pubblicati prima altrove.

SOGNI D'ORO IN KARAMOJA

Articolo sulle difficili condizioni di vita dei cercatori d'oro nella regione della Karamoja (Uganda) e più in generale sulla situazione del popolo Karamojong, in perenne conflitto per motivi di abigeato con i Turkana e Pokot del confinante Kenya, a cui di recente è stato imposto un disarmo forzato che, se li lascia inermi di fronte ai bellicosi vicini, sembra aprire le porte agli investimenti stranieri - Articolo da oltre 12.000 battute.

A Rupa, una località che si trova una decina di chilometri a nord di Moroto, nella sub-regione ugandese della Karamoja, l’oro è un affare di famiglia.

Christine, 13 anni, ogni giorno si unisce alla sua famiglia nel lavoro di cercatrice d’oro. Sua madre ha in mano un tondino da edilizia e, seduta a terra, sta scavando a circa un metro di profondità nella rossa terra di queste colline. Quello che estrae lo passa alla figlia maggiore, approssimativamente sui 20 anni, che lo sminuzza con una pietra fino a ridurlo a una sabbia fine, non molto diversamente da come per tradizione si macinano i cereali da queste parti per ottenerne la farina.

 

Il passaggio successivo spetta a Christine: cercare le pagliuzze d’oro. Di norma questo compito viene riservato ai più giovani componenti della famiglia perché è quello fisicamente meno pesante ma soprattutto perché è meglio affidarlo a chi ha la vista buona. La polvere prodotta dalla sorella viene messa in una padella - un semplice catino di plastica - poi Christine ci versa sopra dell’acqua. Con sapienti gesti circolari, Christine isola le parti più grossolane e leggere e le toglie dalla padella, ben sapendo che l’oro ha un peso specifico molto più alto delle altre rocce e, se c’è, rimarrà al centro, assieme alle sabbie più pesanti.

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GLI ULTIMI DUCHOBORY DELLA GEORGIA

Articolo sulla comunità dei Duchobory, antica "setta" di Vecchi Credenti russi esiliati dagli zar per motivi religiosi e politici a metà dell'800 e ormai vicina a dissolversi, dislocata in una regione della Georgia prossima al confine con l'Armenia, percorsa da tensioni razziali tra Duchobory, Armeni e gli eco-immigranti Adjara (georgiani di religione musulmana) - Oltre 17.000 battute, a cui è possibile aggiungere o integrare un approfondimento sulla storia dei Duchobory, di oltre 9.000 battute.

Maria, che gli amici e conoscenti chiamano Masha come s'usa fare in Russia, è una Duchobory di Gorelovka, uno sperduto villaggio nel distretto di Ninotsminda della regione del Samtskhe-Javakheti nell'estremo sud della Georgia, a una dozzina di chilometri dal confine con l'Armenia.

 

Non è una terra facile. Sebbene a transitarvi sembri di trovarsi in una fertile pianura, è situata su un altopiano a circa 2000 metri d'altezza e il clima non è per niente dei più ospitali: non ci sono alberi ma solo vasti prati perché clima e terreno non rendono possibile nessuna coltivazione se non quella del foraggio; a causa dell'altitudine le temperature sono piuttosto rigide; i temporali la fanno da padrone, al punto che per evitare di essere colpite dai fulmini, le case vengono costruite basse, a un solo piano, massimo due. Eppure è proprio qui che, nel 1841, i Duchobory decisero che questa era la loro “terra promessa”.

 

Masha ci ospita a casa sua anche perché alberghi a Gorelovka non ce ne sono. Quella dei Duchobory è una comunità molto chiusa e se non fosse per Natela, una fotografa georgiana che da alcuni anni frequenta questo luogo per portare avanti un suo personale progetto riguardante le più remote comunità del paese, non solo non avrei trovato un posto dove alloggiare ma non avrei nemmeno avuto modo di interagire coi locali. I Duchobory sono storicamente una comunità impermeabile agli stranieri e alle influenze esterne più in generale. Già solo il fatto che Masha ci ospiti la rende una Duchobory “sui generis”. Le chiedo se posso fotografarla in abiti tradizionali ma lei si nega, dicendo: “Non sono la persona più adatta, non vado nemmeno più alla messa, dovresti fotografare qualcun altro”. Peccato perché Masha, forse proprio perché non si sente più una Duchobory dalla testa ai piedi, è l’unica che non vede nella mia macchina fotografica un demone e, in altre situazioni, si lascia fotografare senza problemi.

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