VITA, MORTE E MIRACOLI DEL PASSAPORTO
Come tutti ben sappiamo, per viaggiare in Europa basta un documento d'identità ma per entrare in paesi di altri continenti è necessario un passaporto, un documento che tutti noi viaggiatori abbiamo ma che probabilmente non conosciamo a fondo. Il passaporto, così come lo conosciamo adesso, è nato solo dopo la II Guerra Mondiale ma, ovviamente, gli individui viaggiavano in tutto il mondo anche prima, praticamente da sempre. Nondimeno l'importanza dei confini e del controllo delle persone e delle merci che sono autorizzate a varcarli è altrettanto antica.
Quando è stato emesso il primo documento di viaggio? Difficile stabilirlo con precisione ma già nell'Antico Egitto i Faraoni rilasciavano ai propri messaggeri un cartiglio per proteggerne l'incolumità durante i loro spostamenti, e altri tipi di permessi venivano concessi ai commercianti. In Grecia vigeva un permesso apposito per gli stranieri, in Medio Oriente agli ambasciatori veniva affidato un anello col sigillo reale, così come per entrare all'interno delle mura che proteggevano le città etrusche bisognava esibire un lasciapassare. Nella Bibbia si parla di un ufficiale persiano che viaggiava in Giudea con una lettera scritta dal re Artaserse I – sovrano della Persia tra il 464 e il 424 a.C. – in cui si chiedeva un "passaggio sicuro". Fu soprattutto durante l'Impero Romano, spesso circondato da popolazioni guerriere con le quali non di rado aveva trattati commerciali, che i varchi di confine diventarono luoghi attraverso i quali esercitare sorveglianza per motivi di sicurezza ma anche per motivi fiscali. Valeva spesso anche il contrario, cioè esistevano restrizioni all'uscita da un paese – non di rado più severe di quelle di entrata – per evitare diserzioni, fuga di debitori, spionaggio e altre sparizioni indesiderate, non molto diversamente da quanto succede tuttora nella Corea del Nord, dove solo una ristrettissima élite fedele a Kim Jong-un può sperare di ottenerne uno. Lo stesso Impero Romano richiedeva autorizzazioni governative per viaggi all'interno del suo immenso territorio, Giustiniano giunse a introdurre controlli di polizia per l'ingresso a Costantinopoli. Con la caduta dell'Impero Romano, il moltiplicarsi degli stati e la conseguente complicazione delle relazioni internazionali, i controlli alle frontiere aumentarono, prova ne sono le leggi emanate dal re longobardo Rachis a metà dell'VIII secolo che stabilivano come l'accesso nel suo regno potesse avvenire solo tramite specifici valichi, dove si poteva ottenere il permesso a entrare, o uscirne, solo dopo approfondito interrogatorio.
Nel Medioevo molti stati rilasciavano dei permessi di viaggio, di norma con un elenco di paesi che il possessore poteva attraversare. Erano documenti individuali concessi in via più o meno eccezionale, di norma con durata limitata nel tempo, in pratica equivalenti a quello che oggi sono i visti. Deroghe erano riconosciute alle aree attigue ai porti, considerate zone di libero scambio, ma poi servivano documenti per potersi addentrare all'interno del paese. Alcune categorie avevano permessi speciali. Oltre ai diplomatici e ai messaggeri ufficiali, anche i pellegrini religiosi godevano di un trattamento privilegiato, benché attentamente controllati per impedire che persone non autorizzate – soprattutto le temute spie straniere – si mescolassero a loro. Spesso infatti, all'ingresso in un paese, venivano sottoposti a interrogatori più o meno accurati. Le "trectoriae", rilasciate dal re Canuto d'Inghilterra nel X secolo ai pellegrini, non solo permettevano di raggiungere i luoghi sacri ma anche di ricevere vitto e alloggio presso determinati monasteri. Un'altra categoria agevolata era quella dei commercianti, l'esempio più illustre è quello di Marco Polo, il quale beneficiava di un lasciapassare particolarmente prestigioso: due tavolette d'oro con iscrizioni rilasciate dal condottiero mongolo Kublai Khan che ne garantivano la sicurezza nel vastissimo Impero Cinese del XIII secolo. Godevano di libertà di movimento anche altre categorie di lavoratori richieste anche all'estero quali muratori, carpentieri, decoratori e altri ma, in un'epoca in cui le guerre erano assai frequenti, si cercava di limitare l'accesso agli stranieri potenziali nemici e contemporaneamente impedire la fuoriuscita di uomini in età per essere soldati.
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Il bisogno di proteggere i confini ha avuto alti e bassi. Autorità superstatali come la Chiesa rilasciavano carte che assicuravano ingresso e libertà ovunque. Infatti i permessi rilasciati dal Papa erano molto ambiti perché permettevano il superamento di tutti i confini d'Europa. Quando il principe zingaro Andrea progettò di emigrare con la sua gente dall'Altaj all'Europa, per prima cosa si recò a Roma e, avendo convertito tutti i suoi sudditi al Cristianesimo cattolico, ottenne dal Papa il prezioso permesso che permise loro di diffondersi in tutto il Vecchio Continente, anche se poi la riforma di Martin Lutero del XVI secolo lo rese inservibile nei paesi dove prevalse il Protestantesimo. Nell'epoca dei Comuni i documenti di espatrio caddero in disuso ma con la scoperta dell'America e lo sviluppo dei traffici marittimi ritornarono in auge. Nel XVIII secolo l'indipendenza degli Stati Uniti d'America e successivamente la Rivoluzione Francese diffusero valori ispirati alla libertà dell'individuo e sembrava che i passaporti fossero destinati a scomparire. I Francesi infatti li abolirono, salvo poi ripristinarli piuttosto velocemente. Un altro periodo in cui sembrava che tali documenti dovessero avere vita breve fu la fine dell'Ottocento, quando molti stati non lo richiedevano per l'ingresso degli stranieri ma lo scoppio del primo conflitto mondiale invertì questa tendenza.
Il primo paese a produrre in maniera sistematica documenti assimilabili ai passaporti odierni fu l'Inghilterra, che già nel XV secolo dotò tutti i suoi sudditi di un documento di riconoscimento da utilizzare all'estero. L'unica persona per la quale non veniva emesso tale documento era il sovrano, all'epoca Enrico V, ma la cosa non è mai stata modificata e quindi nemmeno la Regina Elisabetta ne possiede tuttora uno. Del resto, i suoi non sono certo viaggi improvvisati e comunque la riconoscerebbero tutti. Si trattava di documenti composti di un solo foglio e ovviamente, non essendo ancora stata inventata la fotografia, la descrizione del possessore non poteva che avvenire per iscritto, con tutto lo spazio alla libera interpretazione che possiamo immaginare. A volte non c'era nemmeno una descrizione e quindi il documento fungeva in pratica da "passaporto al portatore". I passaporti universali e moderni cominciano a diventare una necessità nel secolo scorso. Dapprima ci provò la Società delle Nazioni verso gli Anni Venti a lanciare l'idea di un documento di viaggio riconosciuto da tutti i paesi facenti parte della sua organizzazione ma è solo dopo il secondo conflitto mondiale, e l'apertura al commercio internazionale che ne consegue, che questi propositi vengono presi in considerazione quando le Nazioni Unite e l'ICAO (l'autorità internazionale per l'aviazione civile) emettono gli standard sulle caratteristiche dei documenti.
Oltre a quelli ordinari, il Ministero degli Affari Esteri rilascia passaporti speciali a membri del corpo diplomatico e consolare ma anche a varie personalità con cariche rappresentative come Capi di Stato e membri del Governo. Non sono rari nemmeno i casi di rilascio di passaporti speciali a personalità straniere: per quanto riguarda il nostro paese, spiccano quelli concessi all'ex re dell'Afghanistan Aman Ullah che vive tra Italia e Svizzera, e a Farouk I, l'ex sovrano dell'Egitto. La stessa cosa si verifica per i nostri ex-monarchi: Umberto II aveva passaporto portoghese e il figlio Vittorio Emanuele, benché naturalizzato svizzero, per una vita ha utilizzato un passaporto diplomatico belga, prima che nel 2018, dopo l'abrogazione della legge che vietava l'ingresso in Italia ai discendenti maschi di casa Savoia, gli venisse consegnato il passaporto italiano. Anche i passaporti dei dignitari del Sovrano Ordine di Malta sono riconosciuti internazionalmente.
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Ovviamente il passaporto, proprio per la sua importanza, a volte viene ritirato per impedire l'espatrio non autorizzato del detentore – perfino gli iperliberisti statunitensi fecero ricorso a questo mezzo in passato per limitare i viaggi all'estero dell'attivista di colore Paul Robeson – ma anche per questo più volte falsificato. Basti pensare al carnefice delle Fosse Ardeatine, Erick Priebke, riparato grazie a false generalità in Argentina. Non solo criminali si sono avvalsi della protezione di un passaporto falso. Lo Zar Pietro il Grande ne utilizzò uno per lavorare in incognito presso cantieri navali olandesi e inglesi al fine di apprendere le tecniche di costruzione navale e il nostro ex-presidente Sandro Pertini, all'epoca esule all'estero, rientrò in Italia con passaporto svizzero per rivedere la madre ammalata, anche se poi il cittadino ticinese che si prestò a cedergli la sua identità venne scoperto e condannato a 12 anni di reclusione.
Ultimamente il rilascio di passaporti truffaldini sembra essere diventata una prerogativa del mondo dello sport professionistico, dove si verificano saltuari ma ripetuti casi di "passaportopoli". Basti pensare al goffo esame d'italiano sostenuto dal calciatore Luis Suarez nel tentativo di ottenere la cittadinanza italiana ma anche ai tanti casi di "passaporti facili" del mondo del basket, dove il possesso di una cittadinanza europea rende un giocatore commercialmente più appetibile, facendo il gioco di quelle federazioni – soprattutto di paesi piccoli o poco ricchi – desiderose di concedere passaporti in cambio di poter schierare il giocatore con la propria Nazionale, quando non proprio dietro a corresponsione di denaro.
Proprio per evitare l'utilizzo illecito di questo documento, nel tempo si sono moltiplicati gli standard di sicurezza aggiunti per rendere il passaporto sempre più difficile da falsificare. Solo aziende specializzate sono autorizzate a fabbricarli, seguendo gli standard stabiliti dall'ICAO. Vanno realizzati usando una carta speciale e possono includere ologrammi, caratteri speciali, codici a barre e un chip elettronico, di norma incorporato sul retro della copertina. I passaporti di ultima generazione, i cosiddetti passaporti biometrici (succeduti a quelli cartacei e poi a quelli elettronici) sono in grado di trasmettere ai controllori, attraverso una piccola antenna auto-alimentata collegata al chip, oltre ai dati anagrafici tradizionali anche le impronte digitali di entrambe le mani e la foto del viso. Il più difficile da falsificare è il passaporto del Nicaragua, che dispone di ben 89 funzioni di sicurezza. A proposito della foto del passaporto, come immagino sappiate tutti, vi sono delle regole da rispettare. Non si può sorridere (cosa che renderebbe più difficoltoso il riconoscimento del volto) e viene richiesto uno sfondo neutro. Non è stato sempre così: fino al 2004 era possibile avere foto in cui si sorrideva ma poi, fra le tante maggiori attenzioni richieste dopo l'attentato alle Twin Towers del 2001, è stato aggiunto anche questo divieto. E pensare che a inizio secolo si poteva mettere addirittura sul passaporto una foto qualsiasi, anche collettiva: Sir Conan Doyle, l'autore dei romanzi di Sherlock Holmes, era noto per avere sul documento una foto assieme a tutta la famiglia, con moglie e figli seduti su un calesse.
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Avveniristica una caratteristica dei passaporti norvegesi, dal look molto minimalista, disegni color pastello di sottofondo diversi in ogni pagina e lo stemma nazionale dorato nella copertina, non a caso concepito nel 2020 da una società di design: se illuminati da una luce ultravioletta, riproducono tra le pagine un'aurora boreale. Anche quello canadese sotto la stessa luce rivela immagini nascoste quali la classica foglia d'acero, un galeone in mare, i fuochi d'artificio su Ottawa e le immancabili cascate del Niagara. Pure il recentissimo nuovo passaporto del Belgio (emesso a partire dal 7 febbraio 2022) nasconde figure rivelabili solo con una luce UV: si tratta di personaggi dei fumetti, vere icone nazionali quali Tin Tin, i Puffi e Lucky Luke. La stessa cosa l'hanno fatta gli Australiani sul loro documento di viaggio, sul quale si possono rivelare immagini di canguri in varie pose. Meno tecnologico ma molto simpatico il passaporto finlandese che riporta nelle proprie pagine un alce: se si sfoglia il passaporto – come si faceva da piccoli per ricreare delle piccole scene animate – l'animale sembra camminare. Identica animazione "old style" per il passaporto della Slovenia, scorrendo le cui pagine appare un cavallo che galoppa con in groppa un fantino, omaggio ai noti cavalli bianchi lipizzani, da sempre campioni di equitazione.
I passaporti si differenziano tra di loro non solo per le caratteristiche fisiche ma anche e soprattutto per la loro "potenza", determinata dal numero di paesi che consentono l'ingresso al detentore senza richiedere un visto. In base ad accordi bilaterali, ma più spesso unilaterali (non sempre uno stato che accoglie sul proprio suolo i cittadini di un altro stato riceve lo stesso trattamento di ritorno), ogni paese ha una lista di paesi che accolgono i suoi cittadini e una lista di paesi che li accolgono solo dietro rilascio di visto. In alcuni rari casi, vi sono paesi che non accettano a prescindere cittadini di specifiche nazioni: è il caso di Iran, Libano e Kuwait che rifiutano l'ingresso agli Israeliani e, per estensione, a tutti quelli che riportano sul passaporto un timbro di ingresso in Israele, anche se già da tempo le autorità doganali della Terra Santa mettono i loro timbri su un foglio a parte, in modo che ciò non costituisca un limite alla possibilità di viaggiare dei propri visitatori. Attenzione però perché i più ligi controllano se c'è un timbro in uscita da determinati punti di confine terrestri con l'Egitto o la Giordania. Quindi, per evitare questo tipo di sorprese, meglio andare in Israele direttamente in volo e rientrare allo stesso modo. Oppure, è possibile avere due passaporti, uno con i timbri israeliani e l'altro senza. Più o meno è la logica che ho sfruttato quando mi sono recato in Nagorno-Karabakh – un territorio dichiaratosi indipendente dal vicino Azerbaijan – col cui timbro non sarei potuto entrare in seguito nel paese azero: mi feci apporre ugualmente il "prezioso" timbro, tanto il mio passaporto dell'epoca stava per scadere naturalmente a breve, quindi avrei comunque potuto andare in Azerbaijan con quello nuovo.
Più permissiva la politica cubana di non apporre, dietro richiesta, i timbri sul passaporto, cosa che può essere utile agli Statunitensi visto l'embargo tuttora vigente nei confronti dell'isola caraibica. In Cina si rifiutano di considerare validi i passaporti di Taiwan, che considerano territorio loro, e quindi chi da questa isola necessita di recarsi nella Cina Popolare deve avere un altro documento specifico. Non molto diverso il trattamento riservato agli abitanti di Hong Kong, che fu colonia britannica per un secolo ed è rientrata all'interno dei confini cinesi nel 1997. Molti abitanti dell'ex-colonia dispongono solo del vecchio passaporto britannico che la Cina non considera valido, quindi distribuisce "permessi di rientro a casa" a coloro che, dopo essersi recati nella Cina continentale, intendono tornare a Hong Kong.
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A stabilire la potenza dei passaporti sono due enti che stilano – ogni anno, visto che le cose cambiano spesso – una classifica dei passaporti più forti, vale a dire di quelli che consentono l'ingresso senza visto (oppure con visto rilasciato automaticamente all'ingresso) ai propri cittadini. Poiché i due enti che le stilano usano parametri diversi, le classifiche non coincidono ma comunque, in entrambe, il passaporto italiano è nei primissimi posti: quinto a pari merito nella classifica Henley – grazie a ben 189 paesi che ci accolgono subito o dopo visto automatico – e secondo in quella Arton. Ciò probabilmente è dovuto, oltre a far parte dell'Unione Europea ed essere all'interno dello Spazio Schengen, al fatto che non siamo una superpotenza che attrae inimicizie e rivalità come capita a Stati Uniti, Russia e Cina. Dall'altra parte siamo anche un paese ricco, i cui cittadini sono bramati dai paesi che basano la loro economia anche sul turismo internazionale. Dall'altra parte della classifica ci sono i paesi i cui cittadini si vedono posti più limiti negli spostamenti internazionali: Afghanistan, Siria, Iraq, Pakistan e Somalia, in pratica paesi che hanno vissuto recenti o attuali conflitti e da cui tendenzialmente la popolazione cerca di fuggire, un modo anche questo per limitarne l'immigrazione.
Esiste anche la classifica dei paesi più ospitali, cioè di quelli che accolgono senza problemi cittadini stranieri dal maggior numero di paesi. Attualmente primeggiano gli Emirati Arabi che, in vista dell'Expo 2021 e più in generale nel tentativo di accreditarsi come destinazione turistica internazionale, negli ultimi anni hanno sistematicamente stretto accordi con più paesi possibili per diventare il paese più accogliente del mondo, cosa in cui ha avuto successo, oltre ad essere secondo la classifica Arton il detentore del passaporto più potente del mondo, l'unico che sopravanza quello italiano. Fra i più accoglienti, alle sue spalle degli Emirati Arabi troviamo paesi palesemente dediti al turismo come Seychelles, Maldive e Isole Samoa ma, piuttosto sorprendentemente, anche paesi dove il turismo è praticamente assente come la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia e il Sud Sudan, che non so se sono ai vertici di questo elenco perché troppo impegnati in guerre civili da non aver avuto tempo e modo di stilare una lista di paesi non amici o perché pensano che se avete il coraggio di andarci, allora vi meritate proprio di potervi entrare senza tante complicazioni.
Esistono anche due paesi, che ben conosciamo, che non effettuano nessun controllo sull'immigrazione: si tratta della Repubblica di San Marino e della Città del Vaticano che, essendo l'ingresso nel loro territorio possibile solo attraverso l'Italia, di fatto lasciano che a occuparsi della questione siamo noi. In generale, l'apertura a cittadini di un sempre maggior numero di paesi stranieri è una tendenza che è andata in crescendo fino al 2019, quando purtroppo le restrizioni legate alla pandemia con tanto di periodi di quarantena e divieto di viaggi per motivi di turismo, hanno fatto registrare un crollo su base mondiale, cui immagino che gli esiti del conflitto tra Ucraina e Russia impartiranno ulteriori colpi.
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Potrebbe sembrare, come tutti i documenti ufficiali, un freddo pezzo di carta ma invece il mondo dei passaporti è un mondo a colori, tendenzialmente scuri perché si sporcano di meno di quelli chiari. I più diffusi sono quelli dalla copertina blu (attualmente utilizzato da 83 paesi), tipica degli Stati Uniti (benché in passato abbiano avuto anche "periodi" rossi e verdi) e in generale di tutto il continente americano ma anche di tutti quei paesi che, in questo modo, intendono manifestare la propria vicinanza alla superpotenza nordamericana. In Europa prevalgono documenti con la copertina rossa (67 gli stati che ne fanno uso), per la precisione color "borgogna", un colore individuato nel 1981 per distinguersi dal blu americano e dal verde che contraddistingue i 42 paesi di credo islamico che lo hanno eletto a loro colore di riferimento perché considerato il colore preferito dal profeta Maometto. Non è per niente un caso che il Regno Unito, che nel 1988 aveva adottato il colore rosso, dopo la Brexit abbia scelto di tornare all'antico blu dal 2020, a rimarcare l'allontanamento dall'Europa e la volontà di far parte della sfera d'influenza americana, di cui in effetti sono da molti decenni la testa di ponte nel Vecchio Continente. Ragionamento similare quello fatto dalla Turchia che, desiderosa di entrare a far parte dell'Unione Europea, ha espresso questa sua intenzione adottando, fin dal 2010, il colore prevalente in Europa.
Forse il vero motivo alla base di questo ristretto numero di colori è meramente pratico: come già detto in precedenza, sono poche le aziende autorizzate a rilasciare questi preziosi e complicati documenti e non è escluso che, per semplificazione, siano state proprio loro a limitare la scelta dei toni disponibili. Esistono anche i passaporti dalla copertina nera, i più rari, appena sette i paesi che lo stampano nella tinta più scura: è elegantissimo, con ricami argentati, quello della Nuova Zelanda per la quale il nero è il colore nazionale – avete presenti gli All Blacks? – ma è stato scelto anche da Angola, Malawi, Tagikistan e altri, non si sa bene per quale motivo, del resto non è un obbligo scegliere un colore piuttosto che un altro. Di colore nero sono anche i passaporti rilasciati ai componenti dei corpi diplomatici, che vengono rilasciati in aggiunta a quello normale: in teoria, dovrebbero usare quello diplomatico quando sono in viaggi di rappresentanza e quello normale quando viaggiano per vacanza o motivi personali. Alcuni funzionari governativi statunitensi hanno passaporti di colore marrone o grigio per le loro missioni all'estero, mentre ai rifugiati viene fornito un documento con la copertina verde.
Le Nazioni Unite rilasciano dei lasciapassare di colore azzurro e rosa. Ancora più rari sono i passaporti con la copertina gialla, come quello utilizzato dalla Lega Irochese (una confederazione di sei popoli di nativi americani sparsi tra lo stato di New York e il Canada), che però in passato si videro negato l'ingresso in Gran Bretagna perché non costituiscono una nazione ufficialmente riconosciuta. Non è l'unico caso di passaporti rilasciati da paesi non riconosciuti. Vi sono anche quelli di Sealand, la micronazione con base su una piattaforma in disuso al largo della costa inglese che proprio dalla vendita dei passaporti ricava la maggior parte dei suoi introiti, avendone già venduti 150.000! Altri casi sono quelli di New Utopia, un atollo nei Caraibi e della Repubblica dell'Abkhazia, da me visitata nel 2018, ma che tuttora risulta riconosciuta da appena 6 nazioni facenti parte dell'ONU. Dell'Abkhazia e del mio avventuroso ingresso al suo interno vi racconterò nel prossimo articolo.
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In chiusura di questa serie di articoli sui passaporti, vi racconto una disavventura capitatami durante uno dei tanti attraversamenti di frontiere. Nel 2018 volli provare ad entrare in Abkhazia passando dal posto di confine nei pressi di Zugdidi, in Georgia, lo stato di cui faceva parte prima del breve ma sanguinoso conflitto – con feroci casi di pulizia etnica contro i Georgiani che vi abitavano ormai da oltre un secolo – che nel 1991 portò lo staterello spalleggiato dalle truppe russe a dichiararsi indipendente. La Georgia non ha mai riconosciuto, come è appena ovvio, l'indipendenza dell'Abkhazia ma sul web avevo letto di uno che era riuscito ad attraversare da quella frontiera. Volli provarci anch'io.
La cosa più complicata sembrava essere legata al fatto che l'Abkhazia, da tradizione sovietica, richiede un visto ma, non essendo riconosciuta da quasi nessun paese, non ha ambasciate all'estero in cui richiederlo. In realtà il problema si è rivelato essere un altro: nonostante avessi ottenuto una lettera d'invito dal Ministero degli Esteri del paesucolo, alla frontiera georgiana non volevano lasciarmi passare, probabilmente per il loro rifiuto di accettare che uno straniero entrasse liberamente in quel territorio che loro consideravano usurpato. Dissi che sapevo di aver diritto di passare, che avendo la lettera d'invito la cosa era nota anche dall'altra parte del confine e avevo un driver che mi aspettava e che avrei atteso fintanto che non mi avrebbero lasciato passare, sapendo inoltre dell'esistenza di precedenti in tal senso. Il tutto mentre decine se non centinaia di Georgiani, molti dei quali nel frattempo erano rientrati ad abitare in Abkhazia a Gali, un villaggio a 12 chilometri oltre il confine, passavano indisturbati, senza nemmeno mostrare documenti. Dopo alcune ore di ingiustificata attesa, mi segnalarono finalmente che potevo passare e quindi mi incamminai a piedi sulla strada asfaltata che portava al ponte che superava il fiume Patara Enguri che faceva da confine naturale. Dopo circa un chilometro a piedi, giunsi al confine abkhazo, protetto da filo spinato e militari russi armati fino ai denti. Risposi alle poche domande che mi fecero e potei proseguire.
Qualche giorno più tardi rientrai in Georgia dalla stessa frontiera, non perché volessi complicarmi l'esistenza ma solo perché non potevo farlo da posti di confine diversi da quello dal quale ero uscito. Mentre percorrevo a piedi lo stesso tratto di strada che avevo fatto all'entrata, una coppia in abiti civili che dichiarò di essere poliziotti di frontiera in borghese mi chiese di aprire il trolley lì, praticamente in mezzo al boschetto che si trovava tra il ponte e il posto di frontiera. Dopo un fugace controllo, mi lasciarono passare. Giunto nei pressi dell'edificio dei controllori dove all'andata avevo atteso per ore, una funzionaria con un giubbotto antiproiettile con la scritta EU rimase a bocca aperta nel vedere me, un occidentale, entrare in Georgia in quel modo. Mi chiese come avessi fatto, dicendo che in diversi mesi che era lì di servizio (ma non all'andata, quando forse la sua presenza mi avrebbe semplificato di molto le cose) ero il primo "straniero" che vedeva passare da quel varco. Proseguii senza che i rigidi controllori dell'andata nemmeno si sporgessero dalle finestre dei loro uffici. A proposito del visto abkhazo: me lo rilasciarono "sulla fiducia", senza che mi presentassi a ritirarlo al Ministero, infatti lo diedero direttamente alla ragazza della famiglia che mi ospitava. A volte si fa più fatica coi documenti in regola che senza, a riprova che l'elemento umano può essere decisivo come e più di un passaporto.
