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L'ATTERRAGGIO PIÚ DIFFICILE DEL MONDO

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Mettetevi nei panni di un passeggero che, invece di guardare le nuvole dal finestrino, si ritrova a fissare una muraglia di roccia che sembra quasi di poter toccare. Atterrare a Paro, l’unico scalo internazionale del Bhutan il cui territorio è montuoso al 98,8%, non è un semplice viaggio: è qualcosa di non più riscontrabile altrove nell'aviazione moderna. Siamo a 2.200 metri di altezza, ma il punto non è la quota, è che la pista è letteralmente infilata in un imbuto di montagne himalayane che superano i cinquemila metri. È considerato lo scalo più difficile del pianeta per un motivo banale quanto spaventoso: qui i radar servono a poco, conta solo l'occhio del pilota e la sua capacità di non farsi tremare le mani.

Tanto per cominciare, qui non può atterrare un pilota qualunque, anche se ha vent'anni o più di carriera sui voli intercontinentali. In questo aeroporto hanno il permesso di toccare terra solo le compagnie locali, come la Druk Air o la Bhutan Airlines. Si ritiene ci siano meno di cento piloti al mondo con la certificazione necessaria per infilarsi in quella valle; un’élite di professionisti che hanno dovuto studiare ogni singolo costone roccioso e ogni corrente d'aria come se fosse il giardino di casa propria. È un addestramento specifico, quasi ossessivo, perché a Paro non si atterra con i computer, si vola a vista. Devi conoscere a memoria il paesaggio, perché un errore di valutazione di pochi metri, con quelle pareti di roccia intorno, non ti lascia spazio per rimediare.

E poi c’è l’esperienza vissuta da dentro la cabina, che è un mix di adrenalina e incredulità. Mentre l’aereo scende, la sensazione di "sfiorare" i fianchi delle montagne è fortissima. Non è un’illusione ottica: guardi fuori e vedi le case dei contadini bhutanesi, i boschi di pini, i templi arroccati... Tutto vicinissimo, quasi fossi su un elicottero anziché su un jet di linea. L'aereo deve serpeggiare, letteralmente, seguendo i capricci della gola montana. Il momento clou è la virata finale: la pista non la vedi fino all'ultimo secondo perché è nascosta dietro uno sperone di roccia. Il pilota deve inclinare l'ala bruscamente, raddrizzare il muso e puntare l'asfalto quando ormai mancano pochissimi metri. È una manovra che ti lascia col fiato sospeso finché non senti il rumore liberatorio delle ruote che toccano terra.

A rendere tutto ancora più complesso ci si mette la meteorologia locale. A Paro si vola quasi esclusivamente durante le prime ore del mattino. Questo perché, con il sorgere del sole, il calore che si accumula sul fondo della valle genera correnti ascensionali e venti particolarmente violenti. Verso mezzogiorno, l'aria diventa così instabile da rendere il controllo dell'aereo imprevedibile. Se a questo aggiungiamo che l’aeroporto non è dotato di sistemi di atterraggio strumentale (ILS) a causa del terreno montuoso, si capisce perché si voli solo quando la visibilità è perfetta e l'aria è calma. È un ritorno alle origini del volo, dove il pilota deve letteralmente guardare fuori dal finestrino per capire dove mettere le ruote, trasformando ogni atterraggio in un piccolo capolavoro di coraggio e competenza tecnica.

Eppure, nonostante questo scenario da brivido, l'aeroporto di Paro vanta un record di sicurezza che farebbe invidia a molti scali occidentali molto più moderni. In tutta la sua storia operativa, non si è mai registrato un incidente mortale che abbia coinvolto un volo di linea commerciale. Questo paradosso si spiega con la cultura della prevenzione estrema: i piloti sono addestrati a rinunciare all'istante se le condizioni non sono impeccabili. Se la visibilità cala o se le turbolenze superano una certa soglia, l'aereo viene immediatamente dirottato verso scali alternativi in India o Nepal. Recentemente ci sono stati piccoli spaventi, come atterraggi bruschi dovuti a improvvise correnti d'aria discendenti che hanno causato lo scoppio di qualche pneumatico, ma la preparazione dei piloti ha sempre evitato che questi inconvenienti si trasformassero in tragedia.

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