OUADAN, QUANDO LE MANI RACCONTANO PIÚ DELLA BOCCA
- 14 lug
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A Ouadan c'ero arrivato per visitare la città, quella specie di biblioteca di pietra e sabbia che fu tappa carovaniera e oggi sonnecchia orgogliosa del suo passato. Quello che non era previsto, che non poteva esserlo, era il brulicare insolito di ragazze per le strade — più chiassose del solito, vestite a festa, che andavano e venivano da un cortile in fondo a un vicolo. Ci ho messo un momento a capire il perché. C'era un matrimonio, celebrato in un cortile privato coperto da un grande telo teso da una parete all'altra, giusto per garantire un po' d'ombra fresca in mezzo all'afa dell'Adrar. Nessun uomo adulto nei paraggi, e non è un dettaglio casuale: nel mondo musulmano, momenti come questi si vivono spesso in una stretta separazione di genere, con gli uomini che festeggiano altrove, magari in un'altra parte del villaggio, e le donne che si ritrovano tra loro, libere di cantare, ballare, mostrarsi senza la presenza maschile a moderare i toni.
Tra le invitate, c'era una donna con le mani e i piedi coperti di disegni scuri, di quelli che si arrampicano dal palmo fino al polso in losanghe e spirali fittissime. L'henné non era stato applicato quel giorno, probabilmente qualche giorno prima, come si usa, perché il colore ha bisogno di tempo per scurirsi e sedimentare, e una donna vuole essere al meglio proprio nel giorno della festa. Le ho chiesto, con l'aiuto della guida, se potevo fotografarla. Ha accettato con un sorriso e un cenno del capo, senza troppe cerimonie, quasi divertita che un forestiero trovasse tanto interessante qualcosa che per lei è normale amministrazione da generazioni.

L'henné, in Mauritania come in gran parte del mondo arabo-berbero e del Sahel, non si applica con lo stencil né con il pennellino sottile che si vede nei saloni di bellezza occidentali. Si usa una siringa senza ago, riempita di pasta, spremuta con una pressione costante che richiede anni di allenamento. Chi disegna — quasi sempre un'amica, una parente, mai un professionista pagato, almeno nei villaggi — non copia da nessun modello: ha in testa un repertorio di motivi imparato da bambina guardando la madre, la zia, la vicina di casa. Nessun tutorial, nessuno smartphone appoggiato lì accanto per controllare il disegno. Il che, detto per inciso, in un'epoca in cui persino il pane lo compriamo già affettato, ha il sapore di un piccolo atto di resistenza.
Il colore finale, quel nero-bluastro quasi minerale che si vedeva sulle sue dita, è l'ambito risultato da conquistare: più la tintura resta scura, più il disegno è considerato riuscito, e le mani più "pregiate" — quelle delle spose, delle ragazze alla vigilia della festa grande — vengono bendate per ore, avvolte in plastica e stracci, perché la pasta abbia il tempo di rilasciare tutto il suo pigmento. È pazienza applicata alla bellezza, e a queste latitudini la pazienza non è un optional: anche il tè, in Mauritania, si beve in tre bicchierini successivi, ognuno più dolce del precedente, apposta per non avere fretta di niente.

I braccialetti dorati, le perline rosse e verdi al polso, non sono un vezzo da bancarella per turisti, che qui si vedono ancora di rado. Sono il corredo di chi si è vestita per essere guardata, in un'occasione che pesa quanto un matrimonio pesa ovunque nel mondo, ma qui forse anche di più, perché è uno dei pochi momenti in cui l'intera comunità femminile del villaggio si riunisce apertamente, senza sguardi maschili a controllare. Una mano disegnata è una mano che ha qualcosa da festeggiare, e chi la guarda lo sa immediatamente — cosa piuttosto rara in una società dove i codici sociali si imparano spesso a furia di domande indiscrete rivolte a chi ha la pazienza di rispondere.
L'henné, in questo senso, non è mai neutro. Protegge — si dice rinfreschi la pelle nel caldo assoluto dell'Adrar, dove il termometro d'estate non fa sconti a nessuno. Adorna. E soprattutto dichiara, comunica uno stato: sposa, invitata d'onore, festeggiata, in lutto persino, perché in alcune culture del Sahel l'henné compare anche in occasioni funebri, con significati opposti a seconda del contesto. Le mani, insomma, parlano una lingua che non ha bisogno di sottotitoli, e chi cresce in quei villaggi impara a leggerla come noi impariamo a leggere un'espressione del viso.
Questo filo dell'henné, del resto, si allunga ben oltre la Mauritania. Lo si ritrova in India, in Pakistan, in Marocco, in Sudan — ogni volta con una grammatica leggermente diversa, ma sempre riconoscibile, come un dialetto che deriva da una lingua madre comune. In quelle regioni, però, l'henné non serve solo a decorare le mani delle donne nei giorni di festa: viene usato anche dagli uomini, spesso anziani, per tingere capelli e barba, ottenendo quel rossiccio ramato — a volte quasi acceso, quasi teatrale sulla pelle scura — che chiunque abbia viaggiato nel subcontinente indiano avrà notato almeno una volta.

Non è vanità da parrucchiere, o non solo. In molte culture del Punjab pakistano e dell'India settentrionale, tingersi i capelli bianchi con l'henné è un'usanza diffusissima tra gli uomini più maturi, legata a motivazioni che si intrecciano tra loro. C'è l'aspetto estetico, ovviamente: il bianco viene percepito come segno di vecchiaia da mascherare, un po' come da noi. Ma c'è anche un aspetto religioso, per chi è musulmano: circola una tradizione, attribuita a un detto del Profeta Maometto, che raccomanderebbe di tingere i capelli bianchi proprio con l'henné — talvolta mischiato all'indaco per ottenere tonalità più scure — per distinguersi esteticamente da altre pratiche ritenute meno raccomandabili. Non è un obbligo e non tutti la seguono, ma nei villaggi rurali capita spesso di incontrare uomini sopra i sessant'anni con questa colorazione ramata inconfondibile, quasi un marchio di categoria anagrafica.
C'è poi un secondo livello, meno religioso e più pragmatico: l'henné costa pochissimo, si trova ovunque, non richiede saloni di parrucchiere né prodotti chimici importati. In economie dove certi consumi restano un lusso, tingersi con l'henné è semplicemente il modo più accessibile per continuare a sentirsi, e apparire, in forma — con quattromila anni di storia botanica alle spalle invece che una formula di laboratorio.
Fotografare quella donna a Ouadan, in fondo, ha significato solo questo: fermarsi un momento ai margini di una festa che non mi apparteneva, chiedere permesso, e lasciare che fossero le mani — non le parole, non la spiegazione della guida — a raccontare la storia.
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