top of page

FOTORACCONTO MAURITANIA GENNAIO 2026

(per vedere le didascalie, clicca sulle immagini delle slideshow)

GIORNO 1

​​

Ancora una volta in Mauritania, un paese che ormai mi è entrato sottopelle.

Al limitare di Nouakchott, la polverosa capitale che abbiamo raggiunto ieri sera quando già il sole era calato, sorge il mercato dei cammelli dove le sabbie del Sahara iniziano a reclamare il loro dominio, un luogo che pare sospeso in un’epoca passata, immune al volgere del tempo. Non è solo la mera sede di scambi mercantili, ma piuttosto il fulcro stesso della cultura nomade di queste genti, che anche se abitano in case di cemento non riescono ad abbandonare completamente lo stile di vita ancestrale e le sue suggestioni. In un proscenio di cruda bellezza, sotto un sole che oggi è meno implacabile del solito, si consumano negoziazioni serrate tra uomini avvolti nei loro dara’a (le ampie tuniche celesti) che discutono animatamente valutando la tempra delle bestie, tra i bramiti degli animali impauriti e il sollevarsi di nuvole di polvere. Quando i cammelli sono ammassati gli uni contro gli altri sembrano gigantesche Idra tempestate da una selva di lunghi colli sinuosi che si stagliano contro l'azzurro del cielo. Migliaia di creature (mediamente una decina) attendono il loro destino con rassegnazione, attori involontari di un'economia che affonda le radici nella notte dei tempi. Vi sono anche vacche e capre, in recinti realizzati con pali uno diverso dall'altro, ma tutte le attenzioni sono per i camelli, le "navi del deserto".

Come un miraggio di cemento che sorge tra le dune infinite e le fredde onde dell'Oceano Atlantico, Nouakchott è una giovane ma già smisurata metropoli (fondata dai Francesi nel 1958), capitale di una terra dove il nomadismo incontra la stanzialità moderna. Oggi appare come un mosaico di contrasti, dove le equlibrate architetture delle moschee si mescolano con le disordinate periferie, lambite dal deserto.

 

In un angolo della città, prende vita un fenomeno sociale tipicamente mauritano che non ha eguali altrove nel mondo: il cosiddetto "mercato delle donne divorziate". Questo luogo non è soltanto un emporio ma un simbolo di tenacia. In una società in cui il ripudio o il divorzio potrebbero condurre all'oblio sociale, queste donne hanno costruito uno spazio di autonomia in cui governano ogni scambio, dalla vendita di tessuti preziosi e melhafas (i colorati abiti femminili tradizionali) fino a oggetti d'uso quotidiano. In pratica, un matriarcato economico, abbastanza sorprendente in un paese islamico al 99%. Tali commerci nascono spesso dalla necessità di queste donne di provvedere ai propri figli senza il sostegno maschile. Con dignità regale, queste donne - che spesso hanno alle spalle più divorzi, perfino in doppia cifra - gestiscono le proprie bancarelle intessendo reti di solidarietà e trasformando la vulnerabilità in forza economica.

 

In seguito visitiamo il mercato delle stoffe e poi la grande Moschea Saudita, in cui per la prima volta riesco a entrare nel cortile (ma non all'interno, riservato ai soli musulmani). Segue l'ascesa al sempre più dimesso (e dismesso) Al Khaima Center per godere dellea vista a 360° sulla città, di cui non si riescono a vedere i limiti, tranne ad ovest dove in lontananza riluce il mare. Poi siamo nel "mercato artigianale", una decina scarsa di negozi di souvenir, dove passa un piccolo corteo di gente festante: sono alcuni dei tanti Senegalesi migrati a Nouakchott che si stanno preparando per la finale della Coppa d'Africa di calcio che si terrà stasera. Prima del tramonto andiamo sulla grande spiaggia vicina alla città, affollata di gente: ragazzi che giocano a pallone, proprietari di cavalli o carretti che cercano clienti per brevi cavalcate, motociclisti temerari che sfrecciano in mezzo alla gente. L'aria è decisamente pungente.

Chiudiamo un'intensa prima giornata in un ristorante in cui l'attenzione dei camerieri e del folto pubblico, che intuiamo dai saltuari boati che sentiamo provenire dal piano di sopra, è concentrata sulla partita che vede il Marocco contro il Senegal, rispettivamente il paese confinante a nord e quello confinante a sud con la Mauritania. Alla fine il Senegal vince la Coppa d'Africa ai supplementari, tra le sguaiate urla di gioia dei tanti emigranti e anche di qualche Mauritano. Rientriamo in albergo tra le auto che strombazzano per festeggiare la vittoria.

GIORNO 2

Volgiamo le spalle alla capitale per intraprendere un lungo trasferimento in direzione delle terre orientali di questo sterminato paese, desertico al 75%. Lungo il percorso, scandito dalla consegna dell'elenco dei passaporti ai numerosi posti di blocco della polizia (una misura di sicurezza ormai solo di facciata nelle zone che attraversiamo ma ugualmente richiesta), incrociamo una transumanza di greggi di pecore che si susseguono nell'attraversare un territorio di un piattume desolante. A pranzo facciamo tappa presso la cittadina di Akjoujt, dove, seduti a terra, abbiamo il nostro primo vero contatto con la cucina locale, priva delle influenze occidentali inevitabili nella moderna capitale: montone (con o senza stufato di verdure), riso, pane e l'immancabile tè, preparato alla maniera locale versandolo di bicchierino in bicchierino fino a farlo diventare schiumoso, zuccheratissimo ma ugualmente con un retrogusto amaro. Un rito che ci accompagnerà per tutto il viaggio.

Ripartiti, poco dopo abbandoniamo l'asfalto, sgonfiamo le gomme e il deserto diventa l'assoluto padrone. Attraversando paesaggi che alternano glabre radure a tratti sabbiosi ma con più vegetazione. Improvvisiamo soste presso dei piccoli villaggi: c'è chi ha la bancarella pronta per proporre le sue mercanzie ai pochi turisti di passaggio e chi invece ci viene incontro sorridente, con tutta la famiglia al seguito, solo per il gusto di interagire un po' con degli stranieri. Dopo una breve pausa presso un angolo di deserto che, non si capisce il perché, ha un pugno di dune di colore bianco a differenza di tutte le altre che sono arancioni, giungiamo al cospetto delle colossali dune di Azoueiga, cattedrali di polvere dorata le cui curve sono disegnate dal vento, stasera piuttosto forte, in un modo che le fa sembrare onde impetuose surrealmente immobili. Si sale con un po' di fiatone, cercando di mettere il piede sulle zone di sabbia più compatta, benché questa scorra veloce e non tardi a cancellare le orme di chi ci ha preceduto nell'ascesa. Il tramonto non è indimenticabile, ma il paesaggio è talmente maestoso che ci ripaga ugualmente della salita. Scendiamo, prendiamo possesso delle tende assegnateci e ceniamo in una tenda spaziosa. Chiudiamo la giornata con il solito tè, stavolta preparato da uno dei nostri driver al lume di un falò, com'è d'uso negli accampamenti, prima di trascorrere la notte in tenda.

GIORNO 3

Dopo una notte sotto la volta stellata come le genti nomadi di questa terra spettacolare ma non facile, l'alba ci regala solo qualche spruzzata di rosso prima che il disco solare dichiari ufficialmente aperta la giornata. Ripreso il cammino, poco dopo facciamo sosta in un punto in cui la sabbia assume più colori: bianco, arancione, ocra, senape, il tutto nel giro di pochi metri, e neanche la guida sa spiegarcene il motivo. La pista che percorriamo è una goduria per chi ama lo sterrato: tratti di profonda sabbia ad altri coperti di rocce. Si divertono meno gli pneumatici, infatti una delle nostre auto fora ma in poco tempo la gomma viene riparata.

Dopo essere discesi da una ripida collina sabbiosa nello spettacolare anfiteatro del passo di Tifoujar, attraversiamo la contigua Valle Bianca. Qui la sabbia, sospinta dal vento, lentamente raggiunge le nere rocce di basalto che costeggiano il largo canyon, al punto che non si capisce più se le dune siano tutte di sabbia o se sotto ci sia roccia.

In breve siamo nel villaggio di Toungad, caratterizzato da uno stupendo palmeto, dove da anni vive Riccardo Yahya, un italiano ex-fotografo di moda e celebrità hollywoodiane che ha scelto di trasferirsi in questo remoto angolo di mondo. È un piacere incontrarlo e ascoltare dalle sue labbra il racconto della sua vita avventurosa e della sua non banale scelta.

 

In seguito visitiamo l'oasi di Terjit, un gioiello verde smeraldo incastonato nell'aridità del deserto. Ne ammiriamo le sorgenti miracolose che sgorgano dalla nuda roccia e la valle lussureggiante che le fa da corona, un giardino dell'Eden dove l'acqua canta tra le palme. Infine giungiamo nella vivace Atar, capitale della regione dell'Adrar, in cui possiamo cogliere gli ultimi momenti del mercato locale, più sgarruppato - e quindi più bello - di quelli della capitale. Spettacolari le carriole piene di baguette in vendita. Un'altra giornata piena che si conclude in un ristorante locale (novità della serata una bevanda dolce, tipo karkadè) presso il quale c'è musica dal vivo: un flautista e alcune vigorose donne alle percussioni dettano i ritmi frenetici della musica tradizionale mauritana, dalla quale ci lasciamo coinvolgere con nostro divertimento e grande apprezzamento da parte di chi suona.

GIORNO 4

Viaggiando ancora in direzione est, facciamo un vertiginoso salto temporale nel visitare le antiche pitture rupestri di Agrour, risalenti a circa 6.000 anni fa, nelle quali sono riprodotti elefanti, giraffe e antilopi, animali che non popolano più queste terre da tempo immemore. Un sito archeologico decisamente più importante rispetto a quello vicino - dista circa 1 km - di Amojar, che presenta poche pitture ma che è incastonato in uno scenario da urlo: un insieme di enormi massi nerastri, poggiati su sabbia ocra, che si affacciano su un dirupo che apre lo sguardo su una gigantesca vallata circondata da bastioni rocciosi. Sembra di essere sul set di un film western. Continuando la breve salita si giunge in una terrazza naturale che in passato fu luogo di riunione delle tribù locali, come testimoniano i simboli incisi a piedi di una roccia che si erge come un pulpito e vibra ancora delle parole pronunciate dai capi-clan per determinare il destino dei propri popoli.

Proseguendo, giungiamo nella leggendaria Chinguetti, mitico avamposto delle carovane e settima città santa dell'Islam, oggi protetta dall’UNESCO quale tesoro dell’umanità. Dopo un pranzo ristoratore, ci inoltriamo in una delle 12 antiche biblioteche private (in passato erano molte di più) che costituiscono il vero tesoro della città, polverosi sacrari della conoscenza dove fragili manoscritti custodiscono la sapienza dei secoli. Il bibliotecario maneggia gli antichi tomi con guanti di cotone e ci mostra pagine, più o meno riccamente decorate, di testi sacri ma anche di trattati di grammatica e geometria. Poi ci inoltriamo nei vicoli di sabbia circondati da alte mura a secco della città vecchia, il cui edificio più significativo è l'iconico minareto.

 

Chinguetti è una città in declino, in cui la popolazione stanziale (oggi sui 4.000 abitanti) vede il deserto impossessarsi lentamente degli edifici e ormai rimane attraente solo per i turisti e i vacanzieri mauritani che nel periodo della raccolta dei datteri, in agosto, abbandonano le città in cui vivono per riassaporare qua i ritmi di vita di un passato che ancora aleggia sulla città.

 

Più tardi ci rechiamo presso il vicino villaggio che fu il primo nucleo abitato della zona, costruito nel 777. Nel 1260 sorse la Chinguetti che abbiamo visitato e nel 1917 la parte nuova della città, al di là di quello che sembra un enorme wadi. Quando l'ora è propizia, ci spostiamo sulle alte dune a ridooso della città e qui attendiamo la discesa del disco solare in compagnia, per la prima volta , di un nutrito numero di turisti.

GIORNO 5

La partenza da Chinguetti avviene un po' in ritardo perché qualcuno intravede un piccolo nugolo di "melhafas" azzurre: sono ragazze con la divisa scolastica e ci avviciniamo. In men che non si dica, siamo circondati dalle stesse e da altri ragazzini che chiedono di essere fotografati. Anche qua i social cominciano a diventare popolari: i ragazzini mi chiedono il numero di telefono perché vogliono che gli mandi le foto tramite WhatsApp, una ragazza addirittura mi strizza l'occhio mentre la fotografo, cose impensabili anche solo pochi anni fa e che danno la misura di quanto il mondo corra veloce pure nella Mauritania più profonda.

Dopo aver tributato un ultimo sguardo a Chinguetti, volgiamo il muso dei nostri fuoristrada ancor più verso il remoto Oriente del paese. Mentre tra Atar e Chinguetti c'è da sempre una larga pista (che ora stanno asfaltando), da Chinguetti a Ouadane ci sono solo traiettorie nel deserto. Procedere in questi spazi infiniti è un esercizio non meno affascinante di quello di ammirarne il mutevole paesaggio: tratti sabbiosi pianeggianti che si alternano a dune, saltuarie rocce, a tratti alberi e cespugli. Gli autisti sembrano divertirsi come bambini in un parco giochi, non a caso in mezzo a delle alte dune ci imbattiamo in alcuni turisti che scorrazzano su dei quad portati fin qua da appositi camion.

Più o meno a metà strada facciamo sosta a Tanouchert, dove dopo il canonico tè e la non meno scontata tentata vendita di souvenir, c'è tempo per gironzolare nel piccolo villaggio, che sorge in un punto in cui dune e palme si abbracciano come non capita così spesso. Riprendiamo il percorso e dopo qualche sosta per godere dei vari scorci di deserto che ci scorrono sotto gli occhi, intravvediamo Ouadane, altra città carovaniera e patrimonio dell'UNESCO.

A differenza di Chinguetti, Ouadane ha la parte vecchia della città completamente in rovina, benché emanante un certo fascino. Il sito più interessante è l'antica moschea, divisa in navate da begli archi ma senza tetto, un santuario del silenzio. Dalle rocce ogni tanto spuntano delle procavie delle rocce (che sembrano dei grossi roditori ma non lo sono) per poi rifugiarsi in tutta fretta negli anfratti. Ma la parte più divertente è la Città Nuova, dove la gente - benché numericamente pari alla popolazione di Chinguetti - si conferma più presente e vivace che nella più famosa "cugina". Nel tardo pomeriggio, quando le incombenze quotidiane lasciano il campo a momenti di socializzazione, la gente del posto si siede a bordo strada, spesso in piccoli gruppi, a guardare chi passa. Bambini in ogni dove e che spesso corrono dietro a un pallone, ragazze meno timide che altrove, perfino alcuni anziani - spesso i più ritrosi - che si lasciano fotografare di buon grado. Ouadane è una cittadine sorridente.

GIORNO 6

Ripartiamo da Ouadane per tornare ad Atar, lungo una pista che attraversa paesaggi meno spettacolari di quelli visti all'andata ma oggi di km da percorrere ce ne sono diversi e quindi va bene così. Arriviamo ad Atar verso le 11:00, troppo presto per fermarci a pranzo, ma il mercato è vivacissimo e, mentre ci facciamo preparare del cibo da asporto, mescolarsi insieme ai locali è uno spasso. Usciti dalla città,  dopo esserci ben inoltrati nel deserto, ci fermiamo in mezzo al nulla, su una stuoia all'ombra di un'acacia, a consumare il nostro pasto come fanno i nomadi. Il "ristorante" più bello dell'intero viaggio.

Il nostro cammino riprende fino al remoto villaggio di Choum dove ci fermiamo per fare rifornimento e veniamo assaliti da un nugolo di bambini curiosi. Lì incontriamo anche la ferrovia del famoso "treno del deserto", l'unica del paese. A pochi km da Choum c'è una galleria ferroviaria, senza binari. Negli anni '60, i Francesi, chiesero agli Spagnoli (che all'epoca controllavano il Sahara Occidentale) il permesso di passare nel loro territorio per appena 5 km, allo scopo di aggirare una piccola catena montuosa dall'altro lato. Gli Spagnoli chiesero in cambio condizioni ritenute inaccettabili ai Francesi che allora decisero di traforare la montagna per 2 km. Il tunnel venne realizzato e utilizzato fino al 1991, quando la Mauritania raggiunse un accordo con il Fronte Polisario che controllava quella parte di Sahara Occidentale e realizzò finalmente quei 5 km richiesti tempo prima. Il tunnel cadde in disuso e da allora viene considerato dai locali un "monumento alla stupidità europea in Africa".

Finita la visita torniamo a Choum e da quel momento in poi sarà solo deserto, prendendo come unico riferimento la ferrovia. Viaggiando in mezzo ai surreali paesaggi desertici, giungiamo ai piedi del remoto Ben Amera, un gigante di pietra che si erge, muto e imponente, quale maggiore monolite africano, secondo per grandezza al mondo solo a Uluru, in Australia. Visitiamo anche Ben Aisha, l'altro monolite più piccolo che, secondo la leggenda locale, era  la moglie del Ben Amera e ne ammiriamo le sculture moderne scolpite  direttamente sulle rocce ai suoi piedi. Rientriamo verso il Ben Amera per gustarci lo spettacolo della luce del sole che lo accarezza un'ultima volta prima di coricarsi e pernottiamo ai suoi piedi, in un campo tendato spettacolare non solo per l'ubicazione. La presenza del monolite, così prossima alle nostre tende, pervade l'intero accampamento e sembra quasi di addormentarsi sapendo di avere un gigante buono che prottegge il nostro sonno.

GIORNO 7

Dopo la notte ai piedi del monolite Ben Amera, visitiamo il villaggio nelle vicinanze che prende lo stesso nome. Un pugno di povere abitazioni, realizzate con quello che si riesce a trovare in questo angolo di mondo dimenticato da Dio e dagli uomini, soprattutto traversine ferroviarie di ferro. L'unico alito di vita lo porta il "treno del deserto", un serpente di acciaio dalle spire infinite che taglia la sabbia del deserto come una lama il burro. Infatti lo incrociamo poco più avanti. Scendiamo dai nostri mezzi per fotografarlo in azione, sta rientrando (vuoto) dalla costa verso la miniera di minerali ferrosi di Zouerat e riprenderlo da vicino (ma non troppo) significa sottoporsi a un bagno di sabbia e polvere.

 

Proseguiamo sempre seguendo i binari e giunti a Timichatt, dove dobbiamo consegnare i documenti che attestano il nostro passaggio alla gendarmerie locale, troviamo un altro lungo convoglio, stavolta fermo e coi tender carichi. Il treno di norma è lungo circa 2,5 km e le locomotive (spesso 3, stavolta solo 2) trascinano più di 200 vagoni del peso di circa 84 tonnellate l'uno. Usato da sempre dai locali per spostarsi, ultimamente salire sui suoi vagoni carichi è diventato di moda tra i turisti avventurosi ma dal 2024 è ufficialmente vietato agli occidentali salire sui vagoni del ferro, con multe anche ad eventuali guide che li accompagnino. Riesco perlomeno a salire su un vagone fermo, così per un attimo ho la stessa visuale che ho visto tante volte sul web.

Riprendiamo il cammino e facciamo sosta a Inal, un villaggio ancora più isolato di quelli visti in precedenza: ci sono alcune decine di edifici, la maggior parte dei quali sembra stare in piedi per miracolo. In uno di questi, sorprendentemente in condizioni decenti, facciamo la nostra pausa pranzo a base di panini e poi, mentre i driver si riposano in vista del resto del viaggio, usciamo in cerca di scorci interessanti. Pochissima gente, direi 3/4 persone in tutto, tra le quali un sorridente signore occhialuto che ci tiene a farci sapere di essere un Sahrawi, cioè uno degli abitanti originari del Sahara Occidentale, ancora sotto il controllo del Marocco nonostante gli inviti dell'ONU a risolvere la questione in maniera diplomatica il conflitto sopito benché ufficialmente ancora in corso. Del resto, il confine (la classica linea tirata col righello in un territorio desertico dagli Europei) passa a pochi km da qui, impossibile da scorgere e da monitorare.

Poi ancora tanti chilometri in mezzo al nulla, rallentati dalla gomma di uno dei nostri fuoristrada che ha bisogno di essere gonfiata di tanto in tanto. Nel pomeriggio giungiamo infine sulla strada (asfaltata) costiera che ci conduce a Nouadhibou, la seconda città per popolazione del paese, in grado di offrirci quei piccoli agi che ci fanno capire di esserci ormai lasciati alle spalle il deserto e la sua scomoda bellezza.

GIORNO 8

Rinfrancate le nostre stanche membra dal rientro in un contesto più civilizzato quale è la città di Nouadhibou, visitiamo lo scenografico promontorio di Cap Blanc, una lingua di terra contesa tra le fresche brezze dell'Oceano Atlantico e le sabbie del Sahara Occidentale. Dopo una visita al piccolo visitor center dedicato alla foca monaca, ammiriamo il maestoso paesaggio in cui le acque dell'oceano, solcate da qualche vascello, sono piuttosto mosse. Poi scendiamo nella grande spiaggia che sorge ai piedi della frastagliata e fragile falesia, che accoglie centinaia di uccelli. Sono per lo più  gabbiani, di due specie diverse, una col becco rosso e l'altra con le ali parzialmente nere, che si sollevano in volo disturbate dalle corse della nostra guida ma che poi tornano a posarsi sulla rena ognuna solo tra uccelli della stessa specie, un po' come succede nella società mauritana, nettamente suddivisa per classi. Gettiamo un'ultima occhiata dalla cima del faro.

 

La successiva visita avrebbe dovuto essere a quel che una volta era  più grande cimitero di navi abbandonate del mondo. Ma pochi anni fa i Cinesi hanno comprato tutte le navi per recuperarne il ferro e quest'anno non ce ne sono, nonostante l'anno scorso qualcuna ce fosse ancora. Dopo pranzo tentiamo di visitare il porto, famoso per l'enorme numero di barche ma anche per non accettare visitatori al suo interno. Facciamo ugualmente un tentativo e mentre attendiamo che la guida ci porti il responso, riusciamo comunque, grazie alla collaborazione di un nostro driver che si fa forza del suo aspetto chiaramente "arabo" nei confronti dei lavoratori che sono tutti immancabilmente neri, riusciamo a strappare qualche risicato consenso prima che la guida torni con un verdetto negativo. Non ci rimane che andare nella zona del mercato tradizionale, dove imvece l'accoglienza è decisamente più benevola.

Ci rechiamo poi alla "stazione ferroviaria", in realtà il luogo in cui chi vuole salire sul treno del deserto vi può salire. Vi troviamo una piccola folla, tre mauritani e tre ragazzi occidentali, di origine bulgara. Sono lì per salire sul treno per girare un video da dare in pasto ai loro 50K follower (e poi rientrare, ignorando tutte le altre meraviglie che offre il paese): sono influencer e YouTuber che si guadagnano da vivere così. Purtroppo per noi, ma soprattutto per loro, non sono previsti treni fino all'indomani e gli va grassa che la nostra guida si offra di dargli un passaggio. Mentre li riportiamo in città sul cassone di uno dei nostri pick up, li vediamo sbracciarsi per girare i loro video. Ragazzi simpatici, per carità, ma anche l'esempio di come molti giovani viaggiatori cerchino le situazioni ad effetto ma spesso non vadano oltre. Chiudiamo la giornata presso una piccola balconata che da sull'oceano: sugli scogli sottostanti ci sono alcuni pescatori con la canna mentre noi ci facciamo coinvolgere da un'improvvisato tiro a segno con fucile ad aria compressa.

GIORNO 9

Abbandoniamo Nouadhibou per dedicare l'intera giornata al Parco Nazionale di Banc d'Arguin, sito UNESCO in quanto luogo privilegiato di migrazione invernale per la foca monaca e molti uccelli marini. Gli unici autorizzati a pescare (e abitare) all'interno del parco sono i circa 1.000 Imraguen, un'etnia considerata inferiore dalla classe dominante araba, che abitano su queste coste da tempo immemore e usano metodi di pesca tradizionali e sostenibili. La prima sosta la facciamo nei pressi del promontorio di Arkeiss, contornato da una spiaggia enorme ma quasi deserta, se si eccettuano alcuni docili cani che ci seguono nella speranza di rimediare un boccone. Per pranzo ci spetta un'orata a testa, e mentre i driver riposano facciamo una passeggiata nell'altrettanto grande spiaggia sull'altro lato del promontorio, attraversando un piccolo villaggio pressoché deserto.

Ripartiti, giungiamo in un punto di arrivo delle barche dei pescatori ma che è poco abitato. Giriamo tra le "case", poco più che rifugi che sembrano stare in piedi per miracolo, incontrando qualche abitante e decine di gigantesche conchiglie, probabili scarti di una qualche retata di pesca.

Il villaggio successivo è quello Iwik, il più popoloso dei nove insediamenti Imraguen. Ci sono giovani e adulti in giro, poi scopriamo il luogo dove sono radunati tutti i più piccoli: è una scuola coranica dove i bambini scrivono i versetti in arabo sulle classiche tavolete di legno che poi il maestro fa recitare ad alta voce. Alcuni si distraggono nel vederci ma il maestro continua imperterrito la lezione. I più timidi si nascondono dietro la tavoletta, altri chiedono esplicitamente di essere fotografati e nel rivedersi nei display delle macchine fotografiche gli si illuminano gli occhi. Poi alcuni adulti, che dapprima non volevano essere fotografati, si lasciano avvicinare e scambiamo qualche battuta spiritosa. Finisce con il più espansivo che ci invita per un tè a casa sua, al quale dopo un po' si aggiunge anche il capo villaggio. Gente simpatica questi Imraguen. Fino a qualche tempo fa pescavano solo cefali, anche grazie a una tecnica di pesca che li vedeva andare in mare a piedi e collaborare coi delfini, ai quali lasciavano in cambio una parte del pescato. Oggi pescano su barche ma con metodi poco invasivi, anche su specifica richiesta dell'ente che gestisce il parco nazionale. Passiamo la notte presso dei bungalow a poche centinaia di metri dal villaggio.

GIORNO 10

L'ultima giornata in terra mauritana comincia con una partenza di buon'ora e la prima pausa nel nuovo villaggio di Chami, già piuttosto popoloso se si pensa che è sorto solo nel 2013 dopo la scoperta dell'oro nei suoi dintorni. Poi visitiamo un altro villaggio di pescatori, Leimhaisrat, ma non sono Imraguen, sono tutti neri, per la maggior parte immigrati dal Senegal e dal Mali. Il villaggio sembra una discarica a cielo aperto, con plastica dappertutto e pesce putrefatto che attira nugoli di mosche verdi. È difficile pensare che ci sia qualcuno che abbandona il proprio luogo natìo per vivere qui.

Torniamo a Nouakchott in tempo per il pranzo, in un locale di una qualità che da un po' non frequentavamo, dove assaggio il "mechoul" di cammello: buono, lo definirei una via di mezzo tra pecora e manzo. Ultima tappa fotografica presso l'ormai rinomato mercato ittico che sorge sulla riva dell'Ocean Atlantico dove, in antitesi ai costumi del resto del mondo, la massima attività ferve nel pomeriggio invece che al mattino, quando le variopinte imbarcazioni dei pescatori fanno ritorno, sfidando le onde oceaniche. Oggi il mare è abbastanza mosso e molte barche sono ancorate in rada, solo poche rientrano in questo momento, alcune addirittura salpano ora. La spiaggia rimane comunque un proscenio dove succede sempre qualcosa di interessante, anche se bisogna sapersi districare tra chi non vuole farsi riprendere (molti sono immigrati dai paesi africani confinanti) e chi invece accetta senza problemi.

È ora di tornare in albergo per l'ultima doccia prima del volo di rientro, c'è giusto il tempo per gli ultimi acquisti di souvenir presso la Zeinart Gallery, il negozio di artigianato di qualità (e quindi anche più costoso), gestito da un'eclettica signora portoghese. È l'addio a questo paese ricco di problemi e contraddizioni ma anche incredibilmente affascinante, un paese di cui spero di avervi fatto innamorare, come io sono già da un po'.

Tour accompagnato per conto di Namaa Travel Photography.

Copyright Roberto Cornacchia 2007-2026

bottom of page