FOTORACCONTO MAURITANIA GENNAIO 2026
(per vedere le didascalie, clicca sulle immagini delle slideshow)
GIORNO 1
Torno in Cina dopo qualche anno (la prima volta post-pandemia) e sono veramente curioso di vedere cosa sia cambiato dalla mia ultima visita. Risposta breve: tutto. O quasi. E lo capisci già dall'aeroporto, dove il concetto di sicurezza viene preso con uno zelo spropositato. Una nostra compagna di viaggio si è ritrovata a svuotare l'intera valigia perché avevano rilevato due accendini nel bagaglio da stiva, non in quello a mano, cosa che di norma non crea problemi in altri paesi. Qui invece sì, costringendoci ad approfondite perquisizioni che manco a un talebano col giubbotto imbottito di esplosivo. Il colpo di scena arriva al controllo successivo, quando ne spunta fuori un terzo dal borsello, e un addetto — determinatissimo, bisogna riconoscerlo — ci insegue letteralmente per tutto l'aeroporto finché non ci riacciuffa. Missione compiuta. E comunque non pensiate che basti passare una volta sola sotto gli scanner: le valigie vengono radiografate più volte, e se gli addetti trovano qualcosa di sospetto ci mettono le mani dentro senza troppi preamboli. Bruschi? Un pochino. Efficienti? Assolutamente sì.
La scena forse più illuminante del viaggio però avviene sull'autobus. Un mio compagno di viaggio si alza in piedi per fare una fotografia e la guida lo invita subito a sedersi con una certa urgenza: meglio di no, dice, alla polizia non piace questo tipo di comportamento. Il nostro compagno si guarda intorno perplesso — di poliziotti non ce n'è l'ombra, nessun ufficio, nessuna pattuglia — e chiede: ma la polizia dove? La guida indica tranquillamente una telecamera sul soffitto del nostro mezzo e spiega che quella telecamera, dotata di intelligenza artificiale, registra tutto — immagini e audio — e lo trasmette in tempo reale al locale comando di polizia. E non vale solo per il nostro pullmino: taxi, mezzi pubblici, ogni veicolo è equipaggiato allo stesso modo. Sempre.
Siamo a Kunming, più di sei milioni e mezzo di abitanti ufficiali, ma probabilmente già oltre gli otto se si considerano le stime reali. Una metropoli enorme, verrebbe da pensare. Peccato che in Cina non rientri nemmeno tra le venti città più popolose — il che dà un'idea abbastanza chiara di che paese sia questo - e viene considerata una delle città più vivibili della Cina. Le strade sono ordinate, le corsie per le motociclette perfettamente tracciate, e ovunque — ma proprio ovunque — telecamere a decine se non a centinaia. L'impressione è di essere costantemente osservati. A completare il quadro, dimenticatevi Google, Facebook, Instagram e WhatsApp. Qui non funzionano (ho dovuto procurarmi una e-sim per aggirare i limiti), bloccati dal cosiddetto Great Firewall — il monumentale sistema di censura digitale con cui la Cina filtra e controlla tutto ciò che entra e che esce dalla rete. Pardon, volevo dire "protegge". Bisogna quindi adattarsi all'ecosistema digitale locale: WeChat, Alipay per i pagamenti, e via dicendo — tutte app rigorosamente approvate (e controllate) dallo stato. La sensazione che mi assale è quella di un Grande Fratello o, per chi preferisce i riferimenti cinematografici, di qualcosa che ricorda da vicino Minority Report.
Tutta questa sorveglianza a me sembra una bella fetta di privacy buttata allegramente dalla finestra, ma la nostra guida la vede in modo diverso: parla di sicurezza, di tranquillità, del fatto che donne e bambini possono girare liberamente senza preoccuparsi di nulla. Per loro il sistema è una garanzia, non una minaccia. Due visioni del mondo diametralmente opposte, anche per questo viaggiare in. Cina è sempre un'esperienza particolare.
Poi esco a piedi per la città e altri contrasti mi spiazzano. Gruppi di anziani sono assorti negli scacchi cinesi, le pedine scivolano sul tavoliere tra discussioni animate e quella che potrebbe essere una sonora bestemmia. Poco più in là, bambini chiassosi si sfidano con i pogo, quei bastoni a molla per saltellare che da noi ormai appartengono alla preistoria. A bordo strada, anzi, direttamente sulla strada, un venditore di spiedini ha trasformato la sua vecchia motocicletta arrugginita in un vero e proprio stand gastronomico: il fumo grasso e profumato si alza verso il cielo e si mescola all'aria che, nonostante il traffico, non pare per niente inquinata, vista la maggioranza di mezzi elettrici. E proprio lì accanto, quasi a farsene beffe, un food truck laccato e scintillante serve hamburger gourmet di manzo wagyu a giovani instagrammer locali, smartphone in mano e improbabili capigliature ossigenate. Oriente e Occidente, corsa verso la modernità e tradizioni resistenti. Tutto nel giro di poche centinaia di metri. Benvenuti nella Cina odierna.
GIORNO 2
Prima tappa odierna presso Shilin, la Foresta di Pietra. La natura ci ha messo circa 270 milioni di anni per costruire questo posto: strati su strati di sedimenti calcarei depositati in un mare poco profondo, poi sollevati dalla collisione tra placche tettoniche e infine scolpiti per millenni da pioggia, vento e acqua fino a tirare fuori qualcosa di fiabesco. Il risultato sono pinnacoli di calcare grigio-nero che si innalzalzano fino a trenta metri di altezza, affilati come lame e ammassati come pendolari sulla metropolitana nell'ora di punta. Il tutto su un altopiano tra i 1.600 e i 1.900 metri di quota, dettaglio che regala refrigerio quando si salgono le scalette sotto il sole.
Il popolo Sani, un sottogruppo dell'etnia Yi, vive in quest'area da oltre duemila anni e per loro Shilin non è solo una curiosità geologica ma un luogo dell'anima. Nelle pareti di alcune rocce ci sono pitture rupestri vecchie di secoli e l'intera foresta è avvolta dalla leggenda di Ashima, una bella ragazza bella che, secondo la tradizione, fuggì nella foresta e fu tramutata in pietra dopo che le fu impedito di sposare l'uomo che amava. Figurati se i Cinesi non andavano a inventarsi sempre qualche leggenda....
Inevitabilmente, vista la bella giornata, la ressa di chiassosi turisti locali è da bollino nero. Però basta imboccare uno dei sentieri laterali, magari con qualche scalinata, e la situazione cambia completamente. I gruppi di Cinesi in vacanza, evidentemente, hanno un rapporto complicato con i dislivelli, e così ci siamo ritrovati ad attraversare angoli quasi deserti, con quei pinnacoli grigi che si alzavano silenziosi tutt'intorno e nessuno a rovinare la scena. Uno di quei momenti in cui ci si sente vagamente furbi e in cui finalmente si riesce a fotografare qualcosa senza il genio di turno che ti passa davanti assolutamente incurante del tuo pur palese tentativo di scattare una foto.
Nel pomeriggio ci siamo spostati verso Luoping e qui il cielo ha deciso di tenerci un broncio nuvoloso, come del resto è suo pieno diritto in questa stagione (peraltro l'unica per godere dello spettacolo che offre). I campi di colza in fiore, quindi, non erano il tappeto giallo sfolgorante da copertina del National Geographic, bensì qualcosa di più discreto, come una donna stupenda che si lascia intravvedere solo dietro a una veletta. Ma la struttura del paesaggio era tale che anche in questa versione è riuscita ad ammaliarci: terrazzamenti che scendono a gradoni lungo i pendii come piccoli anfiteatri naturali, vallate punteggiate di alberi e piccoli villaggi incastonati come in presepe king size. Luoping ha il suo perché anche senza i filtri del bel tempo, domani - Giove Pluvio permettendo - con un po' di sole potrebbe addirittura diventare da urlo.
GIORNO 3
Quando mettiamo piede fuori dall'albergo spioviggina, quel tipo di pioggia indecisa che non è abbastanza seria da giustificare un cambio di programma ma abbastanza fastidiosa da rendere tutto leggermente scomodo. Per fortuna arrivati a destinazione aveva già smesso, e ci siamo infilati tra i campi di colza con la macchina fotografica in mano tra fiori che a volte ti sovrastano in altezza. Poi giungiamo alla collina più alta della zona, 150 metri di scale di legno, costellate di view point da cui si godono paesaggi che tolgono il fiato. O forse è più la salita? Dall'alto il paesaggio ha cambiato completamente scala. I campi si distendono a perdita d'occhio, e tutt'intorno le colline carsiche si alzano appuntite, una dopo l'altra, ciascuna leggermente più lontana e leggermente più sbiadita della precedente, in quella successione di piani che ricorda i classici dipinti montuosi cinesi del passato. L'unica variante è che il verde ha preso il sopravvento sul giallo: un inverno insolitamente mite cha fatto fiorire la colza con quasi una settimana di anticipo, e la classica immagine da cartolina di Luoping — quella distesa d'oro che cercavo e che nemmeno nel mio viaggio precedente avevo visto — ha preso ancora una volta sembianze inaspettate. Ottima scusa per riprovarci quanto prima.
La visita seguente è presso le cascate di Jiulong, una successione di 9 cascate nel giro di 4 km. Il nome della cascata si traduce in "Nove Dragoni", a cui ovviamente è legata l'ennesima leggenda. Il parco ospita giganteschi bambù, un piccolo zoo e un "giardino musicale" con buffi altoparlanti di finta roccia che diffondono musica popolare cinese. Più avanti c'è l'inevitabile stand dove le locali si agghindano con costumi etnici per farsi fotografare. Tutto un po' pacchiano ma anche profondamente cinese. Meno male che le cascate sono belle, soprattutto la più alta (56 metri altezza e 100 di larghezza) sotto la quale una parte del gruppo va a farsi un'inevitabile doccia a bordo di una zattera di bambù, dalla quale rientra col sorriso dei bambini contenti di aver combinato una marachella.
Dopo pranzo visitiamo il Duoyi River Scenic Area, un posto che sembra esistere a un ritmo completamente diverso. Il fiume scorre lento e cristallino (famoso per la trasparenza delle sue acque color smeraldo) per dodici chilometri tra alberi antichi che si piegano sull'acqua e con decine di piccole cascate disseminate lungo il percorso, quasi come se il fiume non avesse fretta di compiere il suo percorso. Lungo la stretta strada che lo fiancheggia, scorre la vita agricola dei Bouyei: una donna in abito tradizionale raccoglie foglie di felci dalla riva, due uomini seminudi trascinano una rete da pesca in mezzo al fiume, più avanti delle donne, anch'esse in acqua, setacciano con attenzione le basse acque e ogni tanto raccolgono qualcosa, non ho capito cosa. Sulla strada, a fianco di un vecchio ma funzionante sistema di mulini d'acqua, passano personaggi locali come un uomo che conduce un asino carico di fogliame e un simpatico pescatore che ci mostra il frutto della sua giornata, nella speranza che compriamo qualcosa.
Chiudiamo con la visita a un vicino villaggio Bouyei, dove ci imbattiamo in una decina di donne, vestite in abito tradizionale come per un evento, su un ponticello che vogliono farsi fotografare in nostra compagnia. Ma nel villaggio la modernità sembra ormai aver preso il sopravvento sull'architettura tradizionale: gli edifici ormai sono tutti in muratura, ad eccezione di quelli prospicenti alla piazza principale, che paiono uffici. Fa eccezione una vecchia casa di legno, in cui due donne locali adulte che indossano il vistoso copricapo simile a un turbante (la guida ci confida che ormai le giovani non vestono più così) e che si lasciano fotografare all'opera su un vecchio telaio. Torniamo in albergo dopo una lunga ma interessante giornata.
GIORNO 4
Partenza da Luoping per un lungo trasferimento verso sud, interrotto dopo un paio d'ore dalla visita al delizioso villaggio storico di Chengzi, fondato dagli Yi almeno 600 anni fa e in seguito abitato anche dagli Han, una situazione poco comune. Qui le case sono addossate a una ripida collina e costruite letteralmente le une sopra le altre, con i tetti delle abitazioni che diventano i cortili (utili per essiccare i raccolti) delle case soprastanti. Case costruite con fango, mattoni, pietre e legno, magnificamente invecchiate dal tempo. Ma il villaggio non è solo un piccolo gioiello architettonico, è anche vivo e vissuto dai suoi abitanti, che passano indaffarati per le sue sconnesse stradine o indugiano nei cortili disordinati e pieni di attrezzi agricoli: un muratore ha appena scaricato del cemento e monta sul suo trabiccolo a 3 ruote: una donnina porta a casa una catasta di legna; un pastore apre una porta dalla quale escono di corsa una dozzina di caprette.
È stato in uno di questi cortili che abbiamo incontrato la protagonista più simpatica della giornata: una vecchietta che ci fatto accomodare nel suo piccolo - ma a suo modo spettacolare - anfratto, stracolmo di tegami, vasi di fiori, carrube e pezzi di lardo attaccati alle pareti (sic!). Ci ha portato degli sgabelli poi ha cominciato a parlare. Animatamente, con gran varietà di toni e gesti, per un quarto d'ora buono. Noi annuivamo, sorridevamo, ogni tanto emettevamo dei suoni vagamente concordanti. Lei sembrava soddisfatta. Cosa ci ha raccontato? Non ne abbiamo la più pallida idea. Ma è stata ugualmente una bellissima conversazione.
Poi ripresa la strada un po' in ritardo sulla tabella di marcia perché Chengzi ci ha ammaliato e trattenuto più del previsto, facciamo tappa in un ristorante, dove ormai ci troviamo a nostro completo agio nell'affrontare i piatti locali che nemmeno proviamo più a ordinare (anche perché spesso sarebbe impresa impossibile con menù scritti solo con gli ideogrammi) affidandoci alla nostra guida a cui abbiamo dato solo delle direttive di massima. Ma immancabilmente il cibo che ci portano è buono, è abbondante e costa due soldi. Peraltro piuttosto diverso da quello che siamo abituati a vedere nei ristoranti cinesi dalle nostre parti, che di solito propongono piatti della cucina cantonese niente involtini primavera, niente pollo alle mandorle o nuvole di drago, meno contrasti in agrodolce, tanta cipolla, molta frittura, tofu in diverse maniere e ogni tanto qualche sorpresa, come grilli e larve fritte. Tutto sempre piuttosto buono, e lo dice uno che quando viaggia l'unica cosa di cui ha nostalgia è la cucina italiana.
Poi comincia il lungo trasferimento verso sud, interrotto da una gradevole sosta presso un mercato di frutta sul bordo della strada,. Abbiamo comprato qualcosa, ma soprattutto abbiamo assaggiato un po' di tutto, soprattutto frutti raramente (o mai) visti dalle nostre parti. Decisamente la Cina merita di essere visitata anche solo per quello che offre al palato.
Nel tardo pomeriggio siamo arrivati a Jingkou, dove c'è la biglietteria e uno dei terrazzamenti più fotografati della zona, cosa che si capisce dalle chilometriche balaustre panoramiche. La luce giusta, però, qui arriva all'alba e la sosta è stata solo un antipasto che ci serve a capire cosa ci aspetta. Domani mattina, presto — molto presto — si parte per riempirci gli occhi (e gli obiettivi) di stupore.
GIORNO 5
Partenza alle sei del mattino, la meta sono le rinomate risaie terrazzate di Duoyishu, per quello che sulla carta doveva essere una di quelle albe spettacolari che giustificano il fatto di rinunciare al sonno. Partiamo avvolti nella nebbia e arriviamo a destinazione sapendo che avremmo trovato orde di locali con lo stesso proposito: cavalletti ovunque, turisti già appostati come cecchini fotografici. Giungiamo però sufficientemente in tempo per conquistare un posto nella prima balaustra, quella con la vista migliore, e da lì aspettiamo.
Aspettiamo.
Continuiamo ad aspettare.
La nebbia non ha nessuna intenzione di spostarsi. I turisti cinesi cominciano a smontare i cavalletti uno a uno e a sparire nel nulla come fantasmi consapevoli della sconfitta. Noi no. Noi restiamo lì, testardi come muli fotografici, fino alle nove, l'orario entro cui, ci hanno assicurato, nella maggior parte dei casi la nebbia si dissolve. Oggi evidentemente non è la maggior parte dei casi.
Piano B, quindi. Si va al mercato di Shengcun, che era stato inserito nel programma proprio per situazioni del genere. E invece si rivela essere il vero clou della giornata. Centinaia di bancarelle, migliaia di persone, un caos meraviglioso e profumato di frutta, spezie, animali vivi e tessuti colorati. Tra la folla spiccano i costumi tradizionali delle minoranze Hani e Yi, che a queste latitudini sono indossati quotidianamente. Contrattano, discutono, ridono, trasportano gerle o sacchi enormi con un'eleganza inspiegabile. Fotografarli non è sempre semplice: qualcuno scuote la testa, ma con un po' di pazienza, un sorriso e un'insistenza gentile, spesso si riesce comunque a ottenere quello che si cerca. E poi, a un certo punto, nel mezzo del mercato compare un treruote. Dietro, giovani che urlano e festeggiano. Ci spiegano che è un addio al nubilato, e prima ancora di capire bene cosa stia succedendo, alcuni di noi si ritrovano coinvolti nei festeggiamenti, trascinati dentro da quella generosità un po' caotica che hanno le celebrazioni di strada.
Da Shengcun ci spostiamo verso Azheke, uno dei pochi posti rimasti dove resiste l'architettura tradizionale Hani, fatta di case con spessi tetti di paglia che le fanno sembrare dei funghi giganti, qui non ancora rimpiazzate dal cemento anonimo che ha divorato buona parte della regione. E si sente, camminandoci dentro, la differenza tra un posto che è ancora vivo e uno che è stato conservato per fini museali. Azheke è disordinato nel modo giusto: panni stesi tra una casa-fungo e l'altra, odori di cucina che escono dalle piccole finestre, bambini che giocano e donne e uomini che vanno o fanno ritorno dal lavoro nei campi. Dopo pranzo ci aggiriamo per le stradine del villaggio e nella piazza principale troviamo un gruppo di ragazze che si stanno esercitando in una danza tradizionale, non un'esibizione per i turisti. Azheke si affaccia direttamente su risaie terrazzate, quelle per cui tutta questa zona è famosa nel mondo. Il problema è che la nebbia, la stessa di stamattina, ha deciso di non andarsene neanche qui. Ogni tanto si solleva un poco e lascia intravedere qualche terrazza, un bordo lucido d'acqua, la geometria irregolare e ipnotica di quei gradoni che scendono lungo il versante, e poi ridiscende, come per farsi beffe di noi. Ci proviamo in tutti i modi: giriamo tutto il villaggio tenendo sempre un occhio puntato verso le risaie, poi usciamo fuori dall'abitato cercando punti di vista migliori, saliamo, scendiamo, aspettiamo fermi qualche minuto sperando in uno squarcio.
La nebbia sale. La nebbia scende. Si ritira di qualche metro e poi ci ripensa. Ogni volta che sembra sul punto di concedere qualcosa, si ricompatta e copre tutto con quella soddisfazione silenziosa di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico. Torniamo a mani abbastanza vuote sul fronte fotografico delle terrazze, ma con la sensazione di aver visto un posto che vale la pena di ricordare anche senza lo scatto perfetto.
Il pomeriggio si chiude al belvedere di Bada, e qui finalmente la nebbia decide di fare un piccolo gesto di buona volontà. Si alza abbastanza da rivelare lo scenario nella sua interezza e quello che si vede sono risaie terrazzate che si dispiegano davanti agli occhi in tutta la loro assurda grandiosità, gradino dopo gradino, un'opera collettiva costruita a mano nel corso di secoli dal popolo Hani che da quassù sembra quasi impossibile da credere. Però la nebbia non si è levata del tutto, rimane sospesa quel tanto che basta per coprire il cielo e impedire al sole di fare quella cosa meravigliosa per cui queste risaie sono famose: specchiarsi nell'acqua dei terrazzamenti e trasformare tutto in un mosaico di riflessi dorati quasi irreale, che sembra opera di un'ardita e immaginifica post-produzione fotografica e invece è semplicemente il tramonto che fa il suo lavoro su distese d'acqua ferma.
Domattina avremo l'ultima possibilità, il cielo di stanotte, con qualche stella, ci lascia ancora qualche barlume di speranza.
GIORNO 6
Chi la dura la vince. Stamattina strapparsi dalle coperte all'alba è più duro del solito, anche per il timore di una nuova bruciante delusione. Ma oggi l'universo decide di saldare il debito che aveva con noi.
Già all'arrivo, nonostante il buio, si intravvede che la vallata è sgombra e con lo scorrere del tempo e l'aumentare della visibilità, ai nostri occhi fin da subito si presenta lo straordinario spettacolo che avevamo vanamente inseguito per tutta la giornata precedente. La nebbia, come se sapesse di doversi far perdonare, oggi svolge magistralmente il suo compito di quinta teatrale, lasciando il proscenio alle linee astratte dei terrazzamenti, ai profili verticali dei boschetti e alle forme geometriche delle case dei villaggi a ridosso delle risaie. Solamente il disco solare fatto una breve capatina tra le nuvole ma comunque fa egregiamente la sua parte, donando alla causa i raggi che hanno generato riflessi dorati nelle terrazze. Poi, non appena decidiamo di voltare le spalle a questa meraviglia e andarcene, la nebbia risale velocemente e compatta, quasi a farci capire che questa volta ci ha trattato con i guanti ma comunque è sempre lei a dirigere lo show e noi siamo solo spettatori.
Torniamo in albergo per colazione e poi siamo di nuovo in mezzo alle risaie, stavolta al seguito di alcuni agricoltori che lavorano un piccolo terrazzamento, con tanto di bufalo che traina un aratro guidato da un anziano contadino scalzo e a mollo nella risaia fino al ginocchio e altri braccianti che riparano e accudiscono l'appezzamento, un esempio del certosino e continuo lavoro di manutenzione che hanno reso le risaie di questa zona così ingegnose e al contempo mirabili da farla considerare un patrimonio dell'umanità.
Abbandoniamo la zona di Yuanyang e cominciamo il rientro verso nord, facendo tappa a Jianshui, città storica Han dal ricco passato. Prima visita al celebrato giardino della famiglia Zhu, meravigliosa residenza storica familiare di una facoltosa e influente famiglia del XIX secolo, che si sviluppa in piano, con oltre 200 stanze e 42 giardini. All'epoca era una piccola città nella città, con scuole private e servizi ma anche un paradiso privato, con laghetti, giardini e angoli idilliaci in cui raccogliere i propri pensieri. Ora invece è sovraffollato di turisti, e fin qui niente di strano, ma anche di giovani bellezze locali che lo eleggono a proprio studio fotografico: noleggiano un abito in stile imperiale antico (questi negozi sono diffusissimi), si truccano adeguatamente (anche questo servizio viene fornito dagli stessi negozi) e poi cercano un angolo caratteristico dove farsi i selfie. Le più organizzate portano con sé un pannello riflettente, un'altra addirittura ha ingaggiato un fotografo professionista con tanto di luci da studio, al quale ne approfittiamo per aggiungerci impunemente. Al contrario, delle foto altrui i Cinesi se ne infischiano allegramente, non solo passandoti davanti mentre fotografi, ma proprio piazzandovisi. Non nego di averne spintonati via un paio, l'unico sistema che capiscono. Fotografare in un posto turistico in Cina presenta pochi rischi ma le stesse difficoltà di uno sport estremo, meriterebbe di essere inserito tra le discipline olimpiche. La successiva tappa è al tempio di Confucio, il secondo più grande del paese, uno dei rari luoghi che non pullula di gente e dove si assapora un po' di pace. Poi, per recarci al Chaoyang Gate, di nuovo un bagno di folla nell'affollatissima strada pedonale Lin'an Road, piena di negozi ricavati nel pianoterra di bellissimi edifici antichi, quasi sempre disabitati ai piani superiori, ma anche di piccoli venditori che, seduti a bordo strada, espongono speranzosi la loro unica merce in micro-bancarelle a fianco di lussuosi negozi di noti brand. Giunti alla grandiosa torre, è impossibile trattenere un sorriso di fronte all'ennesima versione trash del narcisismo locale: un uomo col risciò trasporta donzelle (non più tanto giovani) nella piazzetta antistante, girando in tondo con una buffa andatura saltellante, mentre la passeggera, ripresa live da ben 3 smartphone, dispensa saluti e sorrisi agli astanti manco fosse Woytila sulla Papamobile.
Per cena, in un bel ristorante individuato, visto che regolarmente non riusciamo a finire tutto quello che ci portano, faccio ridurre le portate da 10 a 6 (il gruppo è da 10), senza rinunciare consuete birre e "grappa" cinese, ormai irrinunciabile vizio instillatoci da Stefano. Ciò nonostante ci tocca impegnarci per non lasciare troppa roba nei piatti. Il tutto all'astronomica cifra di circa 4,50 euro a testa.
Ultima nota da dedicare all'albergo, argomento che raramente tocco nei miei resoconti, forse il più bello in cui abbia mai trascorso una notte. Non solo dotato di ampi spazi e tutti i comfort moderni, ma anche magnificamente realizzato nello stile delle antiche abitazioni signorili cinesi, costruito quasi interamente al piano terra, con decine di cortili e ambienti diversi, perfino una vasta piscina abitata da grosse carpe. Sicuramente una splendida abitazione d'epoca recuperata con grande cura. Per una notte ho provato l'ebrezza di vivere come il fortunato rampollo di una ricca famiglia di mandarini e commercianti nella Cina imperiale della dinastia Qing.
GIORNO 7
Prima visita di giornata al Datangjing, un antico pozzo ancora in uso a Jianshui, per lungo tempo una delle sorgenti d'acqua dolce più importanti della città. Jianshui, infatti, sorge in una zona dove l'acqua potabile era storicamente un bene prezioso (tutt'ora in tutta la Cina l'acqua dei rubinetti è solitamente non potabile) questo pozzo è da secoli il cuore pulsante dell'approvvigionamento idrico locale. La gente ci veniva (e in parte ci viene ancora) a riempire i secchi di colore rosso messi a disposizione per poi travasarne il contenuto nelle proprie taniche.
Lì vicino c'è una fabbrica di tofu dove il latte di soia viene dapprima lavorato e poi consegnato a delle donne che, facendo uso di una piccola garza, realizzano - con movimenti rapidissimi - piccoli "mattoncini" di tofu che poi verranno pressati per farne uscire tutto il siero. Nello stesso locale assaggiamo il latte di soia da cui trae origine il tofu. A pochi metri sorge il laboratorio di un ceramista, le cui produzioni riscuotono successo presso i componenti del nostro gruppo.
La tappa successiva è presso il ponte di Shuanglong, un ponte costruito el 1839, dotato di 17 archi e sovrastato da 3 padiglioni, che si specchia nell'acqua con una grazia innata, che sembra fare a cazzotti con la sguaiataggine dei tanti turisti cinesi, attirati dalla Festa della Donna che anche in Cina si tiene l'8 marzo. Il risultato? Centinaia di visitatori e decine di gruppi di donne in abito tradizionale, chiassose e sorridenti, alcune dei quali si sono anche prodotte in brevi danze direttamente sul ponte.
Nel pomeriggio siamo a Tuanshan, antico villaggio Han rimasto quasi intatto nel tempo. Fondato intorno al XVII secolo da famiglie di mercanti e funzionari, Tuanshan è un concentrato di architettura residenziale tradizionale Han: cortili interni, simmetrie rigorose, e soprattutto intagli, ovunque. Porte, finestre, travi, pareti: tutto finemente lavorato con una pazienza e una perizia che manderebbero in sollucchero un amante del legno lavorato. Non a caso, il villaggio è stato inserito tra i borghi storici protetti della Cina. Ma la cosa che più mi ha colpito è stata quella di vedere questi capolavori assoluti, spesso abitati da vecchi contadini, trattati dai loro proprietari come il più banale dei ripostigli: sacchi di granaglie, utensili agricoli arrugginiti, pezzi di legno e qualsiasi altra cianfrusaglia buttata dove capita o lasciata dove è stata usata l'ultima volta, appoggiata a finestre finemente intagliate o portali di legno che hanno qualche secolo di vita.
Poi qualche centinaio di chilometri di strada e si rientra a Kunming.
GIORNO 8
Stamattina trasferimento in treno da Kunming a Dali con un treno che, anche se non tocca le mirabolanti velocità delle monorotaie a levitazione magnetica cinesi (430 km/h), viaggia poco sotto i 200 km/h.
Il sistema ferroviario cinese è il più esteso e avanzato al mondo: una rete di 165.000 km, oltre 50.000 km di linee ad alta velocità (più dei 2/3 del totale mondiale), il 97% delle grandi città collegate per un totale di 4,5 miliardi e mezzo di viaggiatori all'anno. Infatti, la stazione ferroviaria sembra più uno dei nostri aeroporti, non solo per le dimensioni davvero fuori scala: controlli di sicurezza dei bagagli all'ingresso, accesso consentito ai soli passeggeri, gate con un boarding time perfettamente scandito e, per noi viaggiatori stranieri, nessun biglietto fisico, nemmeno elettronico, basta scansionare il passaporto e si accede al proprio treno. Un'altra dimostrazione di modernità ed efficienza di questo gigantesco paese.
Giunti a Dali dopo circa 1:50, veniamo accolti da una nuova guida, dalla buona padronanza della lingua di Albione. Saliamo su un pullmino per recarci alla nostra nuova destinazione, il villaggio di Nuodeng, abitato dalla minoranza etnica dei Bai, che dista un paio d'ore d'auto. Poco prima di arrivare pranziamo in una cittadina e l'impressione che di turisti stranieri ne abbiano finora visti è palpabile. Parlando con la guida anche i turisti cinesi non sono numerosi come in siti più famosi e ci preannuncia che i pochi alberghi disponibili potrebbero non avere stanze a sufficienza per un gruppo di 10 persone come il nostro, con probabile suddivisione in due strutture vicine. Nuodeng sorge su una ripida collina alta circa 300 metri, caratterizzata da irte stradine di pietra rese lisce dall'uso e non percorribili in auto, non a caso ai suoi piedi sono disponibili, per non dire irrinunciabili, dei muli e dei cavalli da soma che portano valigie, ed eventualmente passeggeri, all'albergo.
Una volta sistemati i bagagli in un albergo solo (che ancora una volta ci stupisce per la qualità, stavolta dotato pure di w.c. multifunzione), ci addentriamo nei meandri di questo piccolo gioiello di architettura Bai, ricco di abitazioni storiche di epoca Ming e Qing, che per molti secoli ha prosperato economicamente grazie al ritrovamento di pozzi di salamoia da cui veniva ricavato il sale. La ricchezza passata della cittadina la si nota anche nel grandioso complesso di templi confuciani, buddisti e taoisti in cima alla collina, decisamente vasto e che offre un sorprendente soffitto dipinto. Di Cinesi in giro ne vediamo davvero pochi, forse una dozzina, non capisco se sia un luogo tagliato fuori dai circuiti turistici oppure se siano i faticosi percorsi a tenere lontane le orde di turisti locali che affollano regolarmente i siti più conosciuti.
Un'altra sorpresa l'abbiamo a tavola: il prosciutto crudo è piuttosto diffuso in Cina ma di solito viene utilizzato per preparare dei piatti nei quali viene presentato cotto assieme a delle verdure. Qui invece è possibile farselo servire crudo, come in Italia, o forse sarebbe meglio dire come in Spagna, visto che al palato ricorda più il prosciutto iberico. Ci è piaciuto? Non molto, visto che dopo il primo piatto l'abbiamo ordinato altre 4 volte...
GIORNO 9
Riprendiamo la visita del grazioso villaggio di Nuodeng, nonostante le impegnative stradine a gradoni. Dapprima siamo al Tempio del Dragone che in tutta la Cina è il luogo dove chiedere la pioggia, qui invece serve per chiedere che non piova perché questo peggiorerebbe la qualità della salamoia da cui viene estratto il sale che ha reso Nuodeng una città ricca fin dal lontano passato. Poi visitiamo l'antico pozzo dal quale tutto è nato e poi vediamo degli abitanti che ancora si occupano di estrarre il sale in questa maniera, facendolo bollire per ore. Il tutto passando da un'antica abitazione all'altra fatte di cortili, poster di Mao Zedong e vecchi ma fascinosi mobili ma soprattutto scoprendo dove viene fatto essiccare quello che, se non è l'oro di Nuodeng, almeno ne è l'argento: il prosciutto crudo. Ci imbattiamo in un paio di locali dove sono appesi a decine, sembra quasi di essere in una gastronomia del Quadrilatero di Bologna, un possibile gemellaggio tra Emilia-Romagna e Cina grazie al maiale.
La visita successiva è al villaggio di Taiji che prende il nome dal simbolo dello Yin e dello Yang perché è stato volutamente realizzato con questa forma. Il villaggio è costituito da case moderne quindi non lo visitiamo e ci rechiamo direttamente in bus presso il belvedere dal quale si ha la perfetta visione dall'alto dell'atipica forma del villaggio, unica in tutta la Cina.
Dopo questa visione spettacolare è il momento di tornare a Da Li, la città moderna che assieme a numerosi villaggi sorge attorno al Lago Erhai. Dopo aver scaricato i bagagli in albergo, ci richiamo a visitare il centro storico di questa città dal ricco passato (era capitale di un regno quando Kublay Khan la conquistò nel XIII secolo e la fece diventare per sempre parte della Cina Imperiale) e abitata in prevalenza da gente di ceppo Bai, di cui la nostra guida, anch'essa Bai, ci racconta usanze e tradizioni. Dapprima visitiamo la sorprendente chiesa cattolica cristiana che assomiglia in tutto e per tutto a un tempio cinese, fatta eccezione per la croce che ne sovrasta il tetto. In seguito visitiamo una delle porte cittadine. Ma quello che ci diverte di più è passeggiare nelle vie del centro e vedere come i locali si divertono e passano le serate nel centro storico della città che pullula di vita e di negozi di tutti i tipi. Anche qui non mancano le ragazze agghindate con costumi presi a noleggio per farsi fotografare, chi da un fidanzato e chi da un'amica con la stessa velleità. Sono entrato in un paio di questi negozi e ho visto decine di abiti da noleggiare, nonché spogliatoi e sale trucco, frequentati non solo da ragazze, c'era perfino una ragazza in diretta che probabilmente spiegava tutto ai suoi follower.
Dopo l'ennesima cena luculliana in un bel ristorante realizzato restaurando antiche abitazioni tradizionali con cortili e con pareti ancora arredati da vecchi manifesti maoisti, con alcune specialità locali che non avevamo ancora assaggiato in precedenza, il gruppo si disperde per le vivaci strade del centro per i classici acquisti di fine viaggio.
GIORNO 10
Penultima giornata nello splendido Yunnan. La prima sosta la facciamo di fronte alle famose tre pagode di Dali, che ci limitiamo a vedere da fuori, cosa non difficile perché sono alte tra i 49 e 62 metri, benché le due più piccole siano un po' pendenti, al punto che la guida le associa alla torre di Pisa.
La prima vera visita è presso la strepitosa abitazione che fu della ricchissima famiglia Yan, di origine Bai, nel villaggio di Xizhou. Sarà che ho un debole per l'arte e l'arredamento cinese ma la visita è stata per me un susseguirsi di estasi di fronte alla qualità, ma anche all'inaspettata copiosa quantità, di sedie (una più bella dell'altra, con schienali intagliati mai uguali l'uno all'altro), tavole, armadi, consolle, portantine e voluminosi letti a baldacchino ma anche dipinti murali, statue, ceramiche, opere calligrafiche, porte e finestre intagliate e chi più ne ha più ne metta. Forse è anche per "colpa" di questa visita che, una volta uscito, sento l'irrefrenabile impulso di farmi indicare il più vicino negozio di antiquariato dove trovo un piccolo tesoro: un cappello che spettava allo "Shengyuan" (studioso che aveva superato l'esame provinciale per diventare mandarino) che aveva conseguito la votazione più alta della sua sessione. Proseguiamo poi per la zona di mercato più interessante quella dedicata a frutta, verdure e carne, dove si trovano ancora diverse donne Bai in abiti tradizionali.
La visita successiva non è meno interessante, dedicata all'arte del tie-and-dye (tintura a riserva) dei Bai, nel villaggio di Zhoucheng. Qui le donne dapprima creano piccoli nodi cuciti nella stoffa che poi immergono in vasca in cui viene sciolta una poltiglia ottenuta facendo fermentare per alcuni giorni le foglie e le radici di indaco con la calce viva. Ad ogni immersione, a cui segue lavaggio e asciugatura, il colore diventa più scuro. In realtà la parte della tintura è la più semplice e veloce, le fasi che richiedono più tempo e abilità sono le altre: dapprima l'annodatura della stoffa (di norma cotone bianco) e poi anche lo scioglimento dei nodi, che alfine rivela l'effetto finale ottenuto. Veri capolavori di destrezza e certosina dedizione. Chiudiamo la nostra permanenza nella zona di Dali facendo una breve tappa nella piazza principale del villaggio, dove gruppi di anziani amichevoli, tra cui un'arzilla 96enne in abiti tradizionali, si lasciano fotografare divertiti dalla rara visione di stranieri. Io ne approfitto per acquistare in un negozio locale specializzato un cappello femminile Bai, che si aggiunge a quelli delle donne Yi e Hani di Shengcun, portando il bottino di questo viaggio a quota quattro. Non male.
Infine è ora di tornare alla stazione dei treni dove, ormai già abituati alle folle che utilizzano le ferrovie cinesi, percorriamo in senso inverso il percorso di qualche giorno fa e rientriamo a Kunming in serata, dove ci aspetta la simpatica guida che avevamo avuto in precedenza. Cena in albergo, di proprietà di un simpatico tedesco col quale scambio delle divertenti chiacchiere, dove tra birra bavarese e hamburger (senza pane ma ottimo) riabituiamo il palato a sapori che ormai avevamo quasi dimenticato, avendo ogni sera esplorato gli interessanti e variegati - ma comunque lontani dai nostri - aromi della cucina rurale cinese.
GIORNO 11
Ultima giornata in Yunnan, perché il volo è in serata e ormai, veterani abituati alle folle cinesi, sappiamo benissimo che "presentarsi due ore prima" in questo contesto è una prassi ottimistica altamente sconsigliata. Quindi la mattina è libera e poi partenza per l'aeroporto alle 16:00.
La meta scelta dalla maggior parte del gruppo è il mercato dei fiori e degli uccelli, dove non so bene cosa aspettarmi e come succede spesso in questi casi la realtà supera le previsioni. Innanzitutto va detto che i cuccioli di cani e gatti che si vedono non sono da mangiare: l'usanza nelle grandi città cinesi è sparita da tempo e lo dimostra una giovane coppia impegnata in un'attentissima analisi di una nidiata di gatti bianchi, effettuata con la stessa cura di chi sta scegliendo un appartamento piuttosto che un animale domestico. Ci sono file interminabili di acquari, ciascuno con il suo inquilino ittico diverso dall'altro e animali davvero strani come salamandre dai colori fosforescenti che sembrano uscite da un cartone animato giapponese e tartarughine in miniatura con il carapace dipinto a mano, come souvenir viventi di se stesse. Vicino al mercato naturalmente ci sono anche negozi più tradizionali - tra questi spopolano quelli che mettono in vendita al prezzo di 30 renmimbi (meno di 4€) montagne di scatoline di legno e il loro contenuto, di norma piccoli oggetti, braccialetti e bigiotteria, che attirano molti locali ma anche alcuni dei nostri in cerca di souvenir – e bancarelle di cibo di strada, in uno dei quali alcuni dei nostri apprezzano una specie di frullato di avocado preparato al momento a cui viene aggiunto caffè caldo.
Sulla via del rientro, ci imbattiamo in una piazza in cui convergono due edifici modernisti dalle forme sinuose eretti dai francesi nel 1944, ora sede di un noto boutique hotel. È insolitamente affollata di giovani. Ci avviciniamo, incuriositi e il mistero si rivela subito: questa piazza è, per ragioni che la scienza non ha ancora spiegato, il luogo sacro del selfie di Kunming. Decine di ragazze e ragazzi (più le prime, in verità) si atteggiano in pose più o meno elaborate davanti ai telefonini di amiche/amici complici, con la stessa serietà di chi sta girando una spot pubblicitario per la tv. La cosa giusta da fare è una sola, ci mettiamo nell'angolo più popolato replicando le loro stesse pose e io scatto una foto di gruppo. Diversi passanti locali ci fotografano con i loro telefoni, anche se non so quanti di loro abbiano colto la nostra ironia.
Dopodiché è ora di pranzo, ma non volendo rimpinzarci con il tipico pranzo cinese dalle molte portate, abbiamo optato per qualcosa di più veloce, un coffee bar dall'aria occidentale e dall'atmosfera vagamente trendy. Il menù è piuttosto minimalista: disponibili solo un tiramisù, delle cheesecake e bevande. Fine. Eppure, con questa selezione da bar dell'aeroporto quando prendi la prima cosa che ti capita giusto per finire gli ultimi spicci di valuta che non puoi più cambiare, abbiamo speso pro capite più che in qualsiasi altro pasto dell'intero viaggio. I locali fighetti delle città: costosi come uno spot al Super Bowl e deludenti come un acquisto sui siti di fast fashion. Andiamo all'aeroporto per il lungo rientro in volo - esente dai problemi che hanno afflitto molti in queste ultime settimane a causa del conflitto in Medio Oriente (da cui la rotta del nostro volo passa ben distante, sfiorando addirittura la Finlandia stando alla mappa del volo sullo schermo del nostro Airbus 350) – e siamo di rientro in perfetto orario.
È stata la mia quinta volta in Cina. A questo punto qualcuno si aspetterebbe che io la amassi perdutamente, che parlassi di lei come si parla di una vecchia fiamma mai dimenticata. Non proprio. La Cina è uno di quei posti con cui non ho un rapporto semplice, perché le contraddizioni ci sono, e non sono roba di poco conto. C'è un sistema politico che tratta i diritti civili come optional; ci sono minoranze (Uiguri, Tibetani e chi vive a Hong Kong) che hanno problemi seri col governo centrale; c'è una sorveglianza di massa in stile Orwelliano, con telecamere dappertutto; c'è l'impossibilità di usare mezza internet che ti ricorda quotidianamente che sei ospite in un paese che decide per te cosa puoi vedere e cosa no. Eppure la Cina ti butta addosso una tale quantità di bellezza, storia, stranezza e umanità che è difficile restare impassibili. La stratificazione storica è semplicemente vertiginosa, ogni pietra ha duemila e più anni di storie da raccontare; l'arte, completamente diversa da quella occidentale, tende a non rappresentare il mondo reale, piuttosto lo evoca, sapendo esattamente cosa lasciare fuori dal quadro; l'architettura, quella tradizionale sopravvissuta ai furori del boom edilizio, seduce con uno stile che è allo stesso tempo semplice ed elaborato; il cibo, che non è quello che si trova nei ristoranti cinesi in Europa, è sorprendente, vario e regionale, da solo varrebbe il costo del biglietto aereo. E poi c'è la gente, soprattutto quella delle generazioni più anziane: curiosa, ospitale, chiassosa, a volte un po' invadente, altre volte probabilmente sorpresa dalla velocità alla quale il paese sta cambiando, quando silenziosissimi motorini elettrici sfrecciano nei mercati di strada zigzagando tra anziane in abiti tradizionali con la gerla sulle spalle. Qui lo straniero è ancora una figura esotica. In due settimane abbiamo incontrato così pochi occidentali che avrei potuto contarli sulle dita di due mani, probabilmente sono stati di più i selfie assieme ai locali che ci sono stati richiesti. Siamo ancora nella fase in cui la Cina esiste per i Cinesi, qualcosa di raro nell'era in cui anche il più remoto angolo di mondo è stato fotografato e visto su Instagram decine di volte.
Amo la Cina? Non lo so, ma ci torno. E ogni volta rientro con domande a cui non so rispondere ma anche le pupille piene di meraviglia. Forse è questa la definizione più onesta di un paese che vale assolutamente la pena visitare.
































































































